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Operazione The Mask - Per l'accusa è l'unica donna della banda che ha messo a segno tre colpi in tre mesi per un bottino da 150mila euro - Avrebbe fatto i sopralluoghi nelle banche

Psicologa e rapinatrice, sfilata di pazienti pronti a fornirle un alibi

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Operazione The Mask - Le maschere sequestrate

Operazione The Mask – Le maschere sequestrate

Operazione The Mask - Tutto l'occorrente per le rapine in banca sequestrato dai carabinieri

Operazione The Mask – Tutto l’occorrente per le rapine in banca sequestrato dai carabinieri

Viterbo – (sil.co.) – Amore “criminale” tra un bandito e una psicologa, sfilata di pazienti pronti a fornire un alibi alla dottoressa accusata di far parte di una banda di rapinatori. Romana, 52 anni, era la compagna di uno dei malviventi, Daniele Virgutto, 53 anni, figlio di un membro della banda della Magliana.

Psicologa e rapinatrice, secondo l’accusa, è finita in manette nell’ambito dell’operazione The Mask. Tre colpi in tre mesi per un bottino di 150mila euro – a Vignanello, Narni e Nepi – sfociati in sei arresti il 24 novembre 2015.

Lei, unica donna del gruppo, non avrebbe preso parte direttamente alle rapine, ma si sarebbe occupata dei sopralluoghi nelle banche prese di mira dai malviventi. 

Davanti al collegio ha voluto rilasciare spontanee dichiarazioni lo scorso 24 ottobre, in apertura del processo, dicendosi vittima di un amore malato e lanciando pesanti accuse contro quello che nel frattempo è diventato il suo ex. “Ricevo lettere minatorie, sono stati inviati proiettili a me e al mio avvocato, mi hanno bruciato la macchina e casa”, ha detto in aula, durante una drammatica testimonianza.

Sarebbe stata la psicologa a fare il primo giro di ricognizione alle banche per testare gli obiettivi. Sopralluoghi che, stando alle indagini, servivano per fotografare i luoghi, visionare le posizioni di banconi, casseforti e telecamere, prendere nota del numero dei dipendenti e relazionare il gruppo.

“Mi obbligava a forza di botte”, ha detto l’imputata, anche ieri presente all’udienza. 

Stavolta è toccato ai testimoni della difesa: una giovane che la dottoressa avrebbe salvato dalla depressione e il padre che, per gratitudine e amicizia, avrebbe messo a disposizione della psicologa una mansarda da attrezzare a studio; e la mamma di un bambino affetto da dislessia e di un’adolescente problematica, diventata una delle migliori amiche dell’imputata. 

“Lei lo ha amato all’infinito. Nonostante quell’ultima estate, nel 2015, la riempisse in continuazione di botte, al punto che andava in giro con una camicia bianca a maniche lunghe per coprire i lividi sul corpo”, ha detto la “mamma”, fornendo all’imputata anche l’alibi per il primo pomeriggio del 22 luglio e 24 agosto 2015, quando invece di fare la psicologa, sarebbe stata impegnata nel suo secondo lavoro di rapinatrice col resto della banda. 

Anche gli altri due testi hanno fornito un alibi alla donna per il 22 luglio. “Stava visitando mia figlia, che la sera prima aveva avuto una crisi, abbiamo la ricevuta del pagamento”, ha detto il padre. 

Pronta a farsi esaminare l’imputata, il cui interrogatorio è stato però rinviato alla prossima udienza. C’è da aspettare fino al 19 giugno 2018, quando sarà sentito l’ultimo testimone della difesa, un professore di ingegneria dell’ateneo Roma Tre, dove il 24 agosto 2015 si sarebbe recata per iscrivere all’università – ironia della sorte – il figlio del compagno che l’avrebbe messa suo malgrado nei guai. 


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22 novembre, 2017

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