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L'opinione

Ambiente, serve la partecipazione concreta della comunità

di Francesco Mattioli

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo - Cumuli di rifiuti

Viterbo – Cumuli di rifiuti

Viterbo – E’ passato un po’ in sordina, qualche giorno fa, l’evento proposto a Viterbo da Fondazione sorella natura, con la collaborazione dell’Anci, del Miur e di altre istituzioni, nonché con la partecipazione del comune di Viterbo.

Si è trattato di un breve convegno a cui hanno partecipato anche alcuni licei viterbesi, che hanno presentato i loro lavori sull’ambiente e sul turismo sostenibile, culminato poi con la piantumazione, a titolo simbolico, di una pianta di noce a pratogiardino Lucio Battisti.

Non sto a dilungarmi sull’evento in sé: ma mi consente di proporre alcune riflessioni.

La prima, veramente en passant, che rispetto alle sue potenzialità e anche rispetto alle iniziative in corso, sia a cura delle istituzioni locali, sia per iniziativa dell’associazionismo, Viterbo non merita quel durissimo giudizio espresso recentemente da Legambiente sulla vivibilità del suo ecosistema urbano.

I dati statistici non parlano da soli se le premesse sono cariche di ideologia: così, la meritoria azione di Legambiente rischia di venire misconosciuta a causa di certe forzature.

La seconda va un po’ più in profondità. Direi che è maturo il passaggio – trasponendo dei concetti che vengono adottati nel dibattito sulla sicurezza urbana – da un ambientalismo “di prossimità” ad un ambientalismo “di comunità”.

Qualcuno potrà eccepire che l’ambientalismo è sempre stato di comunità, cioè è sempre sorto da movimenti di base, da una mobilitazione e da una militanza che ha lottato anche duramente contro certi interessi politici ed economici dominanti.

Vero: ma è un dato inequivocabile, certificato anche dagli indicatori scelti da Legambiente per valutare la qualità ecosostenibile delle città italiane, che poi sono le pubbliche amministrazioni, le istituzioni, in virtù di un mandato democratico elettorale, a dover avviare le politiche ambientali.

Ora, è evidente che tali politiche ambientali hanno senso soltanto se le istituzioni sono vicine, “prossime” ai cittadini, se ne raccolgono le richieste, ne garantiscono la salute, se offrono servizi adeguati, se si preoccupano di migliorare la qualità dell’aria, dell’acqua, dell’igiene pubblica, del verde accessibile e attrezzato.

Insomma, le istituzioni sono “in ascolto” della collettività, dei singoli cittadini come delle istanze e dei suggerimenti delle associazioni di base: ma è chiaro che le responsabilità restano tutte delle istituzioni stesse, perché sono loro che devono mettere in moto strategie di intervento ambientale dalle quali i cittadini traggano beneficio.

Tutto ciò è sufficiente? A sentire i sindaci – non solo quelli dei comuni che stanno in fondo alla graduatoria, ma anche di città che vantano un ecosistema apparentemente efficiente – pare di no.

Mancherebbe una adeguata “risposta” dei cittadini; mancherebbe una loro vera “collaborazione”, insomma servirebbe la partecipazione concreta della comunità.

Facciamo degli esempi banali. L’abbandono dell’immondizia sul ciglio delle strade è uno sport diffuso presso tutti i ceti sociali; troppa gente, di fronte a certi comportamenti, sa e non dice perché pensa di essere spiona; pochi sono ancora quelli che utilizzano gli appositi spazi per conferire gli ingombranti; troppi quelli che inquinano l’aria con macchinari, stufe e falò improvvisati; tanti quelli che si ostinano ad attraversare il centro in suv per esibire il loro ultimo fiammante acquisto; troppi quelli che ignorano i cestini dei rifiuti lungo le strade.

E ciascuno di costoro ha una “scusa” pronta: la raccolta porta a porta non funziona; io mi faccio i fatti miei; io non ho la macchina adatta per portare gli ingombranti e la raccolta a domicilio la fanno troppo di rado; io devo lavorare e non ho tempo di preoccuparmi se inquino; che sarà mai se ogni tanto prendo la macchina per arrivare in centro; i cestini non si trovano mai e quando ci sono, sono pieni.

Lo scaricabarile verso il governo della città – il classico “piove governo ladro” – tranquillizza la nostra coscienza, offre il destro all’opposizione, ma sostanzialmente fa dipendere l’ecosistema urbano semplicemente da una macchina burocratico-amministrativa, alla quale si chiede efficienza “perché noi cittadini paghiamo le tasse” e contro la quale al massimo sfogarsi scrivendo a questo o quel giornale perché le cose non funzionano.

Facciamo ancora un esempio. Siete a casa vostra e uno dei membri della famiglia si è preso l’incarico di spazzare i pavimenti. Solo perché c’è qualcuno che spazza, ci sentiamo liberi di buttare la cartaccia per terra, tento ci pensa quello?
Le cose non possono stare così.

In un ambientalismo “di comunità” tutti sono chiamati a collaborare attivamente, ciascuno per i suoi compiti e le sue possibilità. Certo, il comune deve attivarsi, rendersi efficiente, ma deve essere aiutato e accompagnato dai gesti individuali dei cittadini, che non sono semplicemente degli utenti dell’ambiente in cui vivono ma ne sono anch’essi costruttori.

Nella famosa Agenda 21, scaturita dalla Conferenza di Rio del 1992, si sottolinea la necessità che nella governance dei problemi ambientali, a qualsiasi livello (quindi anche a livello microcittadino) siano chiamati ad assumersi delle responsabilità anche i singoli individui.

La formazione, la sensibilizzazione sono passi importanti per le nuove generazioni, per far sì che in essi si formi una coscienza ambientalista, l’interiorizzazione di una morale ambientalista che operi nell’inconscio e crei dei salutari tabù contro un comportamento incivile.

Ma è altrettanto necessario che i cittadini adulti entrino a pieno titolo nell’ordine di idee di sorvegliare l’ambiente, di difenderlo da ogni sorta di attacco: non basta la manifestazione di piazza, o la spettacolarizzazione della ripulitura di un parco: oltre a questo, è necessario che nel quotidiano il cittadino si faccia soggetto attivo della tutela dell’ambiente, del verde, dell’igiene, delle acque e dell’aria che ci circondano.

Non è sufficiente che le autorità ci siano “vicine”; è necessario che siamo noi stessi ad affiancarle nel “fare”.

Nel mondo anglosassone si parla spesso di neighborhood watching, sorveglianza di vicinato, fino a poco tempo fa dedicata esclusivamente al controllo del vandalismo e della microcriminalità. Oggi questa prassi si estende al controllo e alla difesa del territorio in dimensione micro. Niente ronde, beninteso: basta essere sensibili, farsi sentire, avvertire, consigliare, intervenire, comportarsi civilmente, chiedere e dare. Insomma, contribuire a realizzare un “ambientalismo di comunità”. Cioè, ancora una volta, impegnarsi nel “fare”.

Francesco Mattioli


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24 dicembre, 2017

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