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Bilanci di fine anno 2017 - Tribunale - Intervista al presidente della camera penale, l'avvocato Mirko Bandiera

“Col procuratore Auriemma e la presidente Covelli è cambiata l’aria…”

di Silvana Cortignani

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Il presidente della Camera penale di Viterbo Mirko Bandiera

Il presidente della Camera penale di Viterbo Mirko Bandiera

Mirko Bandiera, presidente della camera penale

Mirko Bandiera, presidente della camera penale

Mirko Bandiera

Mirko Bandiera

Viterbo – Si chiude un anno di battaglie per i penalisti italiani, e di conseguenza viterbesi, scesi più volte sul piede di guerra contro la riforma della giustizia Orlando, con una serie di astensioni che, nel 2017, hanno fatto epoca.

Ai vertici della camera penale di Viterbo, intitolata al sempre compianto avvocato Ettore Camilli Mangani, un giovanissimo legale, Mirko Bandiera. Al suo secondo mandato come presidente, la prima volta che è stato eletto, per il biennio 2014-2016, aveva appena 38 anni, un record a livello nazionale. Superati da poco i quarant’anni e in carica fino al 2018, non può più considerarsi un baby presidente. 

Un quarantenne rampante in un ruolo di vertice, in un’Italia dove tutti lamentano lo scarso ricambio generazionale. Si è abituati a immaginarlo con la toga, ma il presidente Mirko Bandiera coltiva degli hobby che con la toga hanno davvero poco a vedere… 
“Se alludete alla mia passione per il motociclismo, c’è del vero. E’ difficile che io possa andare sulla pista in abiti da lavoro. Dubito pure che si possa fare i centauri con la toga. E lo stesso quando pratico boxe thailandese”.

Un tipo sorprendente. Per curiosità, come trascorrerà il presidente della camera penale di Viterbo la notte di San Silvestro?
“Sarà un Capodanno latino-americano, in un locale dove suona mio fratello, che fa il disc jockey. Assieme agli amici di sempre, cui tengo tantissimo. Perché la vita non è solo lavoro”.

Si è saputo, nel frattempo, di un pranzo davvero speciale in carcere… con gli avvocati penalisti ancora una volta schierati dalla parte dei detenuti…
“E’ vero. La domenica prima di Natale c’è stato un pranzo di Natale a Mammagialla, organizzato con la comunità di Sant’Egidio, per sensibilizzare le istituzioni. Tra gli argomenti che ci stanno più a cuore c’è il braccialetto elettronico, che consente di scontare gli arresti ai domiciliari invece che in cella. Purtroppo il numero dei braccialetti non basta a coprire il fabbisogno, per cui c’è gente costretta a stare in carcere quando avrebbe diritto a stare a casa”.

Il palazzo di giustizia di Viterbo è un’isola felice o infelice?
“In passato abbiamo sofferto. Poi con l’arrivo del procuratore capo Paolo Auriemma e della presidente Maria Rosaria Covelli è completamente cambiata l’aria. Entrambi sono aperti al confronto. Abbiamo rapporti ottimi con procura e magistratura. Tanto per rendere l’idea, quest’anno abbiamo raccolto firme per la separazione delle carriere… ebbene il procuratore Auriemma ha accolto l’invito a venirne a parlare in un incontro promosso da noi a Caffeina”.

E’ stato siglato un nuovo protocollo che dovrebbe facilitare l’accesso alla messa alla prova…
“E’ la prova di come la conoscenza delle criticità reciproche porti a un meccanismo virtuoso. Il protocollo, esteso a tutti o quasi i comuni della Tuscia e messo a punto da presidenza del tribunale, procura, camera penale e Uepe – l’Ufficio di esecuzione penale esterna – è un modo per snellire i lavori di pubblica utilità, in modo da dare attuazione vera alla normativa”.

Che altre novità hanno portato Covelli e Auriemma?
“Entrambi si sono impegnati molto per risolvere il problema dei giudici, dialogando al massimo con l’avvocatura. Ad esempio è stato trovato un accordo tra la presidente Covelli e la camera penale sulle rinnovazioni degli atti, per permettere il trasferimento all’ufficio gip del giudice Rita Cialoni, senza che dovessero ripartire tutti i processi di cui il magistrato era titolare”.

Era così importante rimpinguare l’ufficio dei giudici per le indagini preliminari?
“Indispensabile. Dopo la partenza del gip Stefano Pepe, tutto è finito sulle spalle dei colleghi Savina Poli e Francesco Rigato, che sono dei lavoratori instancabili, ma non potevano proseguire da soli, per una questione di economia nella gestione della giustizia. L’arrivo, pochi mesi fa, della dottoressa Cialoni ha già dato nuovo impulso all’ufficio”.

Cambiando argomento. Dopo le tante battaglie contro la riforma Orlando che hanno caratterizzato il 2017, cosa dobbiamo aspettarci dal 2018?
 “Da un punto di vista politico, sarà peggio del ’17. Ci tengo a sottolineare che abbiamo combattuto la riforma con quattro astensioni in quattro mesi per il modo in cui è stata portata avanti, a colpi di fiducia sia alla Camera, sia al Senato, con modifiche  apportate senza alcuna interlocuzione politica, scontentando anche la magistratura”. 

Perché ce l’avete tanto con l’allungamento della prescrizione? 
“In generale, è stato un intervento populista. Una riforma dal testo blindato, facendo passare il concetto che l’allungamento della prescrizione  servisse a velocizzare il processo, quando invece lo rallenta. Non intendo il ‘processo mediatico’, che in un anno passa, ma tutti gli altri. Penso a chi si trova, ad esempio, beni sotto sequestro per anni”.

Andate particolarmente orgogliosi di un protocollo dal nome impossibile da pronunciare, il cosiddetto protocollo Tiap?
“Certo. Perché, come le astensioni, va nella direzione di migliorare la qualità della giustizia per chi ne usufruisce, ovvero i cittadini. Tiap, nello specifico sta  per ‘trattamento informatico dati penali’ e il protocollo informatizza tutti gli atti in fase investigativa, rendendo più snello l’accesso alle carte, in termini di velocità. Ad esempio, se uno deve presentare un’istanza”. 

Davvero sarà un Capodanno latinoamericano il suo, presidente?
“Confermo, confermo. L’ho promesso a mio fratello”. 

Silvana Cortignani


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30 dicembre, 2017

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