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Processo Fiorito-Gianlorenzo - Due croniste del Fatto Quotidiano e uno del Messaggero raccontano come sono venuti in possesso di documenti scottanti su Battistoni

Fatture tarocche, tre giornalisti i primi testimoni dell’accusa

Franco Fiorito

Franco Fiorito

 

Paolo Gianlorenzo in procura

Paolo Gianlorenzo 

 

Francesco Battistoni

Francesco Battistoni

Viterbo – Fatture tarocche, sono tre giornalisti i primi testimoni dell’accusa nel processo per diffamazione a carico del cronista viterbese Paolo Gianlorenzo e dell’ex capogruppo regionale del Pdl Franco “er batman” Fiorito. 

Il processo, dopo una lunga serie di rinvii, è entrato nel vivo oggi con le lunghe deposizioni di Valeria Pacelli e Loredana Di Cesare, entrambe del Fatto Quotidiano, e di Cesare Claudio Marincola, all’epoca in forza alla redazione politica nazionale del Messaggero di Roma. 

Tutti e tre hanno raccontato come sono venuti in possesso del “dossier” tarocco contenente le fatture gonfiate relative alle presunte spese pazze per cui avrebbe chiesto i rimborsi il consigliere regionale Francesco Battistoni.

Sarebbe stato lo stesso Fiorito a consegnare brevi manu i documenti “scottanti” alla stampa. 

Battistoni, secondo l’accusa, sarebbe finito nel mirino in quanto, da successore di Fiorito nel ruolo di capogruppo del Pdl in Regione, nel luglio 2012, fece esplodere lo scandalo dell’utilizzo “ostriche e champagne” dei fondi regionali, poi deflagrato a livello mediatico nel settembre 2012. 

Non c’era in aula il pm Massimiliano Siddi, titolare dell’inchiesta. C’erano, invece, l’avvocato Fausto Barili, in sostituzione di Carlo Taormina, per Fiorito; il difensore Franco Taurchini per Gianlorenzo; e l’avvocato Enrico Valentini, per le parti civili Battistoni e Erica Antonelli, la storica segretaria, finita anche lei nel tritacarne. 

Al centro la finta rimborsopoli a carico di Francesco Battistoni, uno dei processi più attesi al palagiustizia del Riello, se non altro per l’eco nazionale avuto dalla vicenda. 

Il controverso giornalista e l’ex capogruppo regionale del Pdl Franco Fiorito sono accusati di diffamazione (“Er Batman” anche di calunnia) per le false accuse di rimborsi facili dalla Regione Lazio all’allora consigliere Battistoni.

Al centro le fatture taroccate pubblicate online da Gianlorenzo nel settembre 2012, nel pieno della bufera Rimborsopoli, che portò alle dimissioni della giunta Polverini. Ma a distanza di oltre cinque anni l’accusa più pruriginosa, quella di avere falsificato i documenti, è venuta meno, essendo stato nel frattempo il reato depenalizzato.

E sono venute meno di conseguenza anche due delle quattro parti civili, tra cui un’agenzia di comunicazione pronta a chiedere un maxi risarcimento di 300mila euro. In caso di condanna, potranno chiedere i danni solo Battistoni e la Antonelli, con la quale si insinuava il politico avesse una (inesistente) relazione. 

Fiorito è imputato anche per la calunnia a danno dell’€™allora coordinatore regionale del Pdl, Vincenzo Piso, e della sua segretaria, Maria Ludovica Nasonte. I due sarebbero stati ingiustamente incolpati di aver falsificato le fatture. 

Secondo il sostituto procuratore Siddi, il dossier tarocco sarebbe servito a gettare fango su Battistoni, “colpevole” di aver scoperto gli ammanchi nelle casse del gruppo Pdl. E’ l’€™inizio dell’inchiesta-scandalo sulle spese pazze coi soldi dei contribuenti: Fiorito finisce in manette, mentre una fiumana di ex consiglieri regionali nel registro degli indagati. Molti sono stati prosciolti. Ma non “Francone”€, condannato in secondo grado a tre anni per peculato.

Secondo le indagini, il presunto plico di fatture false era parte integrante della strategia di Fiorito: difendersi, attaccando e accusando tutti di spendere e spandere. Le fatture tarocche, con quegli importi gonfiati, potevano far passare il concetto che Battistoni, in primis, aveva chiesto rimborsi illegittimi per cene di lusso, comunicazione e pubblicità. 

Silvana Cortignani

11 dicembre, 2017

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