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Maxiprocesso Asl - Le conclusioni dell'accusa a quasi dieci anni dall'apertura della scottante inchiesta sulla corruzione nella sanità pubblica

“Pacifica la gestione accentratrice e autoritaria di Aloisio”

di Silvana Cortignani
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Viterbo - Tribunale

Tribunale – Il processo Asl è al rush finale

 

L'avvocato Alessandro Diddi e Giuseppe Aloisio

L’avvocato Alessandro Diddi e Giuseppe Aloisio – Cresce l’attesa per l’arringa della difesa 

Viterbo – Maxiprocesso Asl, ieri è stato il grande giorno dell’accusa. “Pacifica la gestione accentratrice e autoritaria di Aloisio”, hanno esordito i pm, che si sono profusi in tre ore di discussione, consegnando anche al collegio una memoria.

A distanza di quasi dieci anni dall’apertura della più grande inchiesta sulla corruzione nella sanità pubblica viterbese, falcidiata da una raffica di prescrizioni, i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci contano di portare a casa tre condanne: quelle dell’ex dg Giuseppe Aolisio e del dirigente medico Renato Leoncini, rispettivamente a tre anni e mezzo e a due anni per induzione alla corruzione, e quella al pagamenti di 60mila euro all’Italbyte, per avere pagato tangenti in cambio di appalti milionari.

La maxinchiesta, andata avanti per anni, al centro di feroci campagne stampa, ha scosso non solo il mondo della sanità, ma anche quello della politica viterbese, fino ai piani più alti. Nel luglio 2009, dopo il clamoroso arresto dell’ex responsabile del Ced Ferdinando Selvaggini e di due imprenditori, si dimise lo stesso direttore generale.

La tensione toccò il culmine nel febbraio 2012, quando l’inchiesta si chiuse con un mare di indagati: in testa l’ex direttore generale della Asl viterbese Giuseppe Maria Aloisio; il suo “alter ego”, come lo hanno chiamato ieri i pm, ilconsulente strategico Mauro Paoloni; il “braccio destro” e dirigente del Ced Ferdinando Selvaggini. E poi ancora, gli imprenditori della sanità privata Roberto e Fabio Angelucci, padre e figlio; il direttore dell’unità organizzativa di acquisto e vendita Renato Leoncini; i fratelli Giampaolo e Francesco Marzetti, finiti nella bufera per il centro diurno falisco Aureart che faceva capo alla moglie di Paoloni.

Proprio dai fiumi di inchiostro spesi da certa stampa nel marzo 2008, dopo il rinnovo della convenzione Aurear,  la maxinchiesta è diventata cosa pubblica: “Una bomba mediatica – l’hanno definita D’Arma e Tucci – la campagna stampa contro lo scandalo Aureart è andata avanti per almeno un mese, con attacchi quotidiani e in più era stata già aperta l’inchiesta giudiziaria”. 

D’Arma ha sottolineato come l’intera vicenda vada letta con occhiali speciali: “Dire mazzette, soldi che girano, appalti truccati sarebbe semplicistico. Qui si parla di vicende di alta amministrazione, del direttore generale di una Asl, di grossissimi gruppi imprenditoriali privati della sanità privata”. 

Tre presunti episodi di concussione diventati induzione alla corruzione. Per questo Aloisio è ancora sotto processo. Vittime: il direttore del Distretto 1 della Asl, Giuseppe Piermattei, per il centro diurno per disabili psichici falisco; il dottor Renato Leoncini (che per l’Aureart è anche coimputato di Aolisio), per la convenzione “fuorilegge” col Cra di Nepi, autorizzato, ma non accreditato; e il direttore del Servizio di igiene e sanità pubblica, Domenico Spera, per il nulla osta igienico-sanitario per l’apertura della Nuova Clinica Santa Teresa.

“La vicenda Aureart grida vendetta – hanno detto i pm – hanno avuto una convenzione biennale da 360mila euro senza nemmeno dover presentare un progetto, semplicemente facendo arrivare un depliant di quattro pagine al dottor Piermattei e poi facendo pressione sullo stesso per il rinnovo con lo spettro della sostituzione”. 

Dando per “pacifica la gestione accentratrice e autoritaria” di Aloisio, i pm hanno puntato il dito contro il precariato dei dirigenti, strumentale, secondo l’accusa, a tenere gli stessi sotto minaccia e sotto ricatto se volevano conservare il posto. O, quando invece il contratto era a tempo indeterminato, per non vedersi demansionare da un giorno all’altro. “Esemplare il caso di Fabio Micio, che ha subito procedimenti disciplinari fino al licenziamento”, hanno detto, facendo una lunga lista di nomi.

La voragine nel bilancio della Regione Lazio, con il blocco degli accreditamenti per mettere un freno al buco sanitario, ha fatto il resto, mettendo in crisi gli Angelucci proprio quando avevano deciso di investire milioni di euro a Viterbo nella Nuova Clinica Santa Teresa da 150 posti letto sulla Tuscanese. Stop non solo ai sogni di gloria per la neonata struttura, che avrebbe dovuto portare più salute e più posti di lavoro nella Tuscia, ma anche ai rimborsi fino a quel momento ottenuti grazie alle convenzioni Asl col Cra di Nepi. 

“Aloisio si spese e si espose per gli Angelucci, chiese riunioni in prefettura, sensibilizzò i sindaci,  si confrontò coi sindacati per le ricadute occupazionali, parlò con i consiglieri regionali Parroncini e Battistoni – hanno ribadito più volte i pubblici ministeri – infine fece pressioni su Leoncini per mettere in atto lo ‘stratagemma’, come lui stesso lo ha definito, della delibera del 12 marzo 2009 in cui la Asl riattivava la convenzione rendendola immediatamente esecutiva, per mettere la Regione con le spalle al muro, nonostante il veto posto ai dg di tutto il Lazio”. 

Quattro mesi dopo, a luglio, l’arresto di Ferdinando Selvaggini, pochi giorni dopo le dimissioni di Aloisio.

Silvana Cortignani


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2 dicembre, 2017

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