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Cronaca - La procura ha chiesto 8 mesi di reclusione per omicidio colposo: "La vittima si è ammalata di tumore riparando i mezzi di servizio" - La famiglia vuole 491mila euro di provvisionale

Agente muore per un carcinoma, poliziotto viterbese a processo

Torino - Le officine del quinto reparto mobile della polizia

Torino – Le officine del quinto reparto mobile della polizia

Torino – Per venticinque anni è stato “addetto alla manutenzione dei mezzi di servizio” del quinto reparto mobile della polizia di stato di Torino. L’agente Carmelo Russo, come riporta la Stampa, ha passato una vita in officina. In pensione dal 1997, a febbraio 2009 i medici gli diagnosticano un “carcinoma alla vescica”. Per l’asportazione di quel tumore maligno, Russo ha subito un intervento. Ma dopo pochi mesi è ricomparso, e non gli ha lasciato scampo. È morto il 29 settembre del 2010.

“Per quella morte – scrive la Stampa – oggi sono imputati in tribunale i dirigenti del quinto reparto mobile che si succedettero alla guida della ‘Celere’ negli anni in cui Russo prestò servizio. L’accusa contestata dal pm Gianfranco Colace è di omicidio colposo”.

Ne devono rispondere due poliziotti in pensione, tra cui un viterbese. “Si tratta di Viviano Tamasia, romano, 73 anni, tenente colonnello in pensione, difeso dall’avvocato Agostino Goglino del foro di Alessandria. Fu a capo del reparto dall’1 settembre 1982 fino al 7 maggio 1989 – sottolinea la Stampa -. C’è poi Franco Proietti, 70 anni, originario di Viterbo difeso dai legali Laura Proietti e Silvana Santini di Torino: fu vicequestore aggiunto dal 22 aprile 1991 al 17 marzo 1996“.

L’accusa, come scrive la Stampa, è di omicidio colposo. Secondo il pm, “la vittima ‘fu esposta nell’ambiente di lavoro ad agenti cancerogeni, in particolare idrocarburi policlinici aromatici con frazioni cancerogene, benzene, additivi di oli, lubrificanti impiegati e presenti nel processo lavorativo’. Di qui la malattia in ipotesi d’accusa ‘per colpa, imprudenza e negligenza’ dei due ex dirigenti. Che avrebbero ‘omesso – riporta la Stampa – di adottare tutti i provvedimenti tecnici e organizzativi necessari a contenere l’esposizione a questi agenti chimici pericolosi’ a cui fu sottoposto Russo. Nell’officina non vi sarebbero stati ‘idonei impianti localizzati di aspirazione’, né le procedure di lavoro avrebbero ‘limitato i tempi di esposizione’ alle sostanze cancerogene. Tantomeno in officina sarebbero stati predisposti ‘sistemi di adeguati di ricambio di aria salubre’. Anche i lavori di verniciatura delle carrozzerie dei mezzi sarebbero stati eseguiti ‘senza che venissero forniti indumenti e dispositivi di protezione adeguati'”. 

La Stampa spiega anche come è nato il processo. “A gennaio 2011, pochi mesi dopo la morte di Russo, i familiari presentarono un esposto in procura. Si sono costituiti parte civile assistiti dall’avvocato Marco Ottino. Hanno chiesto alla corte da un lato che l’eventuale risarcimento integrale venga differito al giudice civile, ma che venga parimenti disposta una provvisionale da 491mila euro per gli eredi a causa della prematura morte del congiunto. Hanno prodotto una consulenza del dottor Maurizio Moroni, specialista in urologia dell’ospedale Maria Vittoria. Il ministero dell’Interno, citato dall’avvocato Ottino come responsabile civile, non si è costituito nel processo. Le difese hanno ribattuto punto per punto alle accuse, facendo notare come la vittima fosse un fumatore. Il pm ha chiesto la condanna per i due ex dirigenti a 8 mesi di carcere”.  

18 febbraio, 2018

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