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“Altro che fuori dal commissariamento, la sanità è al collasso”

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Massimo Recchioni [3]

Massimo Recchioni

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Al di là delle affermazioni dei vari esponenti politici della maggioraza in regione, dallo stesso Zingaretti, al consigliere Panunzi e ad altri, constatiamo come la sanità della Tuscia non solo non sia ancora uscita dal commissariamento; ma che ne uscirà soltanto se, alla fine dell’anno, sarà approvata la verifica del rispetto dei parametri di rientro del debito.

Nel frattempo, tanti gli ospedali che hanno chiuso i battenti negli ultimi anni e che li continuano a chiudere: Orte, Acquapendente, Ronciglione, Montefiascone (tranne il reparto di geriatria); tutte le altre strutture ospedaliere ridimensionate, ridotte a pochi. Tutto ciò secondo una logica di risparmio che, di fatto, non risparmia niente; tutt’altro!

Sperpera fondi pubblici attraverso le esternalizzazioni dei servizi (appalti a cooperative e/o ditte private); il che significa che società private e cooperative fanno null’altro che profitto sulla salute della gente, risparmiando ovviamente sul personale e sulla sua formazione. 

Recenti esempi? L’appalto dell’assistenza psichiatrica e il caso emblematico della dialisi di Civita Castellana, un reparto di fondamentale importanza, ridotto a pochi posti letto ed esternalizzato in larga parte al gruppo Ro.Ri. di Nepi.

L’unico ospedale rimasto sul territorio è Belcolle, una struttura che non riesce a rispondere al bacino d’utenza – che di fatto proviene da tutta la provincia – né in termini di posti letto, né in termini di personale sanitario. Mancano in organico dai 100 ai 150 infermieri, tecnici di radiologia, tecnici di laboratorio; il personale medico e paramedico è ridotto “all’osso” e con contratti precari di brevissima durata.

Un pronto soccorso sovraffollato e insufficiente, liste di attesa interminabili per qualsiasi tipo di prestazione, ticket sanitari per prestazioni diagnostiche talmente alti da essere simili – quando non addirittura superiori – alle prestazioni private. Pazienti costretti a ricorrere alle prestazioni sanitarie di altre regioni: per fare una Tac ci si allontana di almeno 50 km, per un’ecografia si deve aspettare anche un anno (mentre, ovviamente, in privato c’è posto anche il giorno dopo).

Questo è il risultato della politica di razionalizzazione imposta dai governi sostenitori dell’Unione Europea, una politica fatta di tagli ai servizi dei cittadini, di blocchi del turn-over, di mancate assunzioni nel settore pubblico in favore di privatizzazioni ed esternalizzazioni. Il Lazio è una tra le regioni che spende di più per le strutture private accreditate. Il ritiro progressivo del pubblico, sotto la presidenza Zingaretti, prosegue in piena continuità con le giunte di centro destra e di centro sinistra che l’hanno preceduta negli ultimi vent’anni; prosegue, dunque, inesorabile e neanche troppo lento, il lavoro di smantellamento della Sanità pubblica, in favore della totale privatizzazione del servizio sanitario nazionale.

I dati confermano che questi, dal 2010 a oggi, è stato oggetto di continui “saccheggi”; e nei prossimi anni il rapporto tra spesa sanitaria e Pil è destinato a scendere ulteriormente. Tutto questo in nome del “Rispetto dei parametri di rientro del debito”; nei fatti, non sgnifica altro che demolire ciò che resta di un servizio sanitario nazionale che era tra i migliori al mondo per efficienza e accesso alle cure.

Queste regole, che sottopongono la salute ai vincoli economici, sono norme disumane e anticostituzionali; la salute è un diritto fondamentale e primario che non può essere sottoposto al pareggio di bilancio, chi le persegue non fa gli interessi della collettività. La salute, così come l’istruzione, la casa e gli altri bisogni primari, non possono essere esclusiva di chi se li può permettere.

Solo facendo un passo indietro e cambiando direzione con coraggio è possibile ipotizzare un paritario ed equo utilizzo delle strutture pubbliche. A patto, quindi, che restino pubbliche ovvero che tornino pubbliche quelle privatizzate senza che nessuno possa più impunemente lucrarvi. E chi, se non lo stato, garante di tutti i cittadini, è in grado meglio di chiunque altro di garantire un controllo serio ed efficace sulla parità di trattamento davanti alla malattia, allo studio, a una politica edile oggi governata dalle immorali speculazioni dei cosiddetti “palazzinari”?

Vogliamo per esempio, in accordo con l’articolo 11 della Costituzione, smetterla con le spese militari e di far la guerra in decine di Paesi nel mondo? Riapriremmo tutti gli ospedali, ristruttureremmo tutte le scuole.

È quindi necessaria una vera e propria inversione di rotta, per puntare a una società dove i lavoratori siano protagonisti del proprio futuro e delle scelte politico–economiche del mondo in cui vivono. Questo è possibile solo acuendo il vero conflitto protagonista delle diseguaglianze sociali: il conflitto tra capitale e lavoro. Ci dicono che la società è divisa secondo il colore della pelle, ci dicono che una società è moderna se approva i diritti civili (che sono gratuiti, il “contentino” offerto mentre vengono smantellati quelli quelli sociali; quelli sì hanno per i padroni un costo alto che essi non intendono pagare, per questo ce li tolgono). 

In una società davvero progressista diritti sociali e civili marciano gli uni accanto agli altri, si conquistano con le lotte e sono inscindibili. Oggi i primi sono usati come diversivo mentre i secondi vengono abbattuti. Ma la sola differenza, oggi, è tra i poveri e i ricchi che li sfruttano! Con tutto questo è ora di finirla: i lavoratori vogliono tornare a essere protagonisti del proprio lavoro e del proprio futuro.

Cambiamo strada, abbandoniamo quella che sta riportando le persone alla schiavitù per dirigersi invece verso un futuro intriso di pace e giustizia sociale: votare partito comunista oggi è lo strumento che abbiamo. Ma è anche vero che questo strumento servirebbe a poco se noi, dal 5 marzo, non continuassimo con impegno ancora maggiore le nostre battaglie. Per tanti anni la sinistra si è persa nello sterile dibattito sull’essere un partito di lotta o di governo.

Noi, senza dubbio, scegliamo la prima strada, a differenza di chi, alla prima poltroncina libera, rinnegherà idee, programmi e compagni di viaggio. I comunisti non lo faranno, non sono disposti né a “camuffarsi”, né a scendere a compromessi.

Massimo Recchioni
Candidato per il partito comunista alla camera dei deputati


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