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Processo "Jackpot" - Raffica di furti per comprare stupefacenti, parla il comandante dei carabinieri di Bassano Romano

“Intercettati, parlavano di come piazzare la refurtiva per comprare droga”

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Viterbo - Carabinieri - Operazione Jackpot

Viterbo – Carabinieri – Operazione Jackpot

Viterbo - Carabinieri - Operazione Jackpot

Viterbo – Carabinieri – Operazione Jackpot

Viterbo - Carabinieri - Operazione Jackpot - La refurtiva

Viterbo – Carabinieri – Operazione Jackpot

Bassano Romano – Operazione Jackpot, al via il processo ai quattro imputati che hanno scelto il rito ordinario del filone viterbese della maxinchiesta sulla raffica di “furti per acquistare droga da spacciare”, mentre per il filone romano i relativi procedimenti sono in corso nella capitale. 

Tutti di Bassano Romano, a giudizio davanti al giudice Elisabetta Massini sono finiti tre uomini e una donna, quest’ultima convivente di uno e sorella di un altro degli imputati.

A tradirli un furto commesso il 4 gennaio 2015 ai danni di un bar di Bassano Romano, come ha ricordato il comandante della locale stazione dei carabinieri Andrea Mario De Fusco, ricostruendo le indagini, partite da una soffiata che indicava in uno degli imputati il probabile ladro.

Da quel momento sarebbero emersi una serie di gravi indizi, grazie ai quali sono state autorizzate intercettazioni telefoniche e ambientali a carico degli indagati, i quali si sarebbero ripetutamente traditi parlando tra loro in macchina e al cellulare. 

L’indagine, il 19 gennaio 2016, è sfociata in 11 arresti domiciliari, tre obblighi di firma e 16 indagati a piede libero, accusati, a vario titolo, di furto spaccio e ricettazione. Tra loro anche la batteria di spacciatori di Tor Bell Monaca che avrebbero rifornito di stupefacenti i pusher di Bassano Romano, che avrebbero fatto acquisti all’ingrosso di eroina, cocaina e hashish grazie ai proventi delle ruberie. 

Dal furto di monetine al bar, ai furti in grande stile, alla droga. La banda sarebbe stata il terrore dei negozi, dei casolari e delle aziende agricole locali, depredate di motocoltivatori, decespugliatori, motoseghe e altri attrezzi, ritrovati dai carabinieri in parte nascosti nella vegetazione vicino casa e in parte nell’abitazione di uno degli imputati. 

“Al telefono e in auto parlavano della refurtiva e anche di come piazzarla, dopo di che abbiamo trovato riscontro individuando di volta in volta dove si trovava il bottino”, ha spiegato il maresciallo. 

Coi proventi avrebbero comprato la droga da ceder agli assuntori locali, decine dei quali sentiti dai carabinieri a sommarie informazioni. Spacciatori professionisti, secondo l’accusa. Talmente pratici del mestiere da nascondere la droga sotto la lingua quando venivano fermati dai carabinieri piuttosto che gettarla dal finestrino. Oppure da preferire di ingerire gli ovuli di eroina confezionati dai tunisini, piuttosto che dai fornitori di Tor Bella Monaca, perché più resistenti ai succhi gastrici, quindi meno pericolosi da ingoiare. 

Scintille tra l’accusa e la difesa durante l’udienza, con i legali degli imputati che, specie sul fronte droga, hanno sottolineato più volte come i propri assistiti siano stati già giudicati per le vicende connesse ai sequestri effettuati durante le indagini. 

Uno su tutti il sequestro di un panetto da 90 grammi di hashish trovato alla coppia di conviventi, comprato dall’uomo e dal fratello della donna a Roma. “Diviso in due, metà panetto era nascosto in tasca e l’altra metà nel giubboto. Analizzato, avrebbe prodotto 1707 dosi”, ha detto il comandante De Fusco.

“Per quell’episodio l’assistito ha ottenuto l’affidamento in prova, non deve entrare nel processo”, ha replicato la difesa. Il processo promette di essere lungo e combattuto. 

Silvana Cortignani

 

18 febbraio, 2018

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