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Feto nel cassonetto - Processo all'infermiere - Lo avrebbe detto la Ambrus a una delle psichiatre che l'hanno visitata in carcere - Tra i testimoni, il ginecologo di guardia di Belcolle

“Ho fatto una grande cavolata, mi sono sentita persa”

di Silvana Cortignani

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Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

 

Il pm Franco Pacifici

Lo scambio di auguri di Natale in tribunale

 

L'avvocato Samuele De Santis

L’avvocato Samuele De Santis

Viterbo – “Ho fatto una sciocchezza, quando ho scoperto di essere incinta mi sono sentita persa”, avrebbe detto la donna a una delle psichiatre che l’hanno visitata nell’immediatezza. Avrebbe avuto invece parte attiva l’infermiere nella fase del ricovero in ospedale.

Feto nel cassonetto: risale a ieri la prima udienza del processo in corte d’assise all’infermiere dopo che la corte d’appello, lo scorso 8 febbraio, ha dimezzato da dieci a cinque anni la condanna di primo grado alla madre, riqualificando il reato da omicidio volontario a feticidio.

La corte d’appello ha riconosciuto, come sostenuto dal difensore Samuele De Santis, che a determinare il fatto sono state le condizioni di abbandono materiale e morale della madre, la ballerina romena 28enne Elisaveta Alina Ambrus, all’epoca “figurante di sala” al night club del Poggino chiuso per sfruttamento della prostituzione lo scorso 12 gennaio. 

Nulla è cambiato nel frattempo per il presunto complice. Deve sempre rispondere di omicidio volontario e occultamento di cadavere in concorso, con l’aggravante della premeditazione, Graziano Rappuoli, l’infermiere 57enne di Tuscania, accusato anche di esercizio abusivo della professione per le false ricette con cui la 28enne si è procurata il farmaco usato per interrompere al settimo mese la gravidanza indesiderata.

Il prodotto del concepimento, una bambina, fu trovata il 2 maggio 2013 tra i rifiuti in un cassonetto del Salamaro, dove la donna l’aveva gettata mentre correva a Belcolle in preda a un’emorragia, secondo l’accusa accompagnata fin dentro il pronto soccorso dall’infermiere. 


Il racconto del ginecologo di guardia dell’ospedale di Belcolle

Di sicuro Rappuoli ha cercato la Ambrus in reparto, portando con sé una busta con degli effetti personali della giovane. Avrebbe chiesto informazioni sul suo stato di salute al ginecologo di guardia, il quale, nel corso di una sofferta deposizione, ha riferito ieri di non avergli rivelato del parto, invitandolo, visto che era una sua conoscente, a rivolgersi ai poliziotti, che stavano parlando con la donna in medicheria.

“Lo conoscevo già, perché anche lui lavorava a Belcolle, ma non ci ho trovato niente di strano. Capita che il personale, conoscendo dei pazienti, si informi”. Era il primo pomeriggio. Il corpo senza vita della neonata sarebbe stato trovato solo più tardi, dopo ricerche concitate in tutto il centro storico.

“A me la Ambrus parlò di flusso abbondante – ha spiegato il medico – ma aveva l’utero troppo alto, troppo morbido e col collo svasato. Quando le ho chiesto se avesse partorito però non mi ha risposto, con la scusa che non parlava italiano. Allora ho allertato la polizia, che è venuta in stanza. Lei gli ha consegnato il telefonino, mentre io continuavo a prestarle assistenza. In breve ho constatato che aveva perso circa mezzo litro di sangue, compatibile con un parto naturale. La diagnosi fu di metroraggia post partum”.

“A me ha detto che si era sentita male a casa e che era venuta in ospedale da sola”, ha detto e ridetto il medico, ribadendo più volte che l’infermiere è arrivato in un secondo momento. 

Cinque giorni dopo il ricovero in ospedale, la Ambrus fu trasferita in penitenziario, prima a Civitavecchia e poi a Roma, dove è rimasta sei mesi per soppressione di cadavere, facendo perdere le sue tracce alla scadenza dei termini della carcerazione preventiva, prima che il pm Franco Pacifici ottenesse la riqualificazione in omicidio volontario, con l’aggravante della premeditazione, diventato il mese scorso feticidio.


Parlano le psichiatre che hanno visitato la madre in ospedale e in carcere

Per la psichiatra della Asl che l’ha visitata la mattina del 7 maggio a Belcolle, prima delle dimissioni, per stabilire se le sue condizioni mentali fossero compatibili con il carcere, la Ambrus, almeno nell’immediatezza, non mostrava intenti suicidi.

“Abbiamo avuto un colloquio di mezzora – ha detto alla corte – ma lei parlava poco, era scossa. Ha accennato a una gravidanza precedente all’aborto, per cui ho pensato a una possibile depressione port partum, ma da rivalutare dopo qualche giorno, perché era presto per una diagnosi definitiva. La presa di coscienza di un fatto traumatico non è immediata. Saputo che nel carcere femminile di Civitavecchia c’era un reparto di psichiatria donne, uno dei pochi, l’ho ritenuta idonea. Ma doveva esserci una rivalutazione del rischio di gesti di autolesionismo”.

Pochi giorni dopo, il trasferimento da Civitavecchia al carcere romano di Rebibbia. Secondo la difesa per il timore che potesse tentare di togliersi la vita. “Ho fatto una grande cavolata, quando ho scoperto che ero di nuovo incinta mi sono sentita persa”, avrebbe raccontato il 13 maggio 2013 a una psichiatra del carcere capitolino, secondo la quale era “depressa, ma normorientata”.

“Non mi ha detto i particolari, solo che aveva fatto una sciocchezza, spiegando di avere in patria un figlio di nove mesi. Ma senza una grande partecipazione emotiva”, ha detto la dottoressa, citata dal pm Franco Pacifici tra i testimoni dell’accusa. “Un atteggiamento culturale diverso dal nostro – ha proseguito – le donne romene sono molto pratiche. A me disse che in Italia faceva la donna delle pulizie. Le ho prescritto delle gocce, perché era comprensibilmente ansiosa, essendo una lavoratrice, finita in carcere da incensurata”. 

“La mia non fu però una diagnosi, ma solo una valutazione del momento”, ha precisato, dopo che il difensore Samuele De Santis è andato su tutte le furie, sottolineando che altri medici, in merito alle condizioni psichiatriche della donna e al rischio di gesti di autolesionismo, hanno detto l’esatto contrario

Promette scintille la prossima udienza del processo, rinviato al 20 aprile, quando è previsto il contraddittorio in aula tra i consulenti dell’accusa e della difesa. 

Silvana Cortignani


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3 marzo, 2018

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