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Giallo di Gradoli - No del consiglio di stato al rinnovo del permesso di soggiorno per la 33enne moldava condannata per aver occultato i cadaveri di sorella e nipote

“Ala Ceoban via dall’Italia, il crimine compiuto è stato efferato”

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Ala Ceoban

Ala Ceoban

Giallo di Gradoli - Paolo Esposito con, da sinistra, Ala e Tatiana Ceoban

Giallo di Gradoli – Paolo Esposito con, da sinistra, Ala e Tatiana Ceoban

Gradoli – (raff.stro.) – “La gravità e l’efferatezza del crimine compiuto, per il quale è stata condannata, impediscono la formulazione di un ragionevole accoglimento del gravame”. E il consiglio di stato respinge il ricorso di Ala Ceoban, che pretendeva il rinnovo del permesso di soggiorno. Dopo i no del Tar del Lazio, dei questori di Roma e Viterbo e della prefettura di piazza del Comune.

Lei è la moldava trentatreenne che ha occultato i cadaveri della sorella Tatiana e della nipote Elena di tredici anni, uccise dal suo amante. Paolo Esposito, compagno della sorella.

Ala Ceoban, rappresentata dalle avvocatesse Elisabetta Musso e Teresa Calbi, era ricorsa al consiglio di stato contro il ministero dell’Interno e la prefettura e la questura di Viterbo per la riforma della sentenza del Tar del Lazio concernente il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno. Il tribunale amministrativo, davanti al quale Ceoban è stata difesa dall’avvocato Remigio Sicilia, disse no perché “i reati per i quali è stata condannata (oltre all’occultamento dei cadaveri anche il favoreggiamento, ndr) denotano un’indole particolarmente aggressiva ed è pericolosa per la sicurezza pubblica”. E anche il consiglio di stato, alla fine, ha respinto l’istanza, condannando Ala Ceoban a un risarcimento di 2mila euro.

Ma la trentatreenne aveva preteso il rinnovo del permesso di soggiorno già nel 2013, mentre scontava la pena nel carcere femminile di Civitavecchia. Ma il no del questore di Roma fu secco, come quello arrivato a inizio 2016 dalla questura e dalla prefettura di Viterbo. Poi i ricorsi al Tar del Lazio e al consiglio di stato. Tutti d’accordo sul punto: “Ala Ceoban deve andare via dall’Italia”. Dov’è quindi ora la trentatreenne che, dopo sette anni dietro le sbarre, da aprile 2015 è in libertà ed era tornata a lavorare come badante nella Capitale?


Il Giallo di Gradoli

Dopo la scomparsa della sorella Tatiana Ceoban e della nipote 13enne Elena, il 30 maggio 2009, Ala è stata arrestata per duplice femminicidio e occultamento di cadavere insieme al cognato Paolo Esposito, suo amante e compagno di Tatiana.

Dalla magistratura, mai una pronuncia a favore. I giudici riterranno gli “amanti diabolici” colpevoli in tutti e tre i gradi di giudizio. Per tribunale viterbese, corte d’appello e cassazione, Esposito è da ergastolo. Ala, invece, passa dal carcere a vita, comminatole dal tribunale di Viterbo, agli otto anni per favoreggiamento in secondo grado, confermati dalla suprema corte.

In sostanza, per i giudici, la ragazza, all’epoca 24enne, non ha ucciso in prima persona la sorella e la nipotina: l’esecutore materiale del delitto è stato Esposito, che poteva contare sull’aiuto di Ala per far sparire corpi e tracce.

Duplice femminicidio e doppio movente: da un lato, permettere a Esposito di tenere con sé la figlia piccola, avuta nel 2003 dalla relazione con Tatiana, che aveva interessato il tribunale dei minori dopo aver trovato materiale pedopornografico nel pc del compagno; dall’altro, portare avanti senza impedimenti la storia con Ala. Uccidere solo Tatiana non sarebbe bastato: bisognava eliminare anche Elena, troppo legata alla madre per non fare domande o sospettare.

Un movente risultato chiaro agli occhi dei giudici solo dopo la lettura degli 11mila sms scambiati in tre mesi tra i due amanti nel 2007. Due anni prima del delitto e nel periodo in cui la crisi tra Paolo e Tatiana raggiunge il suo acme. La relazione tra Ala e Paolo è già cominciata e logora i rapporti tra le due sorelle. Era stata Tatiana a ospitare Ala in casa sua nel 2003, quando, appena 18enne, la ragazza arriva in Italia. Conosce Esposito, se ne innamora e perde tutti i suoi affetti.

A nove anni dalla scomparsa di Tatiana ed Elena, scomparsa che per i giudici è a tutti gli effetti un duplice femminicidio, i corpi non sono mai stati trovati.

Paolo e Ala hanno negato per tutto il processo di aver ucciso madre e figlia. Ma per chi ha indagato sul giallo di Gradoli, conoscono la verità. Proprio Ala sembrava pronta a raccontarla, nel tragitto verso il carcere di Civitavecchia: a un carabiniere disse che al suo arrivo alla villetta di via Cannicelle “Elena non c’era e Tatiana era già morta”.

Raffaele Strocchia


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28 marzo, 2018

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