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Viterbo - A due anni e mezzo dalla morte di Venzi e dopo sette mesi in comunità, la difesa del 25enne chiede un ulteriore alleggerimento della misura

Omicidio del Riello, Battaglia chiede i domiciliari a casa della madre

di Silvana Cortignani

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Sabato Louis Francesco Battaglia

Sabato Louis Francesco Battaglia

 

L'avvocato Antonella Durano

L’avvocato Antonella Durano

Viterbo – Battaglia chiede di tornare a casa coi fratelli e con la madre. Condannato a 9 anni e dieci mesi per l’omicidio del Riello, a poco più di due anni e mezzo dal delitto che scosse Viterbo all’alba del 27 settembre 2015, Sabato Battaglia chiede di poter scontare gli arresti domiciliari non più nella comunità toscana dove si trova da sette mesi, bensì a casa della madre. 

Il 25enne, condannato a 12 anni in primo grado per l’uccisione di Federico Venzi – il 44enne di Caprarola morto in seguito a un pugno in faccia sferrato da Battaglia all’alba del 27 settembre 2015 nei pressi della rotatoria dell’Ipercoop – ha patteggiato in appello, primo in Italia, nove anni e dieci mesi di reclusione il 14 settembre 2017. 

Pochi giorni dopo, il 29 settembre dell’anno scorso, ha ottenuto gli arresti domiciliari in una comunità toscana, in provincia di Massa Carrara. Adesso, a distanza di sette mesi, il difensore Antonella Durano presenta istanza alla corte d’assise d’appello perché autorizzi il trasferimento di Sabato Battaglia presso l’abitazione familiare, dove vivrebbe con il fratello, le due sorelle, la madre, il compagno della donna e il figlio dell’uomo. 

Oltre alla condanna, il gup Savina Poli del tribunale di Viterbo ha disposto a carico di Battaglia anche 50mila euro di provvisionale per la madre della vittima più un risarcimento da stabilire in sede civile per i fratelli, assistiti dagli avvocati Samuele De Santis e Luca Tedeschi. 

In comunità, il 25enne avrebbe seguito un percorso d’inserimento curato da una cooperativa specializzata nella produzione di miele biologico dop della Lunigiana e di attrezzature apistiche in una grande falegnameria. Battaglia, in particolare, sarebbe occupato come volontario nel laboratorio per l’invasamento del miele e nel laboratorio della ristorazione del villaggio che dal lunedì al venerdì prepara ogni giorno circa 50 pasti.

“In considerazione del cospicuo lasso di tempo trascorso, quasi tre anni, e del virtuoso percorso osservato preso la comunità Papa Giovanni XXIII, la difesa ritiene opportuna la riesamina del quadro cautelare auspicandone il mantenimento secondo modalità meno gravose – spiega la legale – anche grazie al contenuto della relazione all’uopo redatta dalla procuratrice della struttura oggi ospitante, secondo la quale ‘partecipa attivamente alla gestione operativa della casa e si è reso disponibile ad entrare con atteggiamento positivo nelle dinamiche e negli approfondimenti relazionali effettuati sia nei vari momenti di gruppo, sia nei passaggi informali”. 

Battaglia avrebbe mantenuto comportamenti corretti anche durante sollecitazioni ricevute da altri conviventi, dimostrando di sapersi adattare molto bene alla vita comunitaria. Importante sarebbe inoltre, secondo la difesa, il percorso spirituale intrapreso. “Dalla relazione – fa notare la Durano – emerge chiaramente la conversione intrapresa dall’imputato il quale, come riscontrato, ha avuro modo di metabolizzare e riflettere sulla tragica vicenda che lo ha visto, suo malgrado, protagonista, comprendendone il disvalore”. 

Sul capo di Battaglia pende, come è noto, un’ulteriore condanna, contro la quale la difesa ha presentato appello, a due anni e mezzo per lesioni personali aggravate e 5mila euro di provvisionale alla parte civile, inflittagli lo scorso 20 ottobre dal giudice Silvia Mattei per avere fracassato con un pugno la mandibola di un 19enne all’esterno di un locale di Valle Faul la sera del 10 giugno 2012. 

Silvana Cortignani


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27 aprile, 2018

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