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Viterbo - Feroce omicidio nel centro storico - I conoscenti descrivono Stefano Pavani: "Violento con i più deboli" - Il gip conferma il carcere

“È sempre stato un diavolo, andava fermato prima”

di Raffaele Strocchia

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Stefano Pavani

Stefano Pavani

Viterbo – Chi conosce Stefano Pavani non ha dubbi. “Andava fermato prima, perché è sempre stato un diavolo e se l’è sempre presa con i più deboli”. Come Daniele Barchi, che debole sicuramente lo era. Almeno fisicamente. “Ultimamente era dimagrito tantissimo, fino a diventare irriconoscibile. E continuava a dimagrire giorno dopo giorno”, raccontano i vicini di casa della vittima. Vittima di Pavani, secondo gli inquirenti. Che in quella casa al civico 16 di via Fontanella del Suffragio l’avrebbe torturato e massacrato con calci, pugni e schiaffi per quasi due giorni.


Multimedia: Uomo ucciso nel centro storico – Omicidio in via Fontanella del Suffragio – Video


“Ho conosciuto Stefano Pavani un decina di anni fa – racconta un conoscente -, non aveva neppure vent’anni ma era già noto alle forze dell’ordine. Era appena arrivato a Corchiano da Roma, dove è nato e dove ha perso la mamma, morta quando lui aveva solo dieci anni. A Corchiano viveva con il padre e con la sorella, ma non so perché ultimamente fosse a Bagnaia o comunque a Viterbo. So solo che è sempre stato un diavolo. Un ragazzo ubriaco dalla mattina alla sera e un violenta. Un ragazzo che andava fermato prima, che aveva un disturbo di personalità”.

Che Pavani avesse un disturbo di personalità lo evidenziò anche uno psichiatra nominato dal tribunale di Viterbo per valutare la pericolosità sociale del 31enne. Era il 2014, e Pavani era a processo per lesioni aggravate per aver frantumato una bottiglia in faccia a un sessantenne di Corchiano, sfregiandogli un occhio. L’occhio destro, “da cui la vittima – dirà il medico – ha perso completamente la vista”. Ma al 31enne non basta, e più volte prova ad affondare quel coccio sul viso del sessantenne. Gli salverà la vita un conoscente, che chiese subito aiuto.



Ultimamente Pavani era ricoverato al secondo piano della palazzina D dell’ospedale di Belcolle, presso il servizio psichiatrico diagnosi e cura, da cui è evaso poco prima dell’efferato delitto. “In questo reparto ci sono i pazienti psichiatrici acuti”, spiega la Asl di Viterbo, che sulla fuga del 31enne ha aperto un audit interno. “Non è un’indagine – sottolinea l’azienda sanitaria -, ma uno strumento conoscitivo utilizzato per ricostruire quanto successo. Nulla di anomalo, perché l’audit viene avviato per qualsiasi evento particolare accaduto nell’azienda. Ed è stato aperto anche in questo caso”.

Ieri Pavani ha invece incontrato il giudice per le indagini preliminari Rita Cialoni nel penitenziario di Mammagialla, dove è rinchiuso da mercoledì. “È scosso, sta riflettendo e riorganizzando le idee – lo descrive il suo difensore, l’avvocato Luca Paoletti -. Anche perché la vicenda non è così lineare come sembra, e alcuni aspetti meritano approfondimenti”. Il gip ha convalidato il fermo per omicidio volontario e confermato la custodia in carcere, come chiesto dalla procura. Mentre il 31enne, al cospetto del suo difensore e anche di fronte al pm inquirente Stefano d’Arma, ha continuato a trincerarsi nel silenzio.



Nei giorni scorsi erano circolate voci su una probabile (anzi, certa) scarcerazione di Pavani. Voci che si basavano su una perizia psichiatrica antecedente l’omicidio, che dichiarava il 31enne “incapace di intendere e di volere”. Voci infondate, sul piano giuridico e (un po’) anche della logica. Ma soprattutto smentite dall’esito dell’udienza di convalida di ieri. Nessun dubbio per il giudice: “Pavani deve restare in carcere”. 
Improbabile anche il totale ritorno in libertà del 31enne, alla luce della pesante accusa che ha in capo: l’omicidio volontario. Pavani, al massimo, sarebbe stato affidato a una Resm. Ovvero, la residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Gli ex ospedali psichiatrici giudiziari o case di cura e di custodia.

Raffaele Strocchia


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27 maggio, 2018

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