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Cronaca - La 33enne condannata per aver occultato i cadaveri della sorella e della nipote ha paura di tornare in Moldavia: "Lì c'è chi mi vuole morta" - Salta l'udienza davanti al giudice di pace

Giallo di Gradoli, Ala Ceoban vuole la protezione internazionale

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Ala Ceoban

Ala Ceoban

Viterbo – Vuole la protezione internazionale Ala Ceoban, la 33enne moldava che ha occultato i cadaveri della sorella Tatiana e della nipote Elena di 13 anni, uccise dal suo amante. Paolo Esposito, compagno della sorella.

Ala Ceoban ha paura di tornare in Moldavia. Perché, ha detto ai suoi avvocati Samuele De Santis ed Enrico Valentini, “lì c’è chi mi vuole morta. C’è chi mi vuole sotto terra”. Un rientro in patria sarebbe dunque pericoloso, per motivi legati al suo coinvolgimento nel duplice delitto della nipote e della sorella. 

Per questo vuole la protezione internazionale, ovvero il diritto d’asilo garantito dall’articolo 10 della Costituzione italiana: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Intanto ieri è saltata l’udienza davanti al giudice di pace del tribunale di Viterbo, Fabio Ruffo. Ala Ceoban conta sul palazzo di giustizia di via Falcone e Borsellino per evitare l’espulsione. Espulsione che era stata congelata lo scorso 30 marzo dal giudice di pace di Roma, nonostante l’atto dovuto della convalida del decreto di rimpatrio, perché eseguito secondo le modalità di legge, in seguito ad alcune dichiarazioni rilasciate da Ala, che hanno aperto nuovi spiragli alla valutazione della sua permanenza in Italia o dell’opportunità di un suo “non rimpatrio”.

La moldava, dallo scorso 28 marzo, si trova presso il centro di permanenza per il rimpatrio di Ponte Galeria a Roma, dove è stata trasferita in seguito al decreto di espulsione. 

Era il 13 maggio 2011 quando Ala Ceoban ha lasciato per l’ultima volta il tribunale di Viterbo, al termine del processo per il giallo di Gradoli, quando fu condannata all’ergastolo dalla corte d’assise assieme al cognato-amante Paolo Esposito per il duplice omicidio e l’occultamento dei cadaveri della sorella e della nipote, Tatiana e Elena, di 36 e 13 anni, i cui corpi non sono mai stati ritrovati, scomparse da Gradoli il 30 maggio 2009.  

Per la giovane moldava, oggi 33enne, la pena è stata poi ridotta nei successivi gradi di giudizio a otto anni per favoreggiamento e occultamento di cadavere. Una pena scontata nel carcere femminile di Civitavecchia, dal quale, grazie ai benefici previsti e alla buona condotta, è uscita nell’aprile del 2015, meno di sei anni dopo l’arresto dell’agosto 2009, restando in Italia e mantenendosi grazie al lavoro trovato nel frattempo a Tarquinia, dove ha continuato a vivere fino al fermo da parte della polizia del marzo scorso e al trasferimento a Ponte Galeria. 

A Tarquinia, dove ha vissuto fino al 28 marzo, era per tutti “Ala del pub”. Gli agenti del locale commissariato l’hanno trovata nella sua abitazione, al civico 22 di via Mazzini, a pochi passi da piazza Cavour e a circa 400 metri dal pub dove lavorava.

Chi l’ha conosciuta non l’avrebbe collegata al giallo di Gradoli, né lei ne avrebbe mai fatto parola. “Era qui tutte le sere, dalle 18 fino a notte fonda – hanno raccontato, sorpresi dopo il fermo, alcuni tarquiniesi – spillava birra e portava i piatti in tavola, e lo faceva da più di un anno, anche se in paese era arrivata tre anni fa. Raccontava di aver abitato qualche mesetto a Civitavecchia e poi il trasferimento, ma del suo passato non ha mai parlato. Per questo non sapevamo che si fosse macchiata di un crimine così né lo immaginavamo, anche perché era così tranquilla e carina, gentile e sempre disponibile. Era lei, se ti incrociava per strada e tu non la vedevi, a chiamarti e salutarti. Anche da lontano. E per questo era riuscita a crearsi una bella cerchia di conoscenze, uscendo qualche volta con delle amiche. Ma un uomo accanto a lei non lo abbiamo mai visto”. Per i residenti del centro storico era “la classica ragazza che, venuta dall’estero, si crea un gruppetto di amici e inizia a lavorare per mantenersi”.

“Ero qui da tanto tempo, non mi sono mai nascosta”, avrebbe detto la 33enne dopo il trasferimento a Ponte Galeria, stupita per il clamore suscitato dalla vicenda. “Non capisco perché tanti ostacoli a farmi restare”, avrebbe aggiunto la donna, che da oltre tre anni sta portando avanti le sue battaglie giudiziarie per restare in Italia.

Per la difesa, i reati contestati e per cui ha scontato la sua condanna non sarebbero un ostacolo per il permesso di soggiorno. “Dal punto di vista soggettivo il favoreggiamento e l’occultamento di cadavere non rientrano tra i reati per cui è possibile procedere – spiegano – da un punto di vista oggettivo, non si può parlare di rischi per la sicurezza stato. L’odiosità derivante da un crimine come l’occultamento di cadavere riguarda la morale, non la sicurezza”.


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25 maggio, 2018

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