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“Gli piaceva suonare il pianoforte e sperava di poterlo insegnare a qualcuno…”

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Daniele Barchi [4]

Daniele Barchi

Viterbo - Omicidio in via Fontanella del Suffragio [5]

Viterbo – Omicidio in via Fontanella del Suffragio

Viterbo - Omicidio in via Fontanella del Suffragio [6]

Viterbo – Omicidio in via Fontanella del Suffragio

Viterbo - Omicidio in via Fontanella del Suffragio [7]

Viterbo – Omicidio in via Fontanella del Suffragio

Viterbo - Omicidio in via Fontanella del Suffragio - L'intervento della polizia [8]

Viterbo – Omicidio in via Fontanella del Suffragio – L’intervento della polizia

Viterbo – Una persona sola e in cerca di lavoro. Da qualche anno a Viterbo, privo di punti di riferimento. Una vita che racconta innanzitutto una condizione sociale. Dilagante nel centro storico. Lo specchio di un Paese. Una “città vecchia”, come nella poesia di Umberto Saba o nella canzone di Fabrizio De André.

“Gli piaceva suonare il pianoforte, lo raccontava spesso. Anzi, sperava che qualcuno lo contattasse per potergli dare lezione”, racconta una barista del centro.

Daniele Barchi, 42 anni. Massacrato con calci, pugni e schiaffi. Trovato morto martedì sera nella propria abitazione. In via Fontanella del Suffragio. A pochi passi da Corso Italia dove ogni giorno Daniele passava, spostandosi da un bar all’altro. Per poter mangiare qualcosa. Una foglia al vento.


Multimedia: Uomo ucciso nel centro storico [9] – Omicidio in via Fontanella del Suffragio [10] – Video [11]


Un’anima in pena. Al punto che qualcuno ha pensato di cavargliela via. A forza di botte. Come se nulla fosse. Lentamente, giorno dopo giorno. Finché carne e ossa non hanno più retto. E ha smesso di respirare. Chi gli ha messo le mani addosso, non solo l’ha ucciso, ma l’ha pure torturato. Lasciandolo morire. Con la pelle che brucia per il dolore. Come l’olio in pentola. Quanto deve aver fatto male, solo Daniele lo sa.

Una situazione di povertà assoluta che a Viterbo si riscontra spesso. Basta girare per le vie del centro storico. Buttare lo sguardo sulle gradinate davanti a quel che resta della chiesa di Santa Maria delle Fortezze accanto al parcheggio a pagamento di porta Romana. Oppure poco oltre porta San Leonardo dove ha sede la Caritas. Una città dove povertà ed emarginazione sociale crescono ogni anno. 

Tra indifferenza e tassi di disoccupazione che superano abbondantemente le medie nazionali. Oltre il 40% quella giovanile, al 16% il dato generale. E tutt’attorno alle mura cittadine, una periferia cresciuta a dismisura. E dove vive il grosso della popolazione. 

Viterbo, assediata dall’espansione dell’area metropolitana romana che ha già divorato, uno dopo l’altro, i paesi a sud della provincia. Un’espansione che porta con sé le contraddizioni e i drammi sociali di una metropoli che un piccolo centro urbano a mala pena sa gestire. Se non ricorrendo ad elemosinieri, luoghi comuni ed escamotage elettorali. Con tanto di pacca sulla spalla. 

“Lo aiutavamo spesso – prosegue la barista -, gli dicevamo di fermarsi e di prendere l’aperitivo senza poi dover pagare il conto. Veniva da noi tutte le sere, spostandosi di bar in bar durante il giorno”.

“A volte capitava anche di regalargli un pacchetto di sigarette – aggiunge un collega di un altro bar -. Gli volevamo bene tutti. Mai che chiedesse l’elemosina. Una persona dignitosa. Sapere che è morto, e morto in quel modo, è stato per tutti un duro colpo”.

 



Barchi è stato trovato cadavere il 22 maggio, poco dopo l’ora di cena, quando i soccorritori hanno fatto irruzione al civico 16 di Fontanella del Suffragio, trovandolo riverso sul pavimento dell’ingresso della sua abitazione. Volto tumefatto e corpo livido con tanto di ferite. Graffi ed escoriazioni, che da una prima ispezione non sarebbero sembrati profondi. Così le forze dell’ordine hanno trovato Daniele Barchi, probabilmente morto già da un giorno e torturato. Il procuratore capo Paolo Auriemma e il pm Stefano d’Arma hanno aperto un fascicolo per omicidio volontario, al cui interno compare il nome di un indagato, Stefano Pavani, 31enne viterbese fermato martedì sera e da mercoledì rinchiuso nel carcere di Mammagialla. Su di lui pendono “gravi indizi di colpevolezza”, hanno fatto subito sapere gli inquirenti.

“Un dramma della povertà – raccontano i vicini di casa -, lo vedevamo aggirarsi per strada col volto a terra e la sigaretta in mano. Negli ultimi tempi era dimagrito tantissimo, irriconoscibile, ogni giorno che passava. Diceva di essere stato sottoposto a un intervento chirurgico. Sapevamo poco di lui. Si lamentava spesso della mancanza di lavoro e soldi. Qualche volta parlava di politica”.



Daniele era comunista, così almeno si definiva sulla sua pagina Facebook. Foto profilo, e a mezzo busto la scritta “Io voto comunista”, riferendosi forse alle ultime elezioni. Occhiali sottili color argento, capelli corti, jeans, maglietta e scarpe, a volte da ginnastica, altre tipo mocassino. Accento pontino, con tonalità basse. Gli occhi sempre fissi in faccia. 

“Non era mai indiscreto – spiega invece uno dei clienti dei bar frequentati da Daniele -, qualche volta si fermava con gli anziani sotto al portico. Chiacchierava con loro del più e del meno. Leggeva il giornale, commentava le notizie. Ma non dava proprio l’impressione di avere legami, quantomeno duraturi”.



Del suo passato si sa ben poco. “Non ne parlava”, dice un vicino di casa. Online soltanto due documenti, dove compare il suo nome. Il primo è l’albo degli scrutatori del 2012 del comune di Gaeta. Il secondo riguarda l’attribuzione del reddito minimo ed è della provincia di Latina. Per il resto, nient’altro. Se non che è nato a Novi Velia in provincia di Salerno il 10 aprile 1976, per poi trasferirsi a Viterbo. Dove è stato ucciso. Massacrato di botte.

Daniele Camilli


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