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Scena aperta - A pochi giorni dalla chiusura delle stagioni teatrali in città, qualche considerazione e qualche proposta, magari per gli anni a venire

Questo teatro non è un “albergo”

di Paolo Manganiello

Caffeina - Paolo Manganiello

Paolo Manganiello

 

Viterbo - Uno spettacolo all'Unione

Viterbo – Uno spettacolo all’Unione

Viterbo – I teatri viterbesi hanno ospitato spettacoli e eventi culturali per tutto l’inverno. Alla fine delle stagioni potrebbe rimanere qualcosa in più, per i viterbesi, per il teatro e la sua tradizione.

Le stagioni teatrali a Viterbo si apprestano a terminare. Seguitissimi tutti gli spettacoli. A detta degli operatori, gli eventi hanno riportato ai viterbesi il piacere di trascorrere una serata a teatro, con tanto di attore famoso e di spettacolo ben congegnato. In città tutto ciò mancava da tempo.

Si è riusciti a recuperare anche quel clima, quell’atmosfera e quell’intimo tepore del “vedere dal vivo insieme” che è valore aggiunto e obiettivo, al contempo, di una sana proposta culturale.

Ora è interessante chiedersi cosa rimarrà di tutto questo. Quanto queste stagioni hanno influenzato i gusti del pubblico. Se il palato dello spettatore, fino allo scorso anno poco avvezzo, si è affinato grazie alle proposte dei due teatri in città.

Forse non è cambiato nulla? Forse è rimasto tutto tale e quale a prima tranne che per qualche serata trascorsa al buio di una platea?

Naturalmente questa vuol essere una mera provocazione, ma anche uno sprone.

La domanda potrebbe essere un’altra: cosa resta di uno spettacolo teatrale dopo che la compagnia smonta le scene, spegne le luci e se ne torna a casa?

Tutti gli spettacoli sono per definizione effimeri. Una volta che la rappresentazione è terminata, non esiste più. Il teatro, invece, non è effimero. Il teatro ha la medesima “durata” dell’operare degli uomini e della loro cultura. Alcune proposte teatrali, non solo spettacoli, costruiscono teatro, cioè creano uno spazio che va oltre lo spazio dello spettacolo (effimero, si diceva), costruendo uno spazio teatrale più duraturo. Questo avviene perché lo spettatore – nel migliore dei casi – è portato a compiere un’operazione attiva di costruire nella propria memoria l’esperienza che ha vissuto durante lo svolgimento degli spettacoli e durante ciò che è offerto a mo’ di corredo degli stessi. L’attivazione della memoria genera una durata che non appartiene più all’effimero dello spettacolo, ma riguarda la lunga durata del teatro.

Fabrizio Cruciani, storico del teatro e docente al Dams di Bologna, aveva già spiegato tutto questo, con precisione e chiarezza assoluta, già alla fine degli anni ’80.

Con questo si vuole qui sottolineare quanto sarebbe importante affiancare alle proposte di spettacoli, nelle diverse stagioni, e non solo, percorsi formativi anche a vari livelli, utili a creare quella “memoria”, che a sua volta genererebbe teatro, e che aiuterebbe a far rimanere vivo e duraturo quanto viene visto e partecipato. Naturalmente questo tipo di proposta dovrebbe essere appoggiata e organizzata a stretto contatto con le istituzioni, affinché sia parte integrante delle stagioni stesse. Incontri prima e dopo gli spettacoli, nei teatri stessi e nelle scuole, lezioni aperte su tematiche relative ai testi proposti, lavoro attivo sui diversi generi di teatro in cartellone, questi potrebbero essere alcuni dei percorsi da proporre al pubblico viterbese. In tal modo lo spettacolo diverrebbe solo “la punta dell’iceberg” di un assai più sostanziale progetto culturale. L’esempio, quasi scontato, per far capire meglio questa prospettiva, potrebbe essere quello che prevede una partecipazione degli spettatori, avvertiti e preparati prima dell’evento, ad un allestimento.

Le produzioni “in loco” potrebbero avere un ruolo determinante. E’ un dato di fatto che riuscire a seguire un allestimento di uno spettacolo o parte di esso, partecipando alle prove, conoscendo da vicino la compagnia ospite, gli attori e gli organizzatori, laddove possibile, può essere un forte incentivo per interessare maggiormente i giovani al Teatro in tutta la sua complessità.

Viterbo, piccola comunità, con persone interessate a queste proposte culturali, potrebbe divenire anche cuore pulsante di un Teatro che, oltreché ospitare, sia centro di produzione e luogo nel quale compagnie teatrali e non, allestiscono i propri spettacoli. I teatri di Viterbo devono ospitare, ma non solo, devono produrre, creare quindi lavoro, interesse e soprattutto devono sensibilizzare. Le scuole, le università, i laboratori teatrali (a Viterbo ce ne sono molti) potrebbero così seguire e conoscere da vicino i mestieri del Teatro, appassionandosi a qualcosa che va oltre il singolo spettacolo che viene, fa e se ne rivà.

I nostri teatri non sono solo degli “alberghi” che possono solo ospitare. Viterbo ha una lunga e sana tradizione alle spalle.

Negli anni ‘ 70, ’80 e poi durante i primi anni ’90 all’Unione ci si andava per conoscere, non solo per vedere gli spettacoli. Con una giusta guida ed un vero interesse da parte degli amministratori, tutto questo potrebbe essere di nuovo consuetudine, anche con una certa facilità di gestione delle iniziative.

I teatri non sono solo degli “alberghi”, possono essere industrie culturali e creative, utili ad illuminare dall’interno la comunità in una prospettiva aperta soprattutto alle giovani generazioni e a chi il teatro lo ama, non solo in vetrina, sul palco, ma anche in tutte le sue manifestazioni: dall’ultima delle tavole del palcoscenico fino ad arrivare all’attore di grido che recita il suo Amleto.

Paolo Manganiello

21 maggio, 2018

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