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L'opinione del sociologo

Il ballottaggio tra Arena e Frontini apre scenari insoliti

di Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Risultati tutto sommato attesi, quelli elettorali del 10 giugno a Viterbo, che costituiscono un po’ gli effetti di due diverse tendenze: da un lato il taglio strutturalmente moderato, di centrodestra dell’elettorato locale, che solo nell’ultimo quinquennio era stato temporaneamente scalzato dal centrosinistra con la candidatura (non a caso moderata) di Leonardo Michelini; dall’altra il montare di forze innovatrici, non ascrivibili al tradizionale asse destra-sinistra, come si sta verificando anche nel resto del Paese.

A ben vedere, quindi, si sono delineate tre posizioni. Innanzitutto, il blocco di centrodestra, compatto, sostanzialmente equilibrato nelle componenti, che ha espresso la candidatura di Giovanni Arena, autodefinitosi l’”usato sicuro”.

In secondo luogo, uno schieramento “innovatore”, ma eterogeneo, costituito da formazioni per lo più non sovrapponibili e comunque in crescita, che ha avuto in Chiara Frontini l’espressione più agguerrita, più progettuale e più organizzata, e che ha reso il M5s incapace di attecchire come altrove.

In terzo luogo, le forze già ricomprese nel Pd, che si sono spezzate in due tronconi, mancando la possibilità di partecipare al ballottaggio e mettendo a nudo in fin dei conti quello che è stato il punto potenzialmente debole del centrosinistra, cioè la convivenza non sempre serena tra la componente democristiana (fioroniani, qui) e quella socialcomunista (panunziana, qui), icone di un progressismo delle idee a cui spesso non ha fatto da riscontro il progressismo nelle strategie sul territorio.

Ora, il ballottaggio tra Giovanni Arena e Chiara Frontini apre scenari insoliti per Viterbo, seppur in linea con i trend complessivi della politica italiana di questo scorcio di secolo.

Apparentemente non c’è partita tra il 40 percento del primo e il 17 percento della seconda, difficilmente con questo gap nei ballottaggi amministrativi c’è stato un ribaltone. Ma vanno fatte alcune osservazioni.

Giovanni Arena ha raccolto un 4,5 percento in meno rispetto ai voti delle sue liste, fenomeno questo diffuso nei partiti tradizionali, che hanno una articolazione interna più elevata e quindi presentano mal di pancia personalistici più diffusi (non a caso accade anche nel Pd, dove la Ciambella raccoglie quasi due punti in meno delle liste collegate). Inoltre, apparentemente Arena ha fatto anche il pieno del suo bacino elettorale. Probabilmente, per evitare sorprese, dovrà aggiungere un pizzico di innovazione, di “utopia creatrice”, al suo programma.

Chiara Frontini al contrario, come avviene per gli schieramenti innovatori concentrati su uno specifico personaggio carismatico, raccoglie oltre due punti e mezzo in più delle sue liste, segno che c’è un elettorato potenziale che la guarda comunque con curiosità e attenzione.

In teoria, appartenendo allo schieramento “innovatore” il bacino elettorale della Frontini potrebbe estendersi, ad esempio verso quello di Rossi e verso quello del M5s; più difficilmente verso quello di Serra e della Celletti, che rappresentano orientamenti ideologicamente più strutturati. E’ qui che probabilmente la Frontini dovrà muovere parte delle sue strategie, ad esempio accordando maggiore attenzione ad alcuni settori “sociali” che nel suo programma appaiono meno evidenziati.

La situazione è comunque talmente fluida da non permettere alcuna faciloneria nelle previsioni. Tutto questo, al netto degli eventuali “apparentamenti” (oprattutto da parte di chi è in svantaggio) che potranno essere studiati e proposti nelle prossime due settimane che ci dividono dal ballottaggio.

A caldo, ciascuno dei due contendenti asserisce ovviamente di voler andare per proprio conto ma, soprattutto nel caso di chi è distanziato nel punteggio, non si possono avviare strategie naif per conquistare quella fetta di elettorato che al primo turno ha guardato altrove.

Qualcuno poi si chiede che cosa farà il Pd, anzi di fatto i due Pd. Se ne staranno alla finestra a godersi lo spettacolo, con il rischio di restare di fatto esclusi dallo scenario (quanto meno consiliare) dei prossimi cinque anni, o almeno uno dei due tenterà una strategia che consenta un qualche rientro in pista?

Quel che ci si augura è che, vinca l’uno o l’altra, si avvii per Viterbo un quinquennio di cambiamenti virtuosi e soprattutto coraggiosi; in questi casi non conta essere di destra, di sinistra, di sopra o di sotto, è necessario piuttosto saper guardare al futuro da prospettive nuove, in piedi sui banchi come i ragazzi de L’attimo fuggente.

Francesco Mattioli

13 giugno, 2018

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