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L'opinione del sociologo - Un contributo ai dibattiti attuali

Cultura, a Viterbo una visione pericolosamente riduttiva

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Francesco Mattioli

Viterbo – Francesco Mattioli

Viterbo - La loggia di Palazzo dei Papi

Viterbo – La loggia di Palazzo dei Papi

Viterbo – Cultura è un termine che ricorre spesso, in questi ultimi tempi, con varie accezioni: non solo quelle legate ai “beni culturali”, ma anche quelle legate a modelli ideali positivi, come la cultura della legalità, la cultura dell’ambiente, la cultura dello sport, la cultura della salute, ecc. giungendo a coinvolgere gli “stili di vita”.

In particolare, nelle scienze sociali si distingue tra cultura ideale (credenze e valori) e cultura materiale (tipologia delle risposte ai bisogni), ma poi al generico termine di cultura, troppo spesso confuso con etnia (innescando spiacevoli discorsi di etnocentrismo) si è andato preferendo il concetto di “modello culturale”, che dà l’idea della molteplicità, della dinamicità e quindi della complessità della cultura. Peraltro, in questa prospettiva si dà conto anche dell’esistenza delle subculture, restituendo così il quadro di una società plurale, policentrica, polisemica, articolata e flessibile.

Quel che è importante capire è che la cultura è molte cose assieme. E’ certamente bene storico-artistico, è certamente proposta letteraria e filosofica, è certamente spettacolo nel senso di performance pubblica (ad esempio teatrale) ma è anche folclore, tradizioni, memoria collettiva; è anche conoscenza tecnico scientifica (che solo in Italia, ahimè, a causa di certo crocianismo è stata considerata cosa da “vili meccanici”). E’  anche modello di vita e quindi di relazioni fra le persone e rapporto tra le persone e l’ambiente; è anche costume e quindi modalità con cui porsi di fronte al mondo, all’esterno, alle dinamiche che si svolgono intorno a noi.

Sia sufficiente, a riguardo, la definizione di cultura elaborata dall’Unesco (1982): “La cultura può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze”.

Se mai lo è stato, di certo oggi la persona di cultura non è tanto il bibliofilo incallito, il filosofo da salotto letterario, il melomane o il collezionista d’arte, ma colui che (sulla base di una conoscenza critica) è in grado di interpretare il mondo, di cogliere la direzione e il senso del cambiamento, di contribuire alla costruzione di senso della realtà umana, a fondere in un solo significato la produzione artistica e letteraria con la difesa del paesaggio, la tutela della persona umana con il patrimonio folclorico, l’etica con la tecnologia. Ancora, all’ uomo e alla donna di cultura sta il compito di dare un senso unitario ai luoghi, interpretandoli in una logica sistemica di carattere e di vocazione glocale.

In parole più semplici, fare cultura significa assegnare al monumento o al pezzo d’arte la funzione non solo di frasi apprezzare ma di ricostruire un specificità locale in una prospettiva globale. Alla manifestazione folclorica (non folcloristica) quella di comunicare una narrazione identitaria che si snoda nel tempo storico; alla protezione e alla valorizzazione dell’ambiente il compito di formare i cittadini ad una condizione di vita ecosostenibile. Alla stagione teatrale di avvicinare un pubblico eterogeneo alle principali problematiche umane di oggi e di ieri, che siano viste in chiave drammatica, comica o spettacolare. Che la mostra d’arte attragga non solo turisti ma soprattutto provochi e formi alla conoscenza le vecchie e le nuove generazioni. Che un qualunque progetto culturale sia il prodotto di una negoziazione virtuosa con il territorio, offrendo provocazione, utopia, incitamento ad andare oltre i limiti angusti dell’orizzonte provincialista.

Ciò premesso, va apprezzato che nell’attuale dibattito sulle “magnifiche sorti e progressive” di Viterbo, il termine cultura sia stato utilizzato spesso. Tuttavia temo che se ne sia privilegiata soprattutto una accezione tradizionale: quello di “bene” storico-artistico-monumentale da sfruttare per lo sviluppo economico della città in chiave turistica.

A riprova, si leggano i propositi esposti dai vari candidati nella recente campagna elettorale. Niente di male, per carità, ma è chiaro che in tal modo se ne dà una visione pericolosamente riduttiva. Si veda ad esempio come sono stati impostati a suo tempo i progetti per i ricorrenti concorsi nazionali a “capitale della cultura” che, a Viterbo, sono stati sempre interpretati (anche contro la volontà di taluni progettisti) come mera esibizione del patrimonio etrusco, medievale e rinascimentale, e quindi con una accezione prettamente “storico-artistica” di cultura. Con esiti negativi, perché insufficienti a dar conto di ciò che oggi si vuole intendere per cultura.

Se mai la cultura divenisse a qualsisia titolo meramente forma umanistica, se ne snaturerebbe proprio la sua identità, cioè la sua funzione formativa, la sua natura di espressione collettiva, di “prodotto storico calato nella storia”, di produzione di valori, di costumi, di concezioni del mondo che vanno al di là dell’estetica e coinvolgono piuttosto l’etica della condizione umana di ieri e di oggi.

Il sindaco di Viterbo, e con lui l’assessore alla Cultura, dovranno possedere questa specifica abilità: coniugare l’eredità artistico-monumentale della città (certamente da tutelare, valorizzare e “sfruttare” anche in senso economico) con le altre espressioni culturali che devono caratterizzare e permeare la comunità viterbese: dalla cultura dell’accoglienza alla cultura della partecipazione, dalla cultura del termalismo alla cultura del benessere, dalla cultura del turismo alla cultura del folclore.

E’ cultura concepire una città policentrica. E’ cultura convincere i viterbesi a farsi “cittadini del mondo”. E’ cultura tenere puliti una strada e un parco o modificare le abitudini e le modalità degli spostamenti urbani. E’ cultura spingere sulla formazione delle nuove generazioni in chiave civica e fornire loro spazi di incontro e di impegno collettivo.

E’ ben vero che parte di queste operazioni saranno affidate a differenti deleghe politico-amministrative, ma non potranno andare a buon fine se non ci sarà, dietro e intorno ad esse, una “spinta culturale” unitaria. Una spinta su cui il ruolo guida e di responsabilità personale del sindaco, e quello specialistico di un assessore, eserciteranno uno sforzo particolare. Così, che l’assessore alla Cultura sia un tecnico o meno, la sua funzione dovrà essere fortemente “politica”, nel senso di saper coinvolgere la gente, di saper scegliere e dettare un itinerario, di battersi per una progettualità culturale trasversale, pluridimensionale e innovativa; e dovrà impedire che Viterbo si perda in battaglie di retroguardia praticando una cultura tradizionalista o vivendo soltanto di rendita sui patrimoni (certo imponenti ma potenzialmente muti) che ci hanno lasciato i nostri progenitori.

Un buon libro o un bel quadro fanno cultura quando, come i semi, cadono in un terreno ben lavorato, cioè in un contesto culturale aperto al pensiero critico, al cambiamento, alla voglia di crescita, ad una visione aperta sul mondo. Altrimenti rischiano di farsi feticci di un onanismo culturale meramente salottiero e si coprono della polvere di un tradizionalismo autoreferenziale e persino criptomisoneista.

Francesco Mattioli
Già ordinario di Sociologia dei processi culturali all’università di Roma La Sapienza


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17 giugno, 2018

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