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Bancarotta del Perfidia - La difesa di Moltoni chiede riapertura dell'inchiesta sui fratelli Sacconi

“Fu tagliato il tubo dell’acqua per dare il colpo di grazia alla discoteca”

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Chicco Moltoni

Chicco Moltoni

L'avvocato Samuele De Santis

L’avvocato Samuele De Santis

Viterbo – “Per dare il colpo di grazia al Perfidia, fu tagliato il tubo dell’acqua”. Era il 3 maggio 2012 e l’interruzione della fornitura idrica, secondo l’avvocato Samuele De Santis, causò di fatto la fine dell’attività della discoteca sulla Cassia Sud.

Il legale, che nella vicenda del crac del locale assiste Chicco Moltoni, ha chiesto ieri al gip Francesco Rigato di riaprire l’inchiesta nei confronti di Alessio Sacconi, e anche del fratello Mauro, dopo la richiesta di archiviazione da parte della procura, risalente all’ottobre 2015.

Obiettivo, dimostrare che Moltoni, rinviato a giudizio per il fallimento della storica discoteca del capoluogo, ufficializzato il 5 dicembre 2012, è la parte offesa. Una parte offesa pronta a rilanciare davanti al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Viterbo.

De Santis, motivando la sua richiesta, ha infatti chiesto, oltre a ulteriori accertamenti su entrambi i fratelli Sacconi, che il fascicolo inizialmente aperto per appropriazione indebita venga ampliato ai reati di truffa aggravata, violenza privata ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni. 

“Violenza privata ed esercizio arbitrario delle proprie ragioni, in merito al taglio violento dell’approvvigionamento idrico”, sottolinea il difensore.

“Si è trattato solo dell’ultima di una serie di azioni finalizzate al fallimento della Piano Alto srl, o comunque alla sua definitiva chiusura, impedendo la gestione ordinaria dell’attività”, spiega. 

Al centro della vicenda, il crac della “Piano Alto srl”, la società conosciuta nel mondo della movida viterbese per la gestione della discoteca Perfidia.

Dopo tre stagioni entusiasmanti, un fallimento da più di un milione e 800mila euro datato 2012, cui ha fatto seguito un’inchiesta durata tre anni: “Quando la società, per i primi anni di vita, sembrava aver fidelizzato un numero massiccio di clienti, tale da non dover affrontare criticità”. 

Moltoni è stato amministratore della Piano Alto, da gennaio a maggio 2012. Prima di lui, da aprile 2009 a dicembre 2011, c’era un 46enne, uscito dal processo patteggiando davanti al gup una condanna a un anno e otto mesi. “La stessa guardia di finanza  – ricorda De Santis – pone l’accento sulle evidenti contraddizioni emerse nell’ambito delle indagini successive al fallimento”.

Il legale, nella sua memoria intitolata “Cui prodest”, definisce “patto scellerato” l’accordo con la concorrenza del 2011, alla vigilia della quarta stagione: “Lesivo della situazione finanziaria, già critica, della società, della quale la famiglia Sacconi era la vera amministratrice, arrivando dopo la definitiva debacle della discoteca a regalare le quote al proprio avvocato, il quale ha immediatamente proceduto a denunciare Moltoni al fine evidente di portare direttamente i libri in tribunale”.

“Il fallimento della società e la restituzione dell’immobile alla proprietà ha creato un indebito vantaggio economico-patrimoniale alla famiglia Sacconi”.

Al termine dell’udienza, celebrata a porte chiuse, il gip Rigato si è riservato. 

Silvana Cortignani


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2 giugno, 2018

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