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Tribunale - Vasanello - Si difende il produttore di nocciole che con un complice avrebbe picchiato e sequestrato un dipendente e il cognato

“Non li ho picchiati, ma ho scoperto che avevano rubato gli attrezzi”

Viterbo - Un'aula del tribunale

Viterbo – Un’aula del tribunale

Vasanello – (sil.co.) – “Gli ho detto ‘fammi vedere come si apre sta porta senza le chiavi’, gli ho chiesto se secondo lui i ladri avessero volato, poi li ho mandati affanculo. Ero incazzato nero, ho detto parolacce, gli avrò anche dato qualche spinta, ma non ho picchiato nessuno, né li ho chiusi nella botola dell’officina col bob cat sopra”.

Si è difeso con le unghie e con i denti il produttore di nocciole 32enne di Vasanello accusato con un presunto complice, un 35enne originario dei Balcani, di estorsione e sequestro di persona. Vittime un dipendente e il cognato, ritenuti responsabili di un furto di attrezzi agricoli scoperto il giorno dell’aggressione. 

“Non li ho picchiati, ma ho scoperto che avevano rubati gli attrezzi”, ha detto davanti alle presunte vittime, che erano in aula. 

Secondo l’accusa, la sera di lunedì 23 gennaio 2017, la coppia avrebbe attirato in trappola i due uomini all’interno di un capannone dell’azienda, picchiandoli con una spranga di ferro, facendoli minacciare con una pistola da un “terzo uomo”, quindi gettandoli nella botola per meccanici, sigillata con una griglia di ferro e un bobcat parcheggiato sopra, dove sarebbero stati rinchiusi al buio per mezzora prima di essere liberati dagli stessi aguzzini. 

Ieri entrambi gli imputati si sono difesi davanti al giudice Giacomo Autizi, raccontando la loro versione della storia, diametralmente opposta a quella delle presunte vittime, una sola delle quali si è costituita parte civile al processo. L’imprenditore è finito ai domiciliari alla vigilia di ferragosto, sette mesi dopo i fatti, e attualmente è sottoposto a obbligo di firma e di dimora. Il presunto complice, invece, è tuttora ai domiciliari nel carcere sardo dove è detenuto per altri motivi. 

“Non è vero niente – ha detto l’imprenditore – sono venuti loro col dire che con qualche telefonata e un po’ di soldi forse si potevano riavere indietro gli attrezzi, tutti spariti senza segni di scasso da un capannone superblindato, le cui due chiavi solo io e il dipendente sapevamo dove fossero, perché nel weekend mi aveva chiesto di prestargli una vettura e una motosega per andare a fare la legna. Non poteva che essere stato lui. C’erano stato tanti campanelli d’allarme, ma io non li ho ascoltati. Per cui quella sera ero incazzato e ho messo nei guai anche il mio amico, che ha fatto solo da paciere”.

“Li ho cacciati via – ha proseguito – preannunciandogli che se la mattina successiva non avessi trovato tutti gli attrezzi rubati al loro posto, sarei andato a sporgere denuncia dai carabinieri, cosa che ho fatto. E con l’occasione ho denunciato anche le decine di messaggi ricevuti durante la notte, che ho trovato al risveglio sul cellulare, in cui c’era scritto ‘guarda cosa hai combinato’ e si parlava di una pistola… poi ho capito, avevano già predisposto la ‘favola’, perché chi mi accusa ha capito che aveva perso la mia fiducia e che avrebbe perso anche il lavoro. Glielo avevo detto chiaro e tondo”. 

Si torna in aula per la discussione il 12 luglio, giorno in cui è prevista anche la sentenza. 

15 giugno, 2018

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