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Sette chili di droga nel casolare - La procura spiega i motivi per cui è bene che la coppia di imprenditori resti in carcere

“Non semplici pusher, ma fornitori all’ingrosso del mercato viterbese”

di Silvana Cortignani
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Viterbo - La polizia davanti al tribunale

Viterbo – La polizia davanti al tribunale

 

Franco Pacifici

Franco Pacifici

 

Il capo della squadra mobile Donato Marano

Il capo della squadra mobile Donato Marano

Viterbo – Sette chili di droga stipati in un casolare alle porte del capoluogo, sufficienti a confezionare oltre 29mila singole dosi di stupefacente: 1287 di cocaina e ben 27.720 tra hashish e marijuana. “Non semplici pusher, ma fornitori all’ingrosso del mercato viterbese”, secondo la procura. 

Numeri allarmanti, in una città come Viterbo, in confronto ad altre realtà “isola felice” sul fronte criminalità. Ancora più preoccupanti, se si considera la giovane età degli indagati trovati in possesso dell’ingentissimo quantitativo di stupefacenti.

Nel frattempo, mentre il giovane arrestato in flagrante lo scorso 14 ottobre (un viterbese di 32 anni) dopo neanche un mese ha ottenuto i domiciliari dal riesame, lo stesso tribunale ha invece confermato la misura di custodia cautelare in carcere per la coppia di imprenditori (anch’essi trentenni) finiti in manette lo scorso 4 maggio, a distanza di sette mesi da quando furono fermati assieme al presunto complice.

Prove pesanti quelle raccolte a carico della coppia dagli investigatori nel prosieguo delle indagini, coordinate dal pm Franco Pacifici e condotte dalla squadra mobile diretta da Donato Marano.  

L’ingente quantità di stupefacenti di vario tipo sequestrati nel casolare avrebbe portato alla luce un traffico gestito direttamente dai due indagati, nelle vesti non di semplici spacciatori ma di fornitori. Il cui ruolo di vertice sarebbe emerso in maniera chiara e inequivocabile dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, scattate in seguito al blitz dello scorso autunno. La coppia, secondo gli inquirenti, avrebbe puntato a diventare un punto di riferimento tra i piccoli pusher e gli assuntori del capoluogo, con un potenziale giro d’affari per migliaia di euro. 

Solo la cocaina, per un totale di 520 grammi, avrebbe un valore di mercato superiore ai 30mila euro. Il resto consisterebbe in circa tre chili e 200 grammi di hashish e circa tre chili di marijuana, per un potenziale profitto, per gli spacciatori, attorno ai 35mila euro. 

Cifre da record quelle emerse dalle analisi dello stupefacente sequestrato:  1287 dosi, calcolando la sola cocaina; mentre tra hashish e marijuana ci sarebbe sostanza sufficiente a confezionare qualcosa come 27.720 dosi. 

Un vero e proprio supermercato all’ingrosso della droga, stroncato dalle indagini di polizia giudiziaria coordinata dalla procura, cui hanno dato ragione sia il gip del tribunale di Viterbo, emettendo l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, sia i giudici del tribunale della libertà che, nel caso della coppia, rigettando l’istanza dei difensori Domenico Gorziglia e Remigio Sicilia,  sembrerebbero avere confermato in toto l’impianto accusatorio del pm Pacifici (anche se per saperne di più bisogna aspettare le motivazioni). 

Il pubblico ministero, a un mese dall’arresto, non ha sentito di dover ascoltare i due trentenni, che sono stati invece lungamente sentiti in carcere dal gip Savina Poli lo scorso 7 maggio, durante l’interrogatorio di garanzia. Fermo restando che la difesa, se lo considera opportuno, ha facoltà di chiedere un colloquio col magistrato titolare dell’inchiesta. 

Le indagini, nel frattempo, proseguono senza sosta e a 360 gradi. La coppia, la cui “personalità” è stata al centro della discussione del pm Pacifici davanti al tribunale del riesame, avrebbe dimostrato di avere appeal nei confronti di un numero rilevante di soggetti. Abbastanza da convincere i giudici capitolini a fare un distinguo tra la posizione dei due giovani e quella del presunto complice, che pur essendo tuttora ai domiciliari ha potuto lasciare Mammagialla nel giro di pochi giorni. 

Nessun dubbio, da parte del pm, sull’opportunità che gli imprenditori restino in cella. “Mi auguro che maturino le condizioni perché non debbano restare a lungo ristretti in carcere – ha sottolineato nella mattinata di ieri il magistrato, durante un breve briefing con la stampa in procura  – ma è necessario, nel corso delle indagini, che vi sia un mutamento dell’atteggiamento che li ha portati a subire tale misura. In generale ogni magistrato agisce nell’interesse del cittadino e un’azione di questo tipo è indirizzata anche nei confronti di coloro che hanno sbagliato, nella fattispecie dei due indagati. Prendano consapevolezza che non si può vivere nell’illegalità, danneggiando sé e gli altri”. 

“Sette mesi fa, quando sono stati sentiti per una notte in questura, non c’erano elementi per l’arresto, tanto più che uno dei due risulta incensurato. Adesso pensiamo si tratti della punta dell’iceberg”,  ha spiegato il dirigente dell mobile, Marano, anch’egli presente in procura. D’accordo con Pacifici nel sottolineare che oltre al ruolo di prevenzione e contrasto spetti all’autorità giudiziaria anche il recupero alla legalità delle persone coinvolte.

“E’ chi delinque che deve avvicinarsi alla società, non viceversa. Non con un intento punitivo, ma di aiuto ai due imprenditori, il cui atteggiamento, la cui personalità, così come emersa nel corso delle indagini, non è in linea con la giovane età degli indagati. Per far capire loro che è meglio che smettano”, ha ribadito Pacifici, sottolineando come si tratti di una delle operazioni antidroga più significative, per quantitativi di sostanza sequestrati, mai messe a segno nel capoluogo. 

Silvana Cortignani


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2 giugno, 2018

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