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La grande politica

Sandro Pertini presidente col cuore

di Renzo Trappolini

Renzo Trappolini con Sandro Pertini e Cecilia Gasdia

Renzo Trappolini con Sandro Pertini e Cecilia Gasdia

Sandro Pertini

Sandro Pertini

Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Una sera del marzo 1985, a Buonos Aires, di ritorno all’Hotel Plaza dove alloggiava Sandro Pertini in visita ufficiale, il portiere ci avvertì che il presidente aveva improvvisamente deciso di andare a Mosca per i funerali di Cernenko, uno dei capi meno ricordati dell’Unione Sovietica.

Qualcuno pensò trattarsi di un modo per consolidare l’amicizia col Pci, determinante per un suo eventuale bis al Quirinale. Ma non era così.

Lui, che a ottantadue anni, nel 1978, era stato eletto capo dello Stato – ed ascoltando il suo primo discorso un intelligente scanzonato imitatore come Alighiero Noschese aveva pianto – sapeva, e gli piaceva, esser protagonista, adorato dalle folle, stare ovunque potesse al centro dell’attenzione.

Così, quella sera, incurante dei consigli di Giulio Andreotti che lo accompagnava – mentre Susanna Agnelli, sottosegretario agli esteri, a cena con noi, niente sapeva – ordinò il rimpatrio. Gli argentini non gradirono e il suo aereo ebbe strane avarie costringendolo ad una forzata attesa notturna, finchè non fu tolto da uno dei motori un corpo estraneo il quale, chissà come, c’era entrato.

Non importa. La platea internazionale della Piazza Rossa lo attraeva di più.

Quel che contava in quel periodo per lui, ma anche per gli italiani colpiti da forte crisi economica e soprattutto dal terrorismo, era “il cuore”, il ritrovare cioè un Capo, Pertini, con cui avere sintonia e fiducia, un saggio vecchio da cui prendere coraggio per proseguire. ( Toto Cotugno,si sentiva “italiano vero con un partigiano come presidente”).

Non mancò, perciò, mai un bagno di folla e neanche un funerale, da quello di due papi a quelli degli assassinati dal terrorismo, l’operaio Guido Rossa, il magistrato Alessandrini, il capitano Varisco, il maresciallo Taverna, Bachelet – per citarne alcuni – e, delle Brigate Rosse, appena eletto disse: “Quei criminali che usurpano il nome delle Brigate Rosse (partigiane) mi hanno minacciato. Bene, eccomi! Si facciano avanti, ma li avverto che da morto darò fastidio più che da vivo”. La gente apprezzò e i brigatisti lo presero sul serio.

Andò a rendere omaggio al feretro di Almirante, fondatore del Msi, il partito epigono del fascismo che aveva combattuto e da cui era stato combattuto duramente. Vegliò sull’aereo presidenziale il capo dei comunisti, Enrico Barlinguer, nel rientro a Roma e quando i capi del suo partito, il Psi, Craxi ed il vice, Claudio Martelli, lo rimproverarono per questa emotivamente straordinaria “sponsorizzazione” che fece aumentare voti ai comunisti, egli rispose a bruciapelo: “Voi due fate una cosa, andate a Verona, suicidatevi sulla tomba di Giulietta e io vi riporto a Roma in aereo, così vediamo quanti voti prende il partito”.

Socialista fin da giovanissimo, fu ripetutamente arrestato, esiliato in Francia dove fece il muratore, condannato a 10 anni, confinato a Ponza e Ventotene. Quando la mamma chiese per lui la grazia, la rifiutò con sdegno, rimproverandola.
Libero dopo l’8 settembre, fu partigiano e rappresentante del Psiup nel Comitato di Liberazione Nazionale, ma i rapporti con i socialisti furono e rimasero sempre tesi. E non mancava di sottolinearlo, come ci disse in un’udienza, rimarcando come il suo partito avesse tenuto a lungo “uno come me fuori dagli organi direttivi”.

D’altronde, il socialista di sinistra Riccardo Lombardi lo considerava “cuor di leone sì, ma…cervello di gallina” e Pietro Nenni lo ricordava negli anni passati insieme a Ponza, “intento a leggere L’Intrepido (un giornalino a fumetti) ed a giocare a carte coi guardiani. Pronto, però, quando parlavano di politica a invocare il popolo sulle barricate. Per lui la politica era solo quello”. Arrivato al Quirinale, a Maccanico, il segretario generale che gli preparava la squadra di staff, raccomandò di “non mettergli tra i piedi troppi socialisti”.

Fu lui però a nominare il primo capo del governo socialista, Bettino Craxi commentandone così l’incontro al Colle:” Quell’incosciente ha accettato senza batter ciglio, alzando le braccia per la gioia. E pensare che, quando mi offrirono la presidenza della repubblica, io diventai pallido come un morto, al punto che volevano chiamare un medico”.

Tutto cuore, dunque, coraggio, estemporaneità, passione ed empatia con la gente. Doti di cui l’Italia ebbe bisogno allora e delle quali mantiene ancor oggi un ricordo trasversalmente nostalgico.

Un populista ante litteram come quando fu contrario, da presidente della Camera, all’aumento delle indennità parlamentari e nel suo primo viaggio, da neo eletto presidente della repubblica, a Stella sulla tomba dei genitori, pretese di comprare con i propri soldi il biglietto aereo, fare la coda al check in e cambiare da solo l’acqua dei fiori al cimitero.

Rimase fermo per ore a Vermicino di fronte al buco dove era sprofondato un povero bambino, Alfredino Rampi, ma in diretta tv; irato, a reti unificate, contro una classe politica colpevole negli aiuti ai terremotati d’Irpinia; alla ricerca di localini tipici nelle capitali dove andava in visita ufficiale ma anche della discoteca di lusso il Regine di New York o, con i reali di Spagna a vedere ballare il flamenco. Ovunque suscitando entusiasmo e simpatia.

Perfino alla borsa di New York dove l’applauso di cortesia degli operatori fu accompagnato, all’americana, dall’inusuale lancio verso la sua tribunetta di fasci dei foglietti delle contrattazioni.
E chi non lo ricorda esultante sugli spalti a Madrid per la vittoria italiana ai campionati di calcio del 1982 e, poi, immortalato nella mitica partita a settebello con Causio e Bearzot?

Protagonista voleva essere sempre, anche in quel gioco, dove “non poteva” perdere. Ne sa qualcosa Massimo D’Alema, quando sull’aereo che li portava al funerale di un altro capo russo, Andropov, ebbe la malaugurata idea di schernirlo per un calo di carta inopportuno. Pertini lo maltrattò e toccò ad Andreotti, che giocava in coppia col presidente, risolvere il caso con una interpretazione ad usum delphini delle regole del settebello per assicurare la rivincita presidenziale e ammonire sornione il giovane temerario “Caro Massimo, non si fa perdere un capo dello Stato, specie se si chiama Pertini e per di più dopo averlo sfottuto”.

Così era l’uomo tutto cuore ed intemperanza che arrivò nel 1978 al Quirinale (da cui un’ingiusta e volgare campagna di stampa – della quale poi Pannella chiese scusa – aveva cacciato Giovanni Leone). Fu eletto senza l’entusiasmo dei suoi che avevano invece candidato Antonio Giolitti.

Mai dimentico della lunga età (spesso comodo paravento) e delle vicissitudini trascorse: “dall’ergastolo, diceva, al Quirinale, dal Quirinale al cimitero. Potrebbe essere l’argomento per una commedia di Eduardo De Filippo” (che poi nominò senatore a vita).
La gente lo adorava. Con i giovani aveva un feeling da nonno a nipoti che mai aveva avuto perché senza figli e li accoglieva per parlarci amabilmente nelle sale del Palazzo che faceva aprire per le scolaresche.

La stampa stravedeva per lui e gli perdonava scatti d’umore ed errori, come il licenziamento in tronco dell’incolpevole suo addetto stampa, il giornalista Antonio Ghirelli. Meno i rivali politici, che talora ne parlavano “malissimo”e Indro Montanelli per il quale “non bisogna essere socialisti per amare Pertini, uomo onesto, coraggioso, coerente con le sue idee, anche perché ne ha pochissime” o ”Quando Pertini è apparso in video alla premiazione del concorso ippico il cronista ha commentato: Anche i cavalli come vedete sono gentili col presidente”.

I grandi della terrane avvertivano il fascino, compresi i papi, Paolo VI che lo ricevette tre giorni prima di morire e Giovanni Paolo II del quale, nel corso di quella udienza sopra ricordata, ci parlò a lungo. L’aveva appena visitato al Policlinico Gemelli dov’era ricoverato per la revolverata di Alì Agca e il presidente ci teneva a dirsene amico. Andò spesso a cena da lui ed a vederlo sciare. Lui ateo ( però “guai a chi gli toccava don Bosco”).

Tra i tanti fuori programmi, un ricordo di quel viaggio nel 1985 a Buenos Aires. Prima, un’improvvisa scomparsa, ma solo per fumare in pace la sua adorata pipa in una stanza minore del Plaza, dove, insieme alla cantante lirica Cecilia Gasdia che lui apprezzava, lo scoprimmo. Poi, sul Rio de La Plata, dove gabbò i servizi di sicurezza rispondendo ai pescatori che lo salutavano da una barca con ampi gesti chiedendone l’avvicinamento. Che avvenne e Pertini con il Presidente argentino, sotto gli occhi increduli di polizia ed intelligence, si allontanarono dal protocollo per un rilassante giretto sull’acqua.

Alle donne piaceva e lui piaceva alle donne, rimanendo sempre fedele all’amore della sua vita, l’ex staffetta partigiana e psicologa Carla Voltolina che mai accettò di trasferirsi al Quirinale perché “avevano eletto Sandro e non me”, costringendo il marito al ritorno serale nei 35 mq di casa da sempre abitati di fronte alla fontana di Trevi.

Il presidente morì nel 1990 e a Viterbo era stato ad inaugurare l’anno accademico dell’Unitus nel 1984.

Renzo Trappolini

24 giugno, 2018

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