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Tribunale - Il maresciallo Fortunato Scoscina su uno dei carabinieri imputati per la morte del geometra: "Fu trasferito in ufficio per levargli la pistola d'ordinanza" - I militari in servizio a Roma la sera dell'arresto: "Il fotosegnalamento cancellato con il bianchetto"

Il comandante della stazione di San Martino: “D’Alessandro mi parlò del caso Cucchi…”

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi

Roma - Il processo bis per la morte di Stefano Cucchi

Roma – Il processo bis per la morte di Stefano Cucchi

San Martino al Cimino – Raffaele D’Alessandro è uno dei cinque carabinieri imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi. È accusato di omicidio preterintenzionale. E, stando alle dichiarazioni rese in aula dall’ex moglie Anna Carino, D’Alessandro avrebbe detto alla donna: “La notte dell’arresto, Cucchi è stato pestato. C’ero pure io, e quante gliene abbiamo date. Gli abbiamo dato anche un calcio, e quel drogato di merda è caduto a terra”.

All’epoca dei fatti, ovvero nell’ottobre del 2009, D’Alessandro era in servizio alla stazione di Roma Appia, per poi passare a quella di San Martino al Cimino. E nel Viterbese è rimasto fino al settembre del 2014, quando è stato trasferito al battaglione carabinieri Campania.

Mercoledì davanti ai giudici della prima corte d’assise di Roma c’era, tra gli altri testimoni, anche il maresciallo Fortunato Scoscina. Attuale comandante della stazione di Vasanello, fino al 2015 è stato alla guida di quella di San Martino al Cimino. “D’Alessandro mi parlò del caso Cucchi, ma solo una volta – ha detto Scoscina in aula, rispondendo alle domande del pm Giovanni Musarò -. Eravamo al bar a prendere un caffè e il giornale raccontava di un ragazzo morto in Emilia Romagna, del cui decesso sarebbero stati accusati degli agenti di polizia che lo avrebbero picchiato. Letto l’articolo, D’Alessandro mi ha detto di essere stato coinvolto in un caso simile: il caso Cucchi, di cui si era occupato. Ma restò sul vago, senza approfondire”.

Il maresciallo Scoscina si concentra poi sul rapporto tra D’Alessandro e l’allora moglie Anna Carino. “A San Martino al Cimino – spiega – vivevano nell’alloggio di servizio insieme ai figli. A volte sentivo delle urla, e D’Alessandro era spesso autoritario con la moglie. Nell’ottobre del 2013 Carino mi volle parlare, e mi raccontò della separazione. Ma mi espresse anche delle preoccupazioni sul fatto che D’Alessandro fosse armato, ovvero che avesse l’arma di servizio. Non essendo più in buoni rapporti, temeva che il marito potesse usare la pistola contro di lei o contro i figli o anche contro se stesso”.

Un mese fa, ascoltata dagli stessi giudici, Carino ha raccontato: “Una sera, mentre i bambini erano sul divano a guardare la tv, D’Alessandro ha preso la pistola ed è corso in cameretta. Sono riuscita a non fargli chiudere la porta, ma lui si era già puntato l’arma alla testa. Gliel’ho abbassata, gliel’ho tirata dalle mani e l’ho appoggiata sul letto. Ho cercato di calmarlo, ma inevitabilmente ho urlato. I bambini mi hanno sentita e si sono avvicinati, ma credo che ora abbiano rimosso e che non ricordino più nulla. Il giorno dopo ne ho parlato con il comandante Scoscina, e a D’Alessandro glie è stata tolta l’arma per quindi giorni. I suoi colleghi mi hanno rassicurata, mi hanno detto di non preoccuparmi perché ci avrebbero pensato loro. Ma evitarono di informare il comando provinciale dei carabinieri”.

Il maresciallo Scoscina, stando alla sua testimonianza in aula, avrebbe invece “chiamato subito il comandante di compagnia (dal 2016 non più a Viterbo, ndr). Gli raccontai tutto – dichiara -, ma da una parte non volevo correre il rischio che D’Alessandro facesse gesti inconsulti con l’arma e dall’altra non volevo danneggiarlo. Il maggiore mi disse che lo avrebbe convocato il giorno successivo, per poi informarmi di aver trovato tranquillo D’Alessandro. Ma mi consigliò di utilizzarlo più nei servizi interni, ovvero in caserma, che in quelli esterni. E io così ho fatto, in modo che anche la sua arma rimanesse custodita nell’armadietto”.

Nell’ultimo anno in servizio a San Martino al Cimino, “D’Alessandro – ricorda il comandante Scoscina – avrà lavorato un paio di mesi. Andava spesso in riposo medico e in licenza, a causa del turbamento psicologico dovuto al rapporto ormai burrascoso con la moglie. E, andato in convalescenza, mi ha consegnato, come da prassi, l’arma di servizio che ho messo in cassaforte. Ma dopo la separazione D’Alessandro non era più il militare che sarebbe dovuto essere, e dissi al comandante della compagnia di Viterbo che sarebbe stato meglio trasferirlo. Purtroppo la situazione non era più sostenibile, e D’Alessandro scelse di andare al battaglione carabinieri Campania”.

Ma, dopo il trasferimento, in che rapporti sono rimasti Scoscina e D’Alessandro? “Ci saremmo sentiti una volta – ammette il comandante -. Forse, non gli sono gradito. Forse, ha pensato che io avessi patteggiato per l’ex moglie. Ma così non è, perché io ho fatto solo il mio dovere. Non è rimasto in buoni rapporti neppure con un appuntato di San Martino al Cimino, che su Facebook si sarebbe sentito con Carino. Con gli altri militari, invece, non avrebbe alcun problema”.

Mercoledì la prima corte d’assise ha ascoltato pure alcuni carabinieri capitolini in servizio il 15 ottobre 2009, data dell’arresto di Stefano Cucchi. Dal registro dei fotosegnalamenti, il suo nome sarebbe stato cancellato con il bianchetto. Ed è per questo che del geometra romano mancherebbero le tracce scritte del passaggio dalla compagnia Casilina per gli accertamenti fotosegnaletici e dattiloscopici durante l’arresto. “Una pratica non regolare”, l’ha definita uno dei carabinieri ascoltati. Che ha poi spiegato: “Può capitare che il fotosegnalamento non avvenga per problemi ai sistemi informatici, ma in genere si cancella il nome con una riga orizzontale, non con il bianchetto”.

Questa tesi è stata confermata anche da un altro militare capitolino ascoltato in udienza. Nel registro ci sarebbero comunque altri nomi parzialmente cancellati con il bianchetto, ma il pm Giovanni Musarò ha fatto notare che quello di Cucchi è interamente cancellato. La caserma della Casilina è quella dove, secondo i magistrati, è avvenuto il pestaggio.

13 luglio, 2018

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