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Tribunale - Estorsione e sequestro di persona - Rischiano un anno e otto mesi e un anno e due mesi un produttore di nocciole dei Cimini e il presunto complice

Presi a sprangate e chiusi nella botola dal datore di lavoro, chieste due condanne

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Viterbo - Tribunale

Viterbo – Tribunale

Vasanello – Presi a sprangate nel capannone dal datore di lavoro, chieste due condanne. E’ giunto al rush finale il processo all’imprenditore dei Cimini arrestato nell’agosto 2017 a sette mesi di distanza dalla presunto pestaggio di un suo operaio e del cognato della vittima, accusati di avere rubato attrezzature agricole. 

Assieme al datore di lavoro, un produttore di nocciole 32enne di Vasanello, è finito sotto processo davanti al giudice Giacomo Autizi anche il presunto complice, un 35enne originario dei Balcani, per estorsione e sequestro di persona. 

Giovedì la discussione. Il viceprocuratore onorario Cristiano Ricciutelli ha chiesto la condanna di entrambi gli imputati, rispettivamente a un anno e otto mesi e un anno e due mesi. Hanno chiesto la riqualificazione del reato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni con minaccia le difese, insistendo sulla buona fede del datore di lavoro, sinceramente convinto che la coppia si fosse appropriata dei macchinari rubati dalla sua azienda nel weekend precedente all’aggressione. 

Secondo l’accusa, la sera di lunedì 23 gennaio 2017, l’imprenditore 32enne e il suo amico 35enne avrebbero attirato in trappola le vittime all’interno di un capannone dell’azienda, picchiandoli con una spranga di ferro, facendoli minacciare con una pistola da un “terzo uomo”, mai identificato per cui rimasto un fantasma, quindi gettandoli nella botola per meccanici, sigillata poi con una griglia di ferro e un bobcat parcheggiato sopra, dove sarebbero stati rinchiusi al buio per mezzora prima di essere liberati dagli stessi aguzzini.

L’imprenditore è finito ai domiciliari un anno fa, alla vigilia di ferragosto, sette mesi dopo i fatti, e attualmente è sottoposto a obbligo di firma e di dimora. Il presunto complice, invece, è tuttora ai domiciliari nel carcere sardo dove è detenuto per altri motivi. 

“Non è vero niente – ha detto il 32enne, difendendosi in aula nell’udienza del 14 giugno – sono venuti loro col dire che con qualche telefonata e un po’ di soldi forse si potevano riavere indietro gli attrezzi, tutti spariti senza segni di scasso da un capannone superblindato, le cui due chiavi solo io e il dipendente sapevamo dove fossero, perché nel weekend mi aveva chiesto di prestargli una vettura e una motosega per andare a fare la legna. Non poteva che essere stato lui. C’erano stato tanti campanelli d’allarme, ma io non li ho ascoltati. Per cui quella sera ero incazzato e ho messo nei guai anche il mio amico, che ha fatto solo da paciere”.

“Ci hanno fatto inginocchiare, puntato una pistola alla fronte e picchiato a sangue con una spranga di ferro”. Era cominciata così, invece, la drammatica testimonianza dell’operaio alla prima udienza del processo, lo scorso 22 febbraio. 

“Per tutto il tempo minacciavano di cospargerci di benzina e darci fuoco e di andare a prelevare la mia compagna e portare nel capannone pure lei – ha proseguito – a un certo punto, mentre mi colpiva con la spranga tenendo con l’altra mano la pistola che aveva scarrellato, al terzo uomo è partito un colpo, che mi è passato vicino all’orecchio, richiamando l’attenzione di qualcuno, cui hanno detto che non era successo niente”.

“Finito di picchiarmi, quando ero tutto sanguinante, ci hanno rinchiuso dentro una buca da meccanico, l’hanno coperta con la griglia e poi ci hanno messo sopra un bobcat, lasciandoci da soli al buio per una mezzora – ha detto ancora l’operaio – poi sono tornati, ci hanno liberato e mentre scappavamo via ci hanno detto ‘ve ne potete andare, ma tornate domani sera che pigliate il resto’”. 

“Gli ho detto ‘fammi vedere come si apre sta porta senza le chiavi’, gli ho chiesto se secondo lui i ladri avessero volato, poi li ho mandati affanculo. Ero incazzato nero, ho detto parolacce, gli avrò anche dato qualche spinta, ma non ho picchiato nessuno, né li ho chiusi nella botola dell’officina col bob cat sopra”, è stata la versione raccontata dal produttore di nocciole. 

“Li ho cacciati via – ha concluso – preannunciandogli che se la mattina successiva non avessi trovato tutti gli attrezzi rubati al loro posto, sarei andato a sporgere denuncia dai carabinieri, cosa che ho fatto. E con l’occasione ho denunciato anche le decine di messaggi ricevuti durante la notte, che ho trovato al risveglio sul cellulare, in cui c’era scritto ‘guarda cosa hai combinato’ e si parlava di una pistola… poi ho capito, avevano già predisposto la ‘favola’, perché chi mi accusa ha capito che aveva perso la mia fiducia e che avrebbe perso anche il lavoro. Glielo avevo detto chiaro e tondo”.

Sentenza rinviata al prossimo 6 settembre. 

Silvana Cortignani

14 luglio, 2018

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