Gamboni-infissi-infissi-nov-2017

--
    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

La grande politica - Le donne della prima repubblica

Nilde Iotti elegante e di regale bellezza…

di Renzo Trappolini
Condividi la notizia:

Nilde Iotti

Nilde Iotti

Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo All’uscita dallo studio foderato di celeste in cui Nilde Iotti, presidente della camera, ci aveva ricevuti, non potemmo fare a meno di commentarne l’elegante e come regale bellezza, nonostante gli anni e la compostezza del ruolo.

Lei antifascista, partigiana, da sempre comunista ma laureata alla Cattolica, diceva di aver “davvero” iniziato a fare politica solo dopo la morte di Togliatti del quale si era innamorata a 25 anni.

Appena conosciuto e sempre amato nonostante l’ostilità dei compagni di partito moralisti quanto e più dei cattolici (il Migliore era già sposato con la deputata old style Rita Montagnana).

Avvertimmo plasticamente quanta parte della storia italiana e mondiale aveva visto coi suoi occhi che sapevano penetrare negli interrogativi di chi le parlava. Compreso il Memoriale scritto dal suo uomo a Yalta dove morì per aprire al Pci una via italiana al comunismo.

La Iotti era stata una delle 21 donne che scrissero la costituzione italiana, bella in un’epoca in cui sembrava che per far politica le donne dovessero smettere di essere donne. Lo spiegò lei stessa in un’intervista ad Alain Elkann “Quando avevo ventitré anni l’immagine della donna in politica era quella di una…malvestita e con i capelli corti”.

Secondo Marco da Milano, Direttore dell’Espresso ma figlio d’arte Dc (il padre era un altissimo dirigente del partito), la classica democristiana era in genere di “Taglia forte, con tacchi bassi, la gonna sotto il ginocchio e, ovviamente, signorina. Cioè…sposata con il partito”.

La senatrice Sandra Codazzi si definiva, insieme alle colleghe, “Formica, non farfalla”. Farfalle, infatti, erano gli uomini e solo a loro era consentito volteggiare intorno al potere.

Per molti anni il massimo ruolo governativo cui le “formiche” potevano essere addette era qualche sottosegretariato in settori che la vulgata considerava più confacenti alle donne, le quali in parlamento arrivavano spesso dalle cattedre delle scuole.

Come Maria Badaloni, la zia di Piero giornalista televisivo e presidente della regione Lazio. Era insegnante di musica, guidò a lungo i maestri cattolici e da sottosegretario alla Pubblica Istruzione fece concedere a Ronciglione (dove villeggiava) una sezione distaccata del liceo scientifico di Viterbo, ai tempi del sindaco Mascarucci e del preside Marzetti.

La prima donna ministro arrivò col governo Andreotti nel 1976, la prima della età repubblicana ma anche del Regno. Tina Anselmi, già staffetta partigiana bianca, veneta ben piantata e nubile aprì la strada alle quote rosa ma solo dopo 116 anni dall’unità d’Italia. Rispondeva fisicamente al cliché della donna morigerata, solida, senza trucco e senza grilli in testa o nel cuore.

Eppure, gli italiani, ne scorgevano buone grazie femminili se, in un sondaggio di “Sorrisi e canzoni”, la dura Tina che non ebbe timore a scoperchiare il vaso della P2 si piazzò ventesima prima di Claudia Cardinale tra le donne che i maschietti, con la fantasia, sognavano di spogliare.

Un altro ministro che ha lasciato il segno nella storia della prima repubblica fu Franca Falcucci, pugno duro all’istruzione quando la protesta studentesca cantava “E’ alta un metro e mezzo, leviamola di mezzo”. In tailleur d’ordinanza, la ricordo poco dietro di me sul sagrato della Basilica di San Pietro nell’agosto del ’78, in piedi su una sedia per meglio vedere la bara di Paolo VI il giorno dei funerali.

C’era con lei Rosetta Russo Jervolino anche lei poi ministro, addirittura dell’Interno, figlia d’arte, padre ministro e madre sottosegretario. Di famiglie “parlamentari” ce n’erano. Come quella della vice presidente Pci della camera Marisa Cinciari, eletta a Civitavecchia, moglie dell’onorevole Franco Rodano (uno degli ispiratori e capi dei cattolici comunisti scomunicati “ad personam” da Pio XII), madre di Giulia, fattiva assessore regionale del Lazio alla Cultura.

Nella Dc Angela Guidi, moglie del senatore Mario Cingolani la quale fu la prima donna a prendere la parola nel parlamento repubblicano.

Non era invece donna ma un tosto deputato comunista veneto l’onorevole Verenin Grazia, che i guardiaportone di Montecitorio, confusi dal nome e cognome, non volevano far entrare alla prima seduta dell’Assemblea Costituente. Un equivoco chiarito al posto di polizia, ma motivo di delusione delle deputate costituenti le quali, già così poche (21), speravano nell’aggiunta di un ulteriore membro al femminile.

Un’altra veneta, stavolta sicuramente donna, Angelina Merlin, a tutti fa venire in mente la chiusura da lei voluta delle “case chiuse”, cioè la fine della prostituzione amministrata con la burocrazia. Pochi ne ricordano invece le battaglie per eliminare dai titoli di piazze, scuole e libri didattici i riferimenti all’appena cessato fascismo. O quando, in piena guerra parlamentare sulla legge elettorale denominata “truffa” (un testo che oggi figurerebbe tra i fioretti di san Francesco), nel giorno della festa della donna si presentò in aula con un fascio di mimose da distribuire a tutti i colleghi. Per calmarli, almeno un po’.

Così erano le donne della prima repubblica. Sempre brave e qualche volta belle, fino a quando verso la fine degli anni ’70 col peso della Tv nel marketing elettorale perfino la Dc cominciò ad osare portando in parlamento l’onorevole Silvia Costa, bella, alta, fisico da pin up e nel curriculum anche le sfilate di moda seppure per l’associazione delle modelle cattoliche Turris Eburnea. O Roberta Giusti, presentatrice televisiva che, quando nel 1976 fu candidata alla Camera, mi piacque, da segretario provinciale, accompagnarla nel tour elettorale in provincia perché il solo annuncio della sua presenza riempiva le piazze.

Poi nel ventennio successivo si è visto tanto e tanto diverso, compresa l’elezione della signora Ilona Staller, la pornodiva che si rivolgeva ai colleghi chiamandoli Cicciolino onorevole, Cicciolino presidente, Cicciolino ministro.

Il resto è cronaca. O fotocronaca.

Renzo Trappolini


Condividi la notizia:
22 agosto, 2018

    • Articoli recenti

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564Informativa GDPR