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Viterbo - La vita all'interno del monastero di Santa Rosa raccontata da suor Francesca Pizzaia

“Cercavo anche io il ragazzo giusto per sposarmi e costruire una famiglia”

di Daniele Camilli

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Viterbo – “Una ragazza come tutte le altre, che voleva dare un senso alla sua vita, cercava il ragazzo giusto per sposarsi e costruire una famiglia, con tanti figli”. Francesca Pizzaia, più di vent’anni fa conobbe le suore francescane Alcantarine e decise di servire il Signore con la loro forma di vita, la regola francescana. Dal dicembre 2015 vive a Viterbo e guida un gruppo di sorelle: Elvira, Tarcisia, Elpidia e Floriana. Suore. Età media 60 anni. La più piccola ne ha 41, la più grande 79. Insieme custodiscono Santa Rosa, corpo, cuore e monastero.


Multimedia: La vita nel Monastero di Santa Rosa – Video: Suor Francesca si raccontaIl Santuario di Rosa


“Dopo varie esperienze di fidanzamento dove non trovavo l’uomo giusto – racconta suor Francesca – mi sono messa in ricerca”. Aveva 26 anni ed era il 1990. Tre anni dopo la professione e nel 1998 i voti perpetui. Il 2018 è il suo giubileo, venticinque anni di professione religiosa. Pochi giorni fa ha compiuto invece 54 anni. Segno zodiacale Leone.

Suor Francesca è di Treviso, Nervesa della Battaglia, per l’esattezza, “dove – puntualizza subito – quest’anno c’è stata una tappa pure del Giro d’Italia”.

“Dopo un anno di discernimento – prosegue – ho detto il mio primo sì. Molto faticoso e incerto. Ma man mano che mi fidavo di Dio sentivo che lui riempiva la mia vita. Cosa che un uomo forse non poteva fare”. Sant’Agostino scrive: “Tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Suor Francesca si riconosce in questa confessione.


Viterbo - Suor Francesca Pizzaia

Viterbo – Suor Francesca Pizzaia


Il monastero di Santa Rosa è in cima a una collina, subito dopo piazza del Teatro e all’imbocco di corso Italia. Lì accanto c’è la basilica. Attorno, le vie sono un continuo richiamo alla santa. È “la città delle donne”. Il pane e le rose. Il santuario dove da tre anni vivono le suore Francescane Alcantarine.

Al loro fianco, altre donne che le aiutano nelle faccende di tutti i giorni, le informano e le consigliano. Ridono. Prendono parte alle vicende del mondo. Guardano i social e commentano le notizie. Leggono sui giornali che il 15 agosto tutta la struttura sarebbe stata chiusa. “Non è vero – dicono in coro – il monastero è stato aperto fino alle 7 e mezza di sera. Come sempre”.

La loro è una lieta meraviglia. Dove l’uomo non ha cittadinanza. Un affiatato gruppo di amiche e sorelle. Molto unite. Donne che custodiscono il cuore e il corpo di un’altra donna. Rosa, “santa, giovane, laica e propagandista”. Come un secolo fa la definì Armida Barelli, attivista e cofondatrice dell’università cattolica del Sacro Cuore, vice presidente dell’Azione Cattolica nei primissimi anni del secondo dopoguerra e infine venerabile della Chiesa.

Santa Rosa e la basilica che ne custodisce il corpo sono due punti di riferimento assoluti dell’Azione Cattolica, la più antica, ampia e diffusa tra le associazioni cattoliche laicali d’Italia. È stata fondata nel 1867 da due giovani universitari. Giovanni Acquaderni e Mario Fani. Il primo era di Castel San Pietro dell’Emilia, il secondo di Viterbo. Sempre nella basilica, assieme a 5 iscrizioni almeno, c’è anche un altare dove sta impresso il simbolo dell’associazione. Ben in vista. Forse l’unico esempio in tutto il Paese.

Fuori, sulle mura, i graffiti di un passato recente. Studenti, militari, devoti. Dagli anni ’60 ai ’90 del secolo scorso. Sulle pareti del monastero sta, invece, la traduzione del Padre nostro in greco, quella dei Settanta, latino, la “vulgata” di San Girolamo, ebraico e aramaico, le lingue in cui è stata scritta la Bibbia.


Viterbo - La Basilica di Santa Rosa

Viterbo – La Basilica di Santa Rosa

Viterbo - L'altare con il logo dell'Azione Cattolica

Viterbo – L’altare con il logo dell’Azione Cattolica


“La giornata delle Alcantarine – spiega suor Francesca – comincia con la celebrazione dell’Eucarestia. Tutte le mattine alle 7. Segue la preghiera delle Lodi. Dopo ognuna va alle sue faccende. Chi è impegnato in portineria all’accoglienza dei pellegrini, chi alla Casa di santa Rosa, chi nella gestione della dispensa e della cucina. Ognuno ha la sua mansione. Ci ritroviamo per l’ora di pranzo e il pomeriggio si riprendono i lavori della mattina per terminare la sera con la preghiera dei Vespri. Alle 19.30 chiudiamo il Santuario e ci ritiriamo”.

Suor Francesca è dappertutto. Non manca un evento. Arriva e tiene banco. Si fa sentire. Abbraccia le persone che incontra. Sa battere i pugni sul tavolo ed è rispettata da tutti. I facchini la portano su un palmo di mano. La ringraziano ad ogni Trasporto. La citano e la chiamano a parlare subito dopo o immediatamente prima del vescovo. In soli tre anni suor Francesca ha saputo fare delle Alcantarine un punto di riferimento e al tempo stesso una vera e propria sentinella del territorio. Impegno, presenza e partecipazione. Dalla possibilità di visitare il Santuario reso pienamente, e finalmente, pubblico. All’impegno quotidiano contro le povertà. 

“Il nostro ordine – riprende suor Francesca – è nato alla fine dell’ottocento a Castellammare di Stabia, il nostro fondatore, un sacerdote diocesano voleva dare nuove possibilità di vita ai giovani in difficoltà. Siamo suore di vita attiva, impegnate nella vita sociale e a servire il Signore nei poveri dell’epoca storica in cui viviamo”.

La vita consacrata può essere vissuta in vari modi: laicale, religiosa di vita attiva e religiosa di vita contemplativa. La vita contemplativa è riservata prettamente a coloro che scelgono di vivere in un monastero dediti alla preghiera e al servizio.  “Noi siamo suore di vita attiva – ribadisce suor Francesca – Il nostro fondatore ha voluto rispondere al grido di aiuto dei poveri chiedendo la collaborazione a delle giovani donne che si sono messe al servizio. La nostra giornata comincia con la preghiera e nella preghiera perché è davanti a Gesù Eucarestia che attingiamo la forza per annunciare l’Amore di Dio e di servirlo nei fratelli che Lui stesso quotidianamente ci mette al fianco”.


Viterbo - La vita nel Monastero di Santa Rosa

Viterbo - La vita nel Monastero di Santa Rosa


Le Clarisse, che professano la regola di Santa Chiara, erano presenti in monastero dal 1235 e vivevano la vita contemplativa che si svolgeva quasi esclusivamente nel santuario. “Per i viterbesi – aggiunge poi suor Francesca – sentirsi strappare via questo polmone di spiritualità rappresentato dalle Clarisse è stato un trauma, comprensibile. Per tanti secoli hanno custodito il corpo di Rosa. Le polemiche di tre anni fa non sono infatti nate dal fatto che arrivassero le Alcantarine, ma che le Clarisse se ne andassero. Ci chiedevano una convivenza, ma abbiamo due stili di vita completamente diversi e la cosa non era possibile”.  

Le Alcantarine lavorano nelle comunità parrocchiali, nei centri giovanili, nelle case famiglia, nei centri diurni, nelle scuole e con la Caritas. “Il primo impegno dei cristiani – dice suor Francesca – è quello di testimoniare l’amore di Dio lì dove Lui stesso ci pone”. 

“Dio chiama in ogni tempo, e l’uomo risponde, la risposta è libera e personale”. Qualora si aderisse alla chiamata di consacrazione le tappe del percorso formativo sono diverse, tutte incentrate sul discernimento per aiutare il chiamato a rispondere liberamente  e responsabilmente. “Dio chiama e non ci sono scuse, non ci dovrebbero essere impedimenti, Santa Rosa né è un esempio, non si è lasciata bloccare dagli ostacoli esterni ed interni a lei”.


Viterbo - Suor Francesca Pizzaia

Viterbo - La vita nel Monastero di Santa Rosa


“Una volta entrata in monastero, dopo le tappe di formazione, per vent’anni – dice suor Francesca – ho lavorato con minori e adolescenti a rischio, provenienti da situazioni famigliari di disagio e degrado. La nostra famiglia religiosa vuole prendersi cura dei più deboli per offrire a ciascuno un’opportunità di crescita sana e serena. Questi vent’anni di servizio nel sociale hanno segnato la mia vita –afferma suor Francesca- e ora mi trovo qui in questo luogo di grazia a pregare anche per i tanti volti che sono passati nella mia vita e che hanno lasciato un solco nel mio cuore”.

Una “vocazione” che negli ultimi trent’anni ha cambiato connotati. L’ingresso in monastero è sempre più preceduto, e nel corso dell’anno di discernimento accompagnato, da percorsi di vita molto differenti rispetto al passato. Oggi le donne che diventano suore vengono dal mondo del lavoro, sono laureate ed escono spesso da relazioni sentimentali. Donne consapevoli dei propri diritti e di quanto sia costato conquistarli. Suor Francesca ha un diploma di laurea della formazione ed è stata insegnante elementare. “Rosa – ha ricordato – non si è fermata di fronte all’aggressività e alla violenza dell’uomo”.

“Quando siamo arrivate – spiega suor Francesca – abbiamo  cercato di rispondere alla richiesta che ci era stata fatta, vale a dire custodire il corpo di Rosa, ben presto abbiamo capito che dovevamo offrire l’opportunità  ai tanti pellegrini di accostarsi al corpo di Rosa, favorendo l’accesso all’urna. Vogliamo tenere vivo questo posto, aprendolo alle persone. La Soprintendenza sta investendo parecchio in questa direzione. Ma ci vogliono tempo e denaro. Il primo settembre, in collaborazione con il Centro Studi S. Rosa,  inaugureremo una nuova mostra dal titolo: “la memoria restaurata”, dedicata a tutta una serie di opere restaurate, e potremmo gustare la bellezza del nuovo roseto nel chiostro. 


Viterbo - La vita nel Monastero di Santa Rosa

Viterbo - La vita nel Monastero di Santa Rosa


La “città delle donne”, di Federico Fellini. Fa pensare infine a questo. Anche a questo. E al discorso di Berenice Stegers a un certo punto del film. “Vorrei dire qualcosa. Ma forse è inutile, sorelle. Ancora una volta siamo state ingannate. In modo subdolo, come è nel suo stile. Siamo state generose, accoglienti, materne. Abbiamo parlato, cantato, discusso, esibito i nostri riti. Anche i più ingenui. Senza ritegni, senza femminili pudori. Nell’assurda speranza di far capire, a chi non può capire e non vuole capire, quanta libertà, quanta autenticità, quanto amore, quanta vita c’è stata tolta”.

Un monastero dove guardare il mondo da un’altra prospettiva. Provando a ricostruirlo di nuovo. Assieme a Rosa, e all’interno della Chiesa. Ma al femminile.

Daniele Camilli

 


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31 agosto, 2018

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