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Viterbo - Vincenzo Ceniti (Touring Club) racconta 'Gli alberghi del Cinquanta'

“Le origini dell’Antico Angelo risalivano alla fine del Settecento…”

Viterbo - L’hotel Antico Angelo in piazza delle Erbe

Viterbo – L’hotel Antico Angelo in piazza delle Erbe

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Negli anni Cinquanta-Sessanta a Viterbo si contavano una decina di hotel riuniti intorno al Grande albergo Nuovo Angelo (il più stellato, di seconda categoria) con una sessantina di camere, guidato a quel tempo da un personaggio storico, Giuseppe Moscucci.

Si trovava in via dell’Orologio Vecchio in un immobile (oggi destinato ad altro uso) risalente al 1923, come si legge nell’architrave sotto il timpano della finestra del balcone centrale. Era il più dotato di servizi: non solo molte stanze con bagno ed acqua calda (una rarità per quei tempi), ma anche ristorante, salone centrale, sala da tè, salotti, una hall spaziosa ed arredamento d’epoca. Vantava, tra l’altro, di essere la location più gettonata per i buffet di matrimoni. I miei genitori mi raccontavano di aver fatto qui il rinfresco di nozze nel 1935, quando ancora non si usava festeggiare nei ristoranti.

Moscucci, che si presentava sempre con un impeccabile vestito nero e farfallina, ne era il nume tutelare e vegliava giorno e notte sull’albergo, sempre pronto all’accoglienza e a risolvere ogni problema. Ospitava i clienti più facoltosi e di riguardo in una Viterbo molto provinciale, ancora contenuta entro le mura. Vi facevano anche riferimento le rare troupe cinematografiche del tempo, tra cui quella celebre di Orson Welles nel 1949 impegnata in alcune riprese dell’Otello. Ricordo di aver visto sostare nella hall il grande Totò nei panni dell’agente di polizia Antonio Caccavallo nel film “Io e Carolina” di Mario Monicelli. Era l’anno 1953.

Ma nella Viterbo di allora c’era un albergo ancor più storico, l’Antico Angelo, le cui origini risalivano addirittura alla fine del Settecento. Si trovava in piazza delle Erbe dove sostavano le carrozze per il trasporto dei clienti dalla stazione. Nell’Ottocento venne ristrutturato più volte. Inizialmente si chiamava dell’Angelo. Poi con l’apertura del Nuovo Angelo, anche per un diritto di precedenza, venne chiamato Antico Angelo. A gestirlo nei primi anni del Novecento era quello stesso Moscucci che poi aprirà il Nuovo albergo in via dell’Orologio Vecchio. Il suo palmares, di tutto rispetto, parla di ospiti regali e d’onore come la regina d’Inghilterra, la famiglia del principe Esterhazy, il duca Paladino di Sassonia, il principe ereditario di Baviera, la regina di Napoli, Ferdinando I re di Napoli, Vittorio Emanuele II e altri.

A cavallo tra il Cinquanta e il Sessanta l’Antico Angelo era gestito dalla signora Iole Morini, vedova con due figlie, che si dedicava completamente all’albergo. Aveva un carattere affabile ma nel contempo autorevole, una donna di carattere e in carriera come si direbbe oggi. L’Antico Angelo era classificato di terza categoria. Gli mancavano alcuni servizi di base avendo una hall, al piano superiore, scomoda e poco pratica. Alcune camere erano dotate di bagno, altre di lavabo, altre ancora disponevano di toilette comuni. Quando la Macchina di Santa Rosa Volo d’Angeli nel 1967 si fermò in via Cavour, io stavo con i miei ad attenderla nella terrazza dell’albergo affollata di ospiti.

Il sottostante ristorante, che si affacciava direttamente su piazza delle Erbe, era condotto da suo fratello Gervasio che era considerato tra i più accreditati nella Viterbo di allora. Disponeva di un paio di sale confortevoli per i passanti e gli stessi viterbesi. Per matrimoni e banchetti utilizzava il salone al piano superiore, sede del Circolo commercianti. Gervasio, un faccione rotondo con folte sopracciglia, un po’ calvo e grandi occhi inclini alla furbizia (lo ricordo così), si era costruito per i clienti un sorriso virtuale di circostanza, capace tuttavia di rari lampi di spontaneità. Aveva la dote innata, peraltro comune a molti altri ristoratori, di far mangiare quello che voleva lui. Se il cliente ordinava dell’altro ammoniva con aria afflitta “Ma ci vuole tempo” e tutto si risolveva a suo favore. Tra i vari camerieri, ne ricordo uno dal volto triste, silenzioso, con la fronte sempre imperlata di sudore e i piedi piatti. Restano famosi i risotti alla Gervasio, gli spaghetti cacio e pepe (una sua specialità), le fettuccine, i minestroni alla viterbese, il brodo di cappelletti, il bollito con le carote viterbesi, l’agnello alla cacciatora. Aveva il bernoccolo del ristoratore, se è vero che faceva girare sui tavoli un folder con scritto “Gervasio, proprietario e direttore del ristorante ‘Antico Angelo’ desidera far conoscere ed apprezzare la buona e genuina cucina viterbese. Se c’è riuscito vi prego di dirlo ai vostri amici, affinché possano conoscerla; se non ci fosse riuscito vi prego di dirlo a lui perché possa migliorarla. Grazie e buon appetito”.

Un albergo chic, come la sua proprietaria Margherita Carletti Camilli-Mangani, era il Garni Olimpia. Garni, terminologia francese alternativa a meublé, cioè a dire senza ristorante. Occupava una villa seicentesca appartenuta alla famiglia Maidalchini, quella di donna Olimpia per intenderci, che l’utilizzava come padiglione di caccia. L’hotel, che si trovava lungo il viale Trieste, era classificato di terza categoria poiché aveva poche camere e non disponeva di ristorante. La stanza più bella, dotata di un grande camino, con affaccio sul lungo viale che da Viterbo conduce a La Quercia, venne più volte occupata, alla fine degli anni Cinquanta, dal re Gustavo VI Adolfo di Svezia che partecipava agli scavi archeologici di Luni, San Giovenale e Acquarossa. Il re, accompagnato dall’ammiraglio Wetter e dalla principessa Cristina, quando “scendeva” all’Olimpia”, consumava spesso i pasti nella villa privata della signora Carletti con ingresso da via del Respoglio alla Quercia. L’albergo disponeva di arredamento d’antiquariato, dovizia di quadri d’epoca e un parco retrostante per riposanti passeggiate.

Ed eccoci all’albergo Marconi situato in via Mazzini poco prima dell’ingresso dell’attuale sede centrale della Cassa di Risparmio. Nessuna camera con bagno e solo acqua fredda nei lavandini comuni, niente hall e senza ristorante Per queste carenze era classificato di quarta categoria. Lo gestiva una signora anziana, madre di una .figlia belloccia e di un figlio con tendenze particolari.

Il Leon d’oro era il classico albergo d’affari, classificato di terza categoria e frequentato da professori, impiegati, rappresentanti di commercio e anche da piccoli gruppi di turisti come testimoniato dalle tante calcomanine fissate sulla vetrina di ingresso e nella hall. Disponeva di alcune camere con bagno (acqua calda e fredda) e di un ampio salotto dove i rappresentanti facevano spesso dimostrazione dei loro prodotti .

Il ristorante che gli stava accanto aveva un gestione separata (Da Toto) ma faceva capo all’hotel. L’albergo, gestito dalla famiglia Petroselli si trovava in via della Cava, la via turistica per eccellenza per la dovizia di locali pubblici. La conduzione era molto familiare, tanto che il gestore poteva permettersi, nel rispondere al telefono, di dire “Petroselli” anziché albergo Leon d’Oro, dal momento che era molto conosciuto dalla clientela. .

In via della Cava, oltre al Leon d’oro si trovava l’albergo Roma (di IV cat, ancora in attività con altro nome). Prima della guerra si chiamava Pergoletta; cambiò insegna dopo la ricostruzione in seguito ai bombardamenti del 1943-44. C’erano inoltre l’albergo Milano (IV cat.) e varie trattorie come La Toscana e il Il Grottino (ancora in attività) inizialmente gestito da Enzo Ercoli detto Giocondino.

In quegli anni Viterbo disponeva anche di un motel, il motel Cassia lungo la strada per Montefiascone , dove ora sono i resti dell’Oasi hotel. Lo gestiva Giovanni Bettini, proprietario del parco i Mostri di Bomarzo. L’idea era quella di soddisfare le esigenze degli automobilisti che presso i Motel avrebbero trovato le pompe di benzina e un servizio di assistenza meccanica. Non ebbe molta fortuna. Era classificato di terza categoria.

In quegli anni Cinquanta-Sessanta non si parlava certo di piccola colazione che era considerata un’abitudine dei paesi del nord Europa. Questo particolare servizio, che oggi è compreso nel prezzo della camera, arriverà a Viterbo alla fine degli anni Sessanta con i vari alberghi Balletti, Tuscia, Mini Palace e altri. Nella nomenclatura dei simboli relativi ai servizi non figurava quello della carrozzella (accesso senza barriere architettoniche) e dell’aria condizionata. Ma c’era quello del termosifone per assicurare gli avventori che d’inverno le camere erano calde.

Oggi che riscaldamento, piccola colazione, bagni in camera con vasca o doccia, tv, telefono sul comodino, sono servizi di base compresi nel prezzo, i clienti vengono catturati con altri messaggi promozionali come il prezzo più conveniente, i pacchetti speciali (paghi due x tre), il garage, il parcheggio, la chiave magnetica, il sito web, il wi-fi, la tv satellitare, il computer in camera, la spa, i menu dietetici e i bus navetta.

Vincenzo Ceniti

12 agosto, 2018

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