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Il caso - Il fucile calibro 22 rinvenuto nel Catanese - A 27 anni esatti dall'uccisione del 9 agosto 1991, l'annuncio del procuratore capo della Dda di Reggio Calabria

Omicidio Scopelliti, trovata l’arma con cui fu ucciso il magistrato

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Il procuratore capo Giovanni Bombardieri - Nel riquadro Antonino Scopelliti

Reggio Calabria – Il procuratore capo Giovanni Bombardieri – Nel riquadro Antonino Scopelliti

Reggio Calabria – Omicidio Scopelliti, trovato nel catanese il fucile calibro 22 con cui il 9 agosto 1991 fu ucciso il magistrato. Oggi sono passati esattamente 27 anni da quel giorno.

Ad annunciare il ritrovamento dell’arma del delitto è stato il procuratore capo della Dda di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri. “Un tassello importante alle indagini, un’attività mirata, per ora non aggiungiamo altro. Un elemento in più che ci rafforza nelle nostre indagini. Non diciamo altro perché le nostre attività sono ancora in corso di svolgimento”, ha spiegato Bombardieri.

La riapertura delle indagini risale a pochi anni fa. Dopo una lunga stasi giudiziaria nei quali non si è riusciti ad assicurare alla giustizia i responsabili del delitto, l’11 luglio 2012 nel corso di un’udienza del processo “Meta” contro la ‘ndrangheta a Reggio Calabria, il pentito della cosca De Stefano, Antonino Fiume, ha dichiarato che ad uccidere il giudice sarebbero stati due reggini su richiesta di cosa nostra. Il collaboratore di giustizia, però, su invito del pubblico ministero non ha fatto i nomi dei presunti killer.

Secondo le ricostruzioni, Scopelliti, che aveva 56 anni, venne intercettato da almeno due killer mentre, a bordo della sua automobile, rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. L’agguato avvenne all’altezza di una curva, poco prima del rettilineo che immette nell’abitato di Campo Calabro. Gli assassini, probabilmente a bordo di una moto, appostati lungo la strada, spararono con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito con due colpi alla testa esplosi in rapida successione, fu istantanea. L’automobile, priva di controllo, finì in un terrapieno.

Quel fucile, stando all’annuncio del procuratore Bombardieri dato oggi nel corso dell’annuale commemorazione di Scopelliti, è stato finalmente ritrovato. Nel catanese.

“Sulla morte di mio padre c’è una verità che deve ancora essere raccontata tutta e fino in fondo. Ma noi abbiamo pazienza”, ha detto Rosanna Scopelliti, figlia del magistrato di Cassazione Antonino, ucciso in un agguato nel 1991, in localita’ “Piale” di Villa San Giovanni.

Nei giorni dell’agguato, il magistrato stava lavorando al maxiprocesso a cosa nostra, di cui avrebbe dovuto rappresentare la pubblica accusa in cassazione. La sua morte aprì la stagione stragista che avrebbe portato, poco tempo dopo, alle bombe di Capaci e via d’Amelio in cui furono uccisi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le rispettive scorte.

“Non permetterò mai – ha aggiunto Rosanna Scopelliti – che si dica che le istituzioni hanno fallito o che i magistrati non fanno il loro lavoro. Io ho fiducia, in questo stato, in questa magistratura, in queste istituzioni, perché me lo ha insegnato mio padre che non ha mai smesso di crederci. Lui da magistrato sapeva perfettamente che cos’è un’indagine e quanto impegno ci vuole per arrivare ad una verità importante”.

Entrato in magistratura a soli 24 anni, il padre ha svolto la carriera di magistrato requirente, iniziando come pubblico ministero presso la procura della repubblica di Roma, poi presso la procura della repubblica di Milano.

Procuratore generale presso la corte d’appello quindi, sostituto procuratore generale presso la suprema corte di cassazione. Seguì una eccezionale carriera, che lo portò ad essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la corte di cassazione.

Si è occupato di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo. Ha rappresentato la pubblica accusa nel caso Moro, durante il primo processo. E poi ancora il sequestro dell’Achille Lauro, la strage di Piazza Fontana e la strage del Rapido 904.

Per quest’ultimo processo, che si concluse in Cassazione nel marzo del 1991, il procuratore Scopelliti aveva chiesto la conferma degli ergastoli inferti al boss della mafia Pippo Calò e a Guido Cercola, nonché l’annullamento delle assoluzioni di secondo grado per altri mafiosi. Il collegio giudicante della prima sezione penale della cassazione, presieduto da Corrado Carnevale, rigettò la richiesta della pubblica accusa, assolvendo Calò e rinviando tutto a nuovo giudizio. 

Per l’uccisione di Scopelliti furono istruiti e celebrati due processi. Uno nel 1996 contro Salvatore Riina e sette boss della “commissione” di cosa nostra, ed un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano ed altri sei boss. Ma tutti gli imputati furono assolti, in quanto le accuse dei diciassette collaboratori di giustizia vennero giudicate discordanti.

Il movente dell’omicidio è stato sempre indicato nell’incorruttibilità del magistrato. Quando i capi di cosa nostra capirono che il giudice non era corruttibile, ne avrebbero ordinato l’esecuzione. E l’avrebbero ordinata in stretta collaborazione con la ‘ndrangheta, nell’unica strategia di destabilizzare il paese con modalità terroristiche. Strategia messa in atto e confermata, dall’omicidio Scopelliti in poi, e fino al 1994. 

Eppure oggi è importante ricordare il secondo processo, perché fra i sei boss a giudizio con Provenzano, vi era Nitto Santapaola, proprio il capomafia catanese da sempre alleato ai corleonesi. E proprio nel “suo” territorio è stata ritrovata l’arma che portò alla morte del giudice calabrese.

Ma oggi, certamente, almeno per arrivare alla verità del giudice Scopelliti un elemento in più lo si ha: quel fucile a pallettoni ritrovato nel catanese, in quella parte di Sicilia dove regnava incontrastato lo “zu” Nitto Santapaola. Esattamente quella parte orientale della terra di Trinacria che, per molti anni, è stata considerata come di secondaria importanza per cosa nostra.

 

9 agosto, 2018

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