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Tribunale - Maltrattamenti in famiglia - Accuse pesanti alla presunta vittima da parte del fratello dell'imputato: "Era lei il soggetto dominante della coppia"

“Una prevaricatrice, lui non aveva nemmeno le chiavi di casa”

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Viterbo - La procura

Viterbo – Il tribunale

Sutri – (sil.co.) – Lei dice di essere la vittima, per il fratello dell’ex compagno invece è lei il carnefice della coppia: “Una prevaricatrice, lui non aveva nemmeno le chiavi di casa”.

E’ la vicenda di una cinquantenne di Sutri che ha denunciato l’ex accusandolo di averle fatto vivere tre anni d’inferno, tra il 2010 e il 2013, quando l’ha cacciato di casa e si è rivolta al centro antiviolenza Erinna.

Un calvario che avrebbe coinvolto anche i due figli, ormai grandi, avuti da un precedente matrimonio. Nonché la più piccola, nata nel 2011 e frutto della relazione con un maresciallo capo dell’esercito, originario di Latina, imputato davanti al giudice Elisabetta Massini di maltrattamenti in famiglia e lesioni. 

Lunedì 23 luglio è stato sentito il fratello dell’imputato che ha raccontato una versione diametralmente opposta della storia. “Era lei il soggetto dominante, una prevaricatrice. Mio fratello era la vittima. Quando sono andati a convivere da lei, lui era considerato un ospite. Non gli ha nemmeno mai dato le chiavi di casa”.

In aula, a sostegno della donna, anche la pediatra che l’ha aiutata a crescere tutti e tre i figli. “Lui l’ho visto solo un paio di volte. Ebbi la sensazione che fosse aggressivo, la sovrastava. Lei è venuta più volte in lacrime, si confidava. Mi diceva di minacce,violenze, offese. Una volta aveva dei vistosi lividi rossi alla base del collo. Le dissi di rivolgersi a qualche associazione a tutela delle donne”, ha spiegato il medico al giudice Massini. 

Ma per il fratello, l’imputato non sarebbe stato nemmeno padrone di farsi una doccia: “Una notte, era estate, dopo avere cullato a lungo la piccina per farla addormentare, voleva farsi una doccia prima di mettersi a letto. Ebbene, lei glielo ha impedito, perché la sera prima aveva pulito il bagno”.

Secondo il cognato, la cinquantenne avrebbe puntato a sottrarre la bambina all’ex e anche ai suoi familiari: “A novembre compirà 7 anni e lei non gliel’ha fatta più vedere. Neanche a me e a mio padre, ottantenne e gravemente malato. L’ultima volta è stato per il battesimo, poi più niente. Giudice, io vi imploro, lo chiedo in ginocchio, fatemi vedere questa bambina, la mia nipotina. Siamo brave persone, abbiamo tutti la divisa, mio padre era un carabiniere”. 

Pesantissime le accuse da parte della donna. “Il mio ex compagno mi ha massacrata di botte anche mentre ero incinta, mi ha presa per il collo, ha minacciato di uccidermi, buttandomi in un burrone e investendomi con l’auto. Fare sesso era il suo unico scopo”, ha detto alla prima udienza del processo, il 13 marzo 2017. 

L’imputato sarebbe stato spinto da una gelosia ossessiva: “Mi ha chiesto un patto di sangue, mi sarei dovuta incidere la mano con un coltello per giurargli fedeltà. Non gli è mai interessato nulla della figlia, me la strappava dal seno e la buttava nel passeggino o nel seggiolone o sul letto. Quando piangeva si urtava, non l’ha mai curata né accudita. Mi ha massacrata di botte anche davanti la bimba e mentre mi picchiava è capitato colpisse anche lei”. 

Nel processo la 50enne si è costituita parte civile, come l’associazione Erinna, che da sempre è al fianco delle donne vittime di violenze e che l’ha assistita fin dal primo momento quando, nel marzo 2013, si è convinta a cacciare di casa il padre di sa figlia e denunciare i presunti soprusi.

Si torna in aula il 14 gennaio, per sentire anche la versione dell’imputato e la sentenza. 

16 agosto, 2018

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