--

--

    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Vetralla - Smaltimento illecito di rifiuti - I gestori dell'impianto chiedono l'assoluzione nel merito - Udienza il 6 novembre

Discarica di Cinelli, il caso in corte d’appello

di Silvana Cortignani

Caffeina-Tutankhamon-9-11-18-560x80-ok

Vetralla - La discarica di Cinelli vista dall'alto

Vetralla – La discarica di Cinelli vista dall’alto

Vetralla-Cinelli - L'area a rischio segnalata da Arsial nel 2006. In giallo la discarica

Vetralla-Cinelli – L’area a rischio segnalata da Arsial nel 2006. In giallo la discarica

Vetralla - Samuele De Santis

Vetralla – Samuele De Santis, difensore dei gestori

Vetralla - Umberto Cinalli

Vetralla – Umberto Cinalli, ambientalista

Il pm Franco Pacifici

Il pm Franco Pacifici – Titolare dell’inchiesta

Il pm Stefano D'Arma

Il pm Stefano D’Arma – Titolare dell’inchiesta

Il giudice Eugenio Turco

Eugenio Turco – Il giudice di primo grado

Vetralla – Colpo di scena, torna davanti ai giudici il caso della discarica di Cinelli. Il prossimo 6 novembre i gestori, difesi dall’avvocato Samuele De Santis, compariranno davanti alla corte d’appello per chiedere l’assoluzione nel merito da tutte le accuse legate ai presunti reati ambientali commessi nella gestione del sito. 

Il sito fu messo in sicurezza nel 2009, con un finanziamento della Regione Lazio, ai tempi ancora governata da Piero Marrazzo. Risale invece a pochi mesi fa la notizia, anticipata da Tusciaweb, che la copertura si sarebbe spaccata in diversi punti. 

Nel frattempo sono passati tredici anni dal maxisequestro scattato con l’operazione Giro d’Italia del 2 maggio 2005, contro un presunto giro di rifiuti smaltiti illecitamente a livello nazionale, sfociata nel Viterbese nella chiusura dei tre siti di ripristino ambientale di Capranica, Castel Sant’Elia e per l’appunto Vetralla.

Sono trascorsi invece sei anni dalla chiusura con un “non luogo a procedere per intervenuta prescrizione” del maxiprocesso per 14 imputati e una cinquantina di parti civili – tra cui Legambiente, Wwf, Regione, Provincia e Comuni – che ne è scaturito. Era il 12 ottobre 2012. A novembre l’area di Cinelli fu dissequestrata. A dicembre uscirono le motivazioni della sentenza, emessa dal giudice Eugenio Turco, secondo il quale l’assoluzione nel merito, sollecitata dalle difese era impossibile.

Vogliono l’assoluzione, i gestori dell’impianto di Cinelli

E’ stato allora che Sante e Mario Bartoli, padre e figlio, gestori dell’impianto di Vetralla, decisero di ricorrere in appello per la piena assoluzione. “Sarà il collegio romano a valutare le argomentazioni – spiegava in quei giorni l’avvocato Samuele De Santis – alcuni passaggi della sentenza sono largamente omissivi in riferimento alla ritenuta utilizzabilità dei campionamenti ed analisi predisposti dall’Arpa, in assenza delle garanzie previste dalla Cassazione, e soprattutto la consacrazione del reato di mera condotta che ha portato ad applicare un tale calcolo della prescrizione avrebbe dovuto spingere il giudice ad una vaglio critico, attento, ragionevole e logicamente apprezzabile, sull’elemento del dolo specifico in capo agli imputati”.

Adesso, dopo un’estate di passione in seguito all’allarme degli ambientalisti, in cui la discarica di Cinelli è tornata a fare parlare di sé anche a livello nazionale, la notizia a sorpresa, visto il tempo trascorso, che la richiesta di ricorso in appello dei gestori è stata accolta, con relativa fissazione dell’udienza al 6 novembre 2018, fra poco più di un mese.  

Assoluzione impossibile, secondo il giudice di primo grado

Tra i rifiuti smaltiti illecitamente nei tre siti di ripristino ambientale viterbesi cui furono posti i sigilli della forestale nel 2005, ci sarebbero stati anche rifiuti sanitari a rischio infettivo, le ceneri sarebbero state piene di fialette e siringhe. Le intercettazioni telefoniche non avrebbero lasciato spazio a dubbi. I pm Franco Pacifici e Stefano D’Arma, titolari dell’inchiesta, chiesero complessivamente pene per oltre 30 anni di carcere. Il giudice Eugenio Turco, sancendo la prescrizione, ritenne impossibile l’assoluzione nel merito chiesta dalle difese dei 14 imputati.

“Appare chiaramente – si legge nelle motivazioni del giudice Turco – che gestori, intermediari, addetti alle analisi avessero da sempre avuto piena consapevolezza della natura dei rifiuti, facendo parte di una intensa e ben organizzata attività sia con riguardo alle modalità di ‘trasformazione’ degli stessi rifiuti così da farli figurare come ricevibili, che in relazione alle ulteriori attività di ricezione e a quelle, in alcuni casi, tese ad occultare la presenza degli stessi sui rispettivi siti”.

Dalle galline a tre zampe al dissequestro dopo sette anni

Dopo oltre sette anni, è stato dissequestrato il 20 novembre 2012 l’impianto di Cinelli, il cui presunto inquinamento aveva dato vita a leggende metropolitane, come quella delle galline che nascevano con tre zampe per colpa dell’inquinamento, tali da provocare danni economici ingentissimi anche agli agricoltori confinanti. 

Mario Bartoli, 53 anni, il cui nome compare nel ricorso anche per il padre, quando seppe della prescrizione, pianse. “Sono tornato al 5 maggio del 2005 – commentò, ed era il 2012 – quando ci è stata messa sotto sequestro la vita e ai domiciliari la dignità, e ho rivissuto in un istante oltre sette anni di domande, di sguardi biechi, di umiliazioni da parte dei vicini, di minacce e violenze mai denunciate; anche perché chi darebbe ascolto ad un mostro. Hanno portato camion di materiale nella mia cava, mi sono fidato di chi ne sapeva più di me, ho avuto paura di sbagliare, ma in due anni mi sono ritrovato senza un euro e senza un lavoro e con la casa sotto sequestro”.

“Eppure – diceva l’imprenditore – mi faccio e faccio a questa giustizia una domanda: ma quelli che ci hanno guadagnato, coloro che producevano questi rifiuti, che prezzo hanno pagato? Nessuno, sono passati dalla mia ‘buca’ ad una altra buca, senza neanche essere rinviati a giudizio”. “Questa – concludeva Mario Bartoli – è la storia di un processo italiano, come questo paese, oramai in prescrizione. Noi ricorreremo in appello perchè, nonostante tutto, crediamo nella giustizia, e vogliamo essere assolti, vogliamo rispettare la giustizia, ma esigiamo che la stessa ci rispetti”.

Silvana Cortignani

26 settembre, 2018

    • Articoli recenti

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564Informativa GDPR