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L'opinione del sociologo

Sul Daspo sono sorti vari equivoci…

di Francesco Mattioli

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Viterbo - Francesco Mattioli

Viterbo – Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Temo che sul cosiddetto “Daspo urbano”, previsto nel d.l. 20 febbraio 2017, n. 14, noto ai più come “Decreto Minniti”, siano sorti vari equivoci, che conducono a polemiche talvolta eccessive e pregne di condizionamenti ideologici.

Preliminarmente, occorrerebbe sottolineare che l’intervento non si rivolge tanto a manifestazioni eclatanti di criminalità, quanto a più generiche “situazioni di grave incuria o degrado del territorio o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana”, in una temperie storica in cui la questione della sicurezza si iscrive ormai nel più ampio contesto della qualità della vita urbana.

Limitiamoci tuttavia ad un discorso sul controllo dell’ordine pubblico. Su questo tema, la letteratura scientifica ha individuato posizioni differenti, o differenti graduatorie di priorità, che discendono da ideologie contrastanti: da un lato, quella per così dire “progressista” (ispirata alla Scuola di Chicago degli anni ‘60) che insiste sulla necessità della prevenzione sociale, nella convinzione che gran parte dei delitti e delle forme di devianza derivino dalle contraddizioni e dalle ingiustizie sociali; dall’altro quella per così dire “liberista”, che insiste sulla necessità di garantire la sicurezza collettiva attraverso un intervento diretto e immediato, di natura repressiva, sui fenomeni che, a qualsiasi titolo, turbano l’ordinata convivenza sociale. Se estremizzate, ambedue queste posizioni sono chiaramente fallaci, perché il buon senso suggerisce che sono necessari sia la prevenzione che il controllo, tant’è che oggi si parla di strategie integrate di intervento.

Il Daspo urbano previsto nel Decreto Minniti fa esattamente questo: mentre elenca gli interventi preventivi, come la “riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati”; “l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale”; la “promozione del rispetto della legalità” e “più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile”, ricorda che l’obiettivo è quello di contrastare la “criminalità, in particolare di tipo predatorio”, reprimendo “situazioni di grave incuria o degrado del territorio o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana”, e i vari fenomeni criminosi o di illegalità legati all’abuso di alcool o all’uso di sostanze stupefacenti, compreso lo stesso spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, l’accattonaggio, anche con impiego di minori e disabili, i fenomeni di abusivismo quale l’illecita occupazione di spazi pubblici, specie quelli di frequente fruizione sociale e turistica, la violenza contro la libera accessibilità e fruizione delle infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto e l’esercizio abusivo dell’attività di parcheggiatore o guardiamacchine. 

Gli interventi previsti vanno dall’allontanamento alla pena pecuniaria, con un preciso procedimento che coinvolge sia l’autorità del Sindaco, che può adottare ordinanze contingenti e urgenti  quale ufficiale del Governo ex art. 54 T.U. Enti locali, sia il Questore, che resta l’organo istituzionale di riferimento per il controllo dell’ordine pubblico, sia la ASL per le parti di sua competenza. Nel D.a.spo il primo provvedimento, se considerato nell’urgenza e contingenza, viene preso dal Sindaco: qualora il comportamento deviante si ripeta, la competenza passa al Questore.

Come si vede, prevenzione e repressione vanno di pari passo e pur esigendo tempistiche diverse, rispondono con immediatezza ad un bisogno diffuso di sicurezza della popolazione, sia che si frequenti un parco pubblico, sia che si acceda ad una zona di intensa frequentazione, sia che si utilizzino strutture e infrastrutture di interesse collettivo.

Ovviamente, altro è avere di fronte il malvivente incallito, altro un povero cristo con problemi di sopravvivenza che merita non tanto un provvedimento di allontanamento coatto, quanto la comprensione del suo stato e la rimozione delle cause psicologiche e sociali che lo conducono a certi comportamenti. Ma il vulnus alla “vivibilità urbana” resta lo stesso ed esige comunque un intervento, repressivo o “pietoso” che sia.

Nell’ottica del “politicamente corretto”, di certi principi di civiltà che sono alla base di una società libera e democratica, o anche soltanto di un approccio genuinamente sociologico, nulla da obiettare quindi alle preoccupazioni di chi, nell’ottica di una più giusta qualità della convivenza civile, fa riferimento prioritariamente alla necessità di operare sul fronte della rimozione delle cause sociali o psicologiche del comportamento deviante, mai prescindendo dalla singola biografia del deviante stesso.

Tuttavia è chiaro che il rischio di una forzatura e della strumentalizzazione politica di tali preoccupazioni è dietro l’angolo; e per varie ragioni.

Innanzitutto, perché in una società complessa, articolata, stratificata, contraddittoria come quella odierna non si possono adottare le ottocentesche categorie interpretative veteromarxiste che “giustificano” la devianza delle categorie marginali.

Intanto, perché in una società multistratificata come quella postindustriale, i comportamenti devianti li ritroviamo in tutte le fasce sociali e generazionali, e non soltanto in quelle marginali. In secondo luogo perché c’è chi vede ancora negli interventi di ordine pubblico una connotazione repressiva piuttosto che una azione istituzionale volta a garantire il benessere e i diritti delle persone, a dispetto delle garanzie giuridiche e democratiche di una società quale è oggi la nostra.

Disconoscere la funzione democratica e di interesse collettivo dei provvedimenti volti a garantire l’ordine pubblico in un paese libero fa sospettare nel migliore dei casi un dilettantistico e frettoloso sociologismo, nel peggiore un velleitarismo populista se non un pericoloso flirt con certe posizioni antagoniste che andrebbero a minare le basi stesse di una società fondata sul diritto.

Certo è che proprio questa ideologizzazione del Daspo finisce per aumentare le criticità della sua applicazione pratica: così, c’è il sindaco che per spirito caritatevole non intende intervenire sulla coppia di clochard che con i cartoni occupa il passaggio in zona turistica, ma non propone neppure un riparo alternativo; c’è chi tollera l’accattonaggio molesto senza chiedersi chi ne muova le fila; e chi minimizza il comportamento socialmente importuno dell’alcolizzato senza considerare che solo un provvedimento nei suoi confronti schiude la possibilità di un Tso a suo vantaggio.

Ma che ci sia una punta di ideologismo dietro alle diffidenze nei confronti del Daspo urbano, lo provano anche altre due considerazioni, che emergono peraltro da studi e ricerche in corso.

La prima: se un provvedimento repressivo proviene direttamente dalla Questura, cioè da un soggetto tradizionalmente votato al controllo dell’ordine pubblico, è accettato con molta maggiore disponibilità di quanto non accada se la decisione parte da un soggetto “politico” quale è il sindaco, con grossolani equivoci sul ruolo di costui, definito quasi una sorta di “sceriffo”.

La seconda: nonostante il decreto Minniti sia stato elaborato da un governo di centrosinistra, vi sono stare finora molte resistenze ad applicarlo, almeno nella parte che riguarda le attività di repressione come il Daspo, proprio nelle amministrazioni locali di questo colore.

Non sarà che è anche in risposta a queste diffidenze che oggi in Italia si stanno verificando certi grossi spostamenti di idee nell’opinione pubblica, e quindi anche nell’elettorato, sempre più sensibile ai temi della sicurezza personale? Non sarà che certe critiche nei confronti del decreto Minniti e delle sue applicazioni finiscono per aprire le porte paradossalmente proprio ad una strumentalizzazione oltranzista che opera a favore di una “stretta” sull’ordine pubblico?

In realtà, occorre ricordare che il Daspo urbano non esime assolutamente una amministrazione dal programmare provvedimenti sostanziali di assistenza sociale e di rimozione dei fenomeni di esclusione e di marginalità sociale, ma questo è un discorso che riguarda un intervento “integrato” sul territorio che deve saper modulare assieme sia le strategie di prevenzione che quelle di dissuasione. Ambedue necessarie e legittime per garantire una migliore qualità della vita urbana nel rispetto di tutti i cittadini.

Francesco Mattioli
Professore Ordinario di Sociologia alla Sapienza di Roma.
Docente di Sociologia della sicurezza urbana nel Master di I livello in “Scienze criminologiche e forensi, investigazioni e sicurezza”, dell’Università della Tuscia

20 settembre, 2018

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