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Viterbo - Don Franco Magalotti, assieme ad Aly Ndoye e a un gruppo di volontari, sta sostenendo tre progetti in un piccolo villaggio in Senegal

“Diventiamo tutti migranti e portatori di solidarietà e condivisione”

di Daniele Camilli

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Viterbo - Aly Ndoye e don Franco Magalotti

Viterbo – Aly Ndoye e don Franco Magalotti

Viterbo - Don Franco Magalotti

Viterbo – Don Franco Magalotti

Viterbo - Aly Ndoye

Viterbo – Aly Ndoye

Bargua- Senegal - La costruzione del centro sanitario

Bargua- Senegal – La costruzione del centro sanitario

Senegal - Il villaggio di Bargua

Senegal – Il villaggio di Bargua

Bargua - Senegal - Il consiglio del villaggio

Bargua – Senegal – Il consiglio del villaggio

 

Viterbo – Giustizia e pace si baceranno. Così recitano i salmi, antico testamento. Così vive don Franco Magalotti di Valentano, l’ultimo prete operaio, parte attiva, assieme a un gruppo di volontari, di un progetto che in poco tempo sta vedendo la realizzazione di tre obiettivi. In Africa, Senegal. Per l’esattezza in un piccolo villaggio di 900 abitanti a 200 chilometri dalla capitale Dakar. Si chiama Bargua, da cui dipendono altri 8 villaggi. L’equivalente, dal punto di vista amministrativo, di un comune italiano con rispettive frazioni. Duemila abitanti in tutto.


Multimedia: La realizzazione dei progetti a Bargua in Senegal – Video: La costruzione del centro sanitario


“Diventiamo noi migranti e portatori di fraterna solidarietà e condivisione – dice subito don Franco – anziché strappare le persone dalle loro radici, cultura e case”. Assieme a Magalotti, nella redazione di Tusciaweb, anche Aly Ndoye, classe 1964, fratello del sindaco di Bargua Moudo Ndoye che ha invece più di 80 anni. Il primo dei due è musulmano, il secondo cristiano. E vanno d’amore e d’accordo. Come due fratelli.

“Vogliamo costruire un nuovo modello di accoglienza – prosegue don Franco – per questi fratelli molto più poveri di noi. Per di più violentati e costretti ad attraversare l’inferno, schiavi di trafficanti senza scrupoli. Il tutto per venire da noi che non sappiamo più accoglierli con amore né tantomeno integrarli nel nostro tessuto sociale e culturale. L’Occidente deve smetterla di rapinare le loro ricchezze e di esportare guerre e divisioni”.

Il meccanismo è semplice. Un gruppo di persone, messo insieme da don Franco, versa di volta in volta fondi di tasca propria che vengono poi raccolti, certificati e rendiconti da Magalotti e poi inviati in Senegal, destinati a specifici progetti in grado di fornire servizi di primaria e fondamentale importanza alle persone che vivono nei villaggi che fanno riferimento al comune di Bargua.

Franco Magalotti e Aly Ndoye si sono conosciuti qualche anno fa a Capodimonte dove Franco è stato sacerdote per lungo tempo. “Aly veniva spesso – spiega il sacerdote – per chiedere vestiti e altro da portare poi in Senegal. Un lavoro, il suo, incessante. A un certo punto mi ha proposto di raccogliere finanziamenti a sostegno di alcuni progetti. Una proposta allettante che abbiamo subito accolto. Ed è dalle nostre convinzioni che nasce l’esperienza che stiamo facendo, costruendo e realizzando, con semplicità e umiltà per rendere l’esistenza più vivibile, autentica e serena”.

Tre progetti. Uno è stato realizzato. Uno è iniziato. E il terzo è in fase di completamento. “Il primo progetto – ha raccontato Aly Ndoye – ha visto arrivare l’acqua potabile nei nostri villaggi. Il più grande dei tesori. Dovevamo fare più di 8 chilometri ogni giorni per andare a prenderla. Un’esperienza fondamentale per la sopravvivenza stessa delle persone. Il secondo progetto riguarda l’acquisto di un piccolo trattore per poter lavorare la terra, rendendola più produttiva, migliorando di conseguenza la vita degli abitanti dei villaggi che in tal modo hanno più cibo a disposizione. Servirebbe adesso un trattore più grande per poter aumentare le quantità prodotte. Infine – conclude Ndoye – abbiamo intenzione di costruire un centro sanitario capace di servire tutti i villaggi. Finora, l’ospedale più vicino dista 40 chilometri da Bargua e l’unico mezzo di trasporto è un carretto trainato da un asino, a volte da un cavallo”.

Una situazione di povertà estrema, in un Paese, colonizzato per decenni dalla Francia, che ha raggiunto l’indipendenza nel 1960 grazie alle battaglie fatte dal “leone d’Africa” Léopold Sédar Senghor.

“Occorre essere cristiani militanti – ha detto infine – facendo diventare vita la propria fede. Una fede che non si ferma alle affermazioni”.

Daniele Camilli

27 ottobre, 2018

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