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Viterbo - Lo ha detto il sindaco di Soriano nel Cimino Fabio Menicacci durante l'incontro in prefettura per discutere del piano licenziamenti proposto dalla Uno Più

“Se la fabbrica chiude sarò il primo a fare i picchetti”

di Daniele Camilli
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Viterbo - Lavoratori della Uno Più in piazza

Viterbo – Lavoratori della Uno Più in piazza

Viterbo - Il sindaco Fabio Menicacci durante l'incontro in Prefettura

Viterbo – Il sindaco Fabio Menicacci durante l’incontro in Prefettura

Viterbo - Christian Martin Rauch

Viterbo – Christian Martin Rauch

Viterbo - Il deputato Mauro Rotelli

Viterbo – Il deputato Mauro Rotelli

Viterbo - Paola Conte

Viterbo – Paola Conte

Viterbo - Elvira Fatiganti, Donatella Ayala e Aldo Pascucci

Viterbo – Elvira Fatiganti, Donatella Ayala e Aldo Pascucci

Viterbo - L'assessore regionale Claudio Berardino

Viterbo – L’assessore regionale Claudio Berardino

Viterbo - L'incontro in Prefettura per discutere della Uno Più

Viterbo – L’incontro in Prefettura per discutere della Uno Più

Viterbo – Istituzioni da una parte, azienda dall’altra. A sinistra le prime, a destra le seconde. In mezzo il prefetto, assessore regionale al lavoro e ministero. Seduti in platea sindaci e organizzazioni sindacali. In piazza i lavoratori. Un solo punto all’ordine del giorno, comunicato ieri dalla prefettura. “Problematiche occupazionali della provincia, con particolare riferimento a quelle della Uno Più”. L’azienda che nel suo nuovo piano di ristrutturazione ha previsto anche il licenziamento di 36 persone.

“Se la fabbrica chiude, e c’è un pacchetto da fare. Sarò io il primo a farlo. All’inizio di settembre ho lanciato l’allarme e fatto un appello. Sto ancora aspettando risposta”. A chiarire subito come stanno le cose, il sindaco di Soriano nel Cimino, dove la Uno Più ha sede, Fabio Menicacci.

Al tavolo, questa mattina nella sala Coronas di piazza del Plebiscito a Viterbo, ci sono il prefetto Giovanni Bruno, il senatore Umberto Fusco, il deputato Mauro Rotelli, l’assessore al lavoro della Regione Lazio, Claudio Berardino, i consiglieri regionali Enrico Panunzi del Pd e Silvia Blasi del movimento Cinque stelle, la responsabile dell’unità gestione crisi aziendale del ministero dello sviluppo economico Paola Capone, e l’azienda Uno Più rappresentata dall’amministratore delegato Christian Martin Rauch. Davanti a loro anche Cgil Filcams, Cisl Fisascat e Uil Tucs. Rispettivamente, Donatella Ayala, Aldo Pascucci ed Elvira Fatiganti. Infine, per il comune di Viterbo c’era il vice sindaco Enrico Contardo. In sala anche l’assessora allo sviluppo economico di Palazzo dei Priori, Alessia Mancini.

In ballo ci sono 36 posti di lavoro. Trentasei persone che rischiano di essere licenziate entro la fine dell’anno, se non prima, perché a settembre sono terminati gli ammortizzatori sociali previsti dal contratto di solidarietà. E perché l’azienda ha un piano industriale che non prevede più la loro presenza.

Da una parte istituzioni e sindacati chiedono di prendere tempo per capire il da farsi e trovare gli strumenti necessari per salvaguardare in qualche modo i posti di lavoro e la presenza di un’impresa storica, presente sul territorio da circa 40 anni. Dall’altra la Uno Più per la quale “non è possibile procedere oltre”, come ha più volte chiarito il suo amministratore delegato Christian Martin Rauch. “Non è una sorpresa che l’azienda sia in crisi. E lo è per colpa nostra, per scelte aziendali sbagliate. Sono 10 anni che si va avanti tra cassa integrazione e tavoli. Ma adesso dobbiamo trovare una soluzione”. Che per l’azienda con sede a Soriano nel Cimino sembra essere soltanto una.

“Ogni mese che passa – ha spiegato Rauch – è un mese perso. Dal 1° gennaio inizia per noi un nuovo corso e non vogliamo portarci appresso questa situazione. Se lo Stato è disposto ad aiutare economicamente le persone che verranno licenziate per noi non c’è alcun problema. Chiedo a tutti il coraggio necessario per affrontare i licenziamenti e aiuti statali per i lavoratori che andranno in esubero”.

In sintesi, l’azienda non ce la fa più ad andare avanti in questa maniera e molto probabilmente le 36 persone coinvolte verranno licenziate. L’unica via d’uscita è che lo Stato se ne faccia direttamente carico. 

Rauch, giovane e tedesco, ma di cultura anglosassone, è cristallino. E quando si sente proporre l’ennesimo tavolo istituzionale in prefettura o in Regione, oppure al ministero dello sviluppo economico, risponde: “e l’azienda che cosa ha in cambio se accetta questa proposta”. Talmente chiaro da far saltare sulla sedia Rotelli. “Le istituzioni – ha detto il deputato – hanno tutto il diritto di convocare un tavolo indipendentemente dalla vostra posizione”. Imbarazzo anche da parte della responsabile del Mise Paola Capone che cerca di far capire all’amministratore delegato che ci sono delle procedure che vanno seguite obbligatoriamente.

Prima ancora aveva a sua volta fatto presente che “per aprire un tavolo al ministero – ha sottolineato Capone – l’azienda deve presentare un piano di rilancio industriale che possa garantire l’impegno per un bilancio futuro. Il piano di ristrutturazione è fondamentale. Ma ognuno deve fare la sua parte. In questo percorso potrebbe subentrare anche il ministero del lavoro. Quindi, massima disponibilità da parte nostra”. A patto che vi sia “un accordo con la Regione, il piano industriale e la possibilità di trovare altri strumenti”.

La proposta che arriva da parte delle istituzioni va in direzione della cassa integrazione. Bisogna però prima aspettare che il parlamento approvi la norma che la introduca di nuovo, come annunciato dal governo in queste ultime settimane. Accanto agli aiuti economici statali, verrebbero poi attivati almeno due tavoli di confronto. Uno al ministero per definire la vertenza in corso e uno in prefettura per discutere della crisi economica del territorio. “In tal modo – dicono tutti all’unisono, consiglieri, deputati, sindacati e assessore regionale – avremmo la possibilità di garantire ancora per un po’ il reddito ai lavoratori e nel frattempo trovare le soluzioni necessarie per tutelare i posti di lavoro”. Che altrimenti è segnato. Da dicembre tutti a casa. A festeggiare un Natale senza stipendio e un futuro che per 36 persone sarà probabilmente tutt’altro roseo.

Daniele Camilli

 


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2 ottobre, 2018

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