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Le botteghe storiche Viterbo - Dal 1945 tre generazioni di negozianti nel cuore della città

Ottica Burla, dalla fotografia agli occhiali

di Valeria Conticiani

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Massimo Burla

Massimo Burla

Viterbo – Armonia tra tradizione e modernità. Conciliate alla perfezione. Una posizione invidiabile. Un negozio di tutto rispetto. Eleganza del passato rielaborata in un look molto attuale. Alla guida dell’ottica Burla, a neanche quarant’anni di età, Massimo Burla testimonia oggi una cultura familiare per la propria attività commerciale. Un sorriso accogliente e cortese nascosto dietro un primo sguardo di apparente formalità e intima riservatezza. Una storia di famiglia. Un percorso che ha vissuto il cambiamento non solo delle vicissitudini personali. Ma anche di una città e delle sue abitudini culturali. 

Su piazza del Plebiscito, proprio di fronte al comune di Viterbo, da oltre mezzo secolo vive il negozio di ottica Burla. Una famiglia la cui tradizione professionale risale al 1945. Quando Ridelmo Burla, padre di Mauro Burla e nonno dell’attuale proprietario e gestore dell’attività, Massimo Burla, aprì il suo primo negozio di fotografia. Tre generazioni a confronto. Ciascuna delle quali ha saputo apportare al proprio mestiere qualcosa di personale. Legandolo, ciascuno, ai tempi in cui ha vissuto. Un racconto che spiega la storia di una attività dagli anni ’50 ad oggi.

Massimo, può raccontare da dove partì suo nonno?
Massimo Burla, con evidente emozione negli occhi, ha spiegato le origini del suo negozio di ottica. “Mio nonno Ridelmo, viterbese come tutti noi della famiglia, ogni giorno da ponte di Cetti andava a lavoro in bicicletta. Era impiegato nel negozio di un fotografo che poi, attorno al ’40, dovette partire per la guerra. Un giorno, a seguito di un bombardamento, il suo negozio venne distrutto. Così mio nonno, in seguito, con l’esperienza maturata, ne aprì uno tutto suo. Era un tipo molto furbo e intelligente mio nonno. E capì ben presto che un’attività innovativa e redditizia sarebbe stata quella di fare servizi fotografici per cerimonie e lavori per le istituzioni. Infatti poi lavorò molto per battesimi, matrimoni e anche per la questura, per le riprese delle scene dei delitti o degli incidenti stradali. Dunque il primo negozio della mia famiglia si occupava esclusivamente di fotografia. Ma poi, negli anni ’60 ampliò l’attività trasformandola in foto-ottica, come anche altri all’epoca fecero negli stessi anni. Successivamente, negli anni ’70, dopo gli studi conseguiti a Firenze per diventare ottico, arrivò suo figlio Mauro, cioè mio padre. E ci lavorò con grande passione e preparazione, come ottico appunto, fino agli inizi degli anni ‘90. Con un ottimo riscontro da parte di tantissimi clienti che per anni e anni gli sono rimasti fedeli. A conferma della qualità della sua grande competenza in materia”.

E lei quando ha iniziato a lavorare all’attività di famiglia?
“Nel 1992 mio padre venne a mancare” – racconta Massimo con al contempo gioia e fatica di dover ricordare aneddoti dolci e amari della sua vita -. Da quel momento, dovemmo dare il negozio in gestione, nell’attesa che io ultimassi gli studi per specializzarmi come ottico anche io. Fino al 2000 l’attività fu gestita da altre persone. Poi, terminato il mio percorso di formazione fuori Viterbo, tornai e presi in mano io l’attività. Da solo. Avevo 20 anni e ora sono 18 anni che me ne sto occupando”.

Avere questo mestiere nel Dna cosa ha rappresentato?
“A dire il vero, – sottolinea un po’ aspramente Massimo -, non è stato per niente facile per me. Ho dovuto imparare totalmente da solo. Senza l’esempio e l’esperienza di nessuno. Perché non ho avuto opportunità di un affiancamento e dunque la salita è stata più ripida del previsto. Ma alla fine questo è stato anche il mio trampolino di lancio che mi ha permesso di mettere in pratica quanto studiato e soprattutto di sperimentare. Perché comunque quanto avevo ereditato aveva sì una storia e una base importante. Ma è anche vero che fare questo mestiere ai tempi di mio nonno e di mio padre era altra cosa che farlo oggi. Pertanto ho dovuto e avrei comunque dovuto imparare ad applicare nuove regole per nuovi mercati e nuovi clienti, diciamo così”.

Poi Massimo ha voluto aggiungere: “Certamente comunque ho avuto l’opportunità di ereditare qualcosa di prezioso. E anche in un buon punto del centro storico di Viterbo”.

Dunque è lo stesso mestiere ma anche un po’ differente da quello condotto dai suoi?
“I tempi sono cambiati. E le persone anche. A mio avviso Viterbo è una città difficile. Una città estremamente complessa. Dove non trova sfogo nessuna strategia commerciale. E dove comunque bisognerebbe che se ne occupasse solo chi conosce bene questa realtà. Per le botteghe, poi, occorre una precisa conoscenza delle merci che si vendono, in questa in particolare forse. A lavorare qui con me e per me ho due persone. Una specializzata nella vendita e selezione dei prodotti, Rob. L’altra, Nadia, che collabora con noi da venticinque anni come tecnico di laboratorio. Ed è qui da quando c’era mio padre. Ogni tanto mi racconta aneddoti e ricordi facendomi paragoni con i vecchi tempi. Dice che prima, quando entrava il rappresentante, mio padre non guardava neanche il campionario, prendeva direttamente tre occhiali per tipo. Adesso tra marche da sole e da vista c’è un mondo. Attualmente solo la selezione dei prodotti per noi rappresenta un lavoro. Che prende tanto tempo”.

Valeria Conticiani

 

21 ottobre, 2018

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