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La grande politica

Quelli che… Moro non gli piaceva

di Renzo Trappolini

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Aldo Moro

Aldo Moro

Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Se solo una minima parte dei circoli, associazioni, centri studi intitolati ad Aldo Moro dopo il suo assassinio da parte delle Brigate Rosse in guerra con lo Stato, che lui rappresentava più di ogni altro, fossero stati istituti prima, l’Italia sarebbe un’altra grazie alla “terza fase” della politica che ipotizzava per sbloccare la democrazia imprigionata da russi e americani.

Invece, lo seguivano in pochi e la sua corrente nella Democrazia cristiana non raggiungeva il 10% dei consensi. C’è voluta la morte, che ha squassato dalle fondamenta il sistema, per farci diventare tutti morotei postumi. Anche i comunisti, contro i quali si battè sempre e dei quali non mirava a diventare alleato ma farne una alternativa credibile. In sostanza aiutarli a non essere più comunisti. Un cammino, questo, peraltro non sgradito a chi alle Botteghe Oscure (l’antica e prestigiosa sede del Pci prima che il viterbese Ugo Sposetti la mettesse sul mercato immobiliare) passò poi attraverso il sofferto allontanamento dall’essere satellite del comunismo russo e l’accettazione dell’alleanza militare occidentale nata proprio contro il blocco sovietico.

Ma l’alternanza che Moro vagheggiava non si realizzò perché la sua scomparsa trascinò – come aveva scritto nelle lettere con riferimento a dove il suo sangue sarebbe ricaduto – anche la Dc – che rinnegò dalla prigione – e il Pci, il quale preferì cambiar nome e, come si è visto e si vede, anche natura, idee e prassi.

Sono passati solo quarant’anni da quel tragico 1978 quando in una Renault rossa, a metà strada tra Botteghe Oscure e piazza del Gesù, sede Dc, fu fatto trovare il suo cadavere che portò nella tomba anche le aspirazioni, le lotte, i delitti degli assassini, giovani che si credettero in grado di sconfiggere lo Stato con lo spargimento di sangue nemico.

Il rischio, oggi, è che il ricordo e lo studio della figura di Aldo Moro si trasformi solo in paravento della assenza di idee vivibili nell’attualità, dimenticando la colpa di non averne capito, lui vivo, il messaggio profetico.

Si potrebbe evangelicamente dire – se il paragone non è eccessivo, ma l’assassinio lo ha avvicinato al rivoluzionario crocifisso duemila anni fa – che per primi i “suoi non lo riconobbero”, non lo compresero: come dimenticare infatti le polemiche nei congressi nazionali! Ho viva memoria dell’11esimo congresso nel 1969 e degli scontri con due protagonisti della storia nazionale, Oscar Luigi Scalfaro, che poi da presidente della repubblica chiamò – lui sì – i comunisti al governo e Giulio Andreotti che con questi governò. Andreotti e Moro, come Moro e Fanfani, avevano concezioni diverse del partito. Movimento e cinghia di trasmissione della società civile con la classe politica per Moro, strumento di governo nella prassi andreottiana e grande apparato organizzativo delle masse per Fanfani.

La distanza, però, da Aldo Moro partiva da molto più lontano, dalle radici e dalla interpretazione del pensiero democristiano, irradiate nell’humus delle diverse anime del cattolicesimo romano.

Tutti ricordano l’afflizione e l’attivismo frenetico, coraggioso e sofferto di Paolo VI – antico padre spirituale dell’universitario Aldo Moro – quando, convinto che comunque il governo e i comunisti che lo sostenevano mai avrebbero trattato per la sua liberazione, si rivolse direttamente con lettera autografa ai sequestratori chiamandoli “Uomini” delle Brigate Rosse e implorandoli di rilasciarlo.

Moro fu ucciso ed i famigliari stretti, sconfessando il partito – come già aveva fatto lui – e la stessa Chiesa, non parteciparono al doloroso e surreale rito funebre che il papa volle nella sua cattedrale, il Laterano, absente cadavere. Dopo la messa celebrata dal cardinal Poletti, Paolo VI, vestito degli abiti pontificali, innalzò il suo tragico lamento verso il Dio dal quale si sarebbe presentato di lì a poco (mori meno di due mesi dopo) rimproverandolo di non aver “esaudito la nostra supplica per l’incolumità di Aldo Moro, un uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”.

Decisione molto personale, ebbe a sottolineare il cardinale Giuseppe Siri, considerando la presenza del papa nell’occasione “fatto eccezionale senza precedenti nella storia della chiesa, espressione solo di sentimenti personali. Neppure Alessandro VI si recò ai funerali del figlio Giovanni Borgia fatto uccidere dal fratello Cesare”.

Siri era uno dei porporati più importanti, per molto tempo il più giovane, beniamino di Pio XII e capo dei vescovi italiani negli anni in cui la Gerarchia, in cambio del voto dei fedeli alla Dc, si riteneva in diritto di dare al partito ed al governo consigli non certo facoltativi. In particolare, quando si trattò, di fronte alla crescente domanda di stato sociale, di coinvolgere nel governo il Partito Socialista, la cosiddetta apertura a sinistra che Moro propugnava e i vescovi, ma anche il Vaticano, avversavano.

Grande conservatore, rigido e fermo (lo chiamarono il papa mai eletto perché anche i colleghi cardinali ne temevano il rigore) aveva costanti contatti con i massimi dirigenti dello Stato, a partire dal presidente della Repubblica Gronchi, e del partito.

A Benny Lay, il decano dei vaticanisti, a proposito del rapporto con Moro, disse: “Ho litigato più volte con lui per il problema dei socialisti. Non che esprimesse esplicitamente le sue idee, ma si capiva dove voleva arrivare. Cambiava discorso, sfuggiva alle argomentazioni, talvolta atteggiava il viso come chi non riesce a seguire un certo discorso. Colpivo e mi sembrava di affondare la mano in un materasso. Una volta arrivai sul punto di desiderare di dargli un pugno. Mi trattenni perché le mani erano consacrate. Fortuna che non pensai ai piedi…” . (Giudizio non dissimile pare lo esprimesse sinistramente il segretario di stato americano Henry Kissinger).

I socialisti cominciarono ad entrare nelle giunte comunali con la Dc nel 1961, dopo le elezioni amministrative di gennaio e quando il presidente dell’Azione Cattolica Maltarello lo informò che Moro nell’imminente consiglio nazionale democristiano avrebbe proposto l’ingresso dei socialisti nella maggioranza di governo, il cardinale, come presidente della Cei, gli indirizzo, il 18 febbraio, una lettera di richiamo della quale raccontò ” sono andato alla macchina da scrivere e di getto ho buttato giù il testo. Però ho pensato: Moro può tenersi la lettera in tasca. Allora ho scritto altre otto copie e le ho spedite ai massimi dirigenti del partito che conoscevo. Così sarebbe stato costretto a parlarne. Quel mio scritto ritardò di un anno il centrosinistra“.

L’anno successivo, nell’imminenza del congresso Dc di Napoli che poi approvò definitivamente l’apertura a sinistra (Moro parlò sei ore per illustrarne le ragioni), i vescovi si riunirono d’urgenza alla Domus Mariae e decisero per un ultimatum da consegnare a Moro: accordo col Psi, ma solo a condizione che questo accettasse, senza modificare una virgola, il programma stilato dalla DC ed ovviamente gradito alla Chiesa. Si resero conto, comunque, della esosa arroganza della richiesta e, forse per questo, incaricarono di riferirla il cardinale Alfonso Castaldo, arcivescovo della città partenopea, ma considerato “il più napoletano dei furbi e il più furbo dei napoletani”.

L’incontro avvenne il 26 gennaio 1962. Moro ascoltò, prese atto, ma al congresso non ne tenne conto.

Renzo Trappolini

21 ottobre, 2018

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