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Tribunale - Caprarola- Imputata di omicidio colposo la legale rappresentante - Saranno acquisite le convenzioni della pubblica amministrazione per la gestione della struttura

Anziana cade e muore all’ospizio comunale, a processo cooperativa

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Viterbo - Il Palazzo di giustizia

Viterbo – Il Palazzo di giustizia

Caprarola – (sil.co.) – Anziana muore dopo una caduta alla vecchia casa di riposo “Nicolai Ferri Fantini” di Caprarola, a processo davanti al giudice Elisabetta Massini per omicidio colposo la legale rappresentante della cooperativa Silva Cimina che gestiva i servizi di mensa, pulizie e assistenza per il Comune, che era titolare della struttura. 

Per chiarire le competenze, saranno acquisite le convenzioni con la pubblica amministrazione. 

L’incidente risale al 30 luglio 2013 ed è avvenuto mentre un’assistente e un’inserviente stavano spostando la paziente, non autosufficiente, dal letto alla sedia a rotelle per portarla a cena. Le due donne avevano già imbracato l’anziana e azionato il pulsante del sollevatore, quando si sarebbe rotta una maniglia facendo precipitare la vittima sul pavimento.

La poveretta avrebbe sbattuto la testa sull’attrezzatura metallica, riportando una ferita sanguinante, ma restando lucida. Immediati i soccorsi. Nel giro di pochi minuti sul posto sarebbe giunta l’ambulanza, che ha trasferito d’urgenza in ospedale la paziente, successivamente deceduta. 

L’imputata è difesa da Cinzia Ruperto, mentre si sono costituiti parte civile le nipoti della vittima, assistite dall’avvocato Vincenzo Petroni.

Tutte le parti, al termine dell’udienza, hanno concordato nell’acquisire, presso il Comune di Caprarola, la documentazione relativa al rapporto che c’era tra la pubblica amministrazione e la cooperativa di servizi Silva Cimina, iniziato nel 2009, nonché eventuali convenzioni stipulate dal Comune con la Asl e la convenzione tra la cooperativa Silva Cimina e il consorzio Il Cerchio.

Ieri sono state sentite sia l’assistente che l’inserviente, dalle cui testimonianze è emerso che il sollevatore avrebbe dovuto essere azionato da due assistenti, anche se il funzionamento sarebbe molto semplice, essendo sufficiente imbracare la paziente e spingere un pulsante. E’ emerso inoltre che la vittima, dopo 3-4 anni nella casa di riposo, nel 2013 aveva subito due ricoveri, per una frattura e per un ictus, dopo di che era rientrata nella struttura, nonostante il parere contrario della cooperativa.

“Era stata dimessa da pochi giorni. Noi avevamo fatto presente all’addetta dei servizi sociali del Comune, cui spettavano gli accessi, che non era il caso di farla tornare, ma ce l’hanno mandata lo stesso”, ha spiegato la sorella dell’imputata, impiegata presso la segreteria della casa di riposo e tra i primi ad accorrere sul posto dopo l’incidente. 

“La signora non aveva i requisiti, ma i parenti ce la tenevano lo stesso – ha proseguito – gli accessi non erano una nostra competenza, responsabile era il Comune che era il proprietario e che chiamava per dirci chi sarebbe arrivato e pagava la retta. La modulistica non passava da noi, ma dal Comune”. 

“In media erano 25 gli ospiti, a volte anche non autosufficienti. La tipologia comprendeva i ‘parzialmente autosufficienti’ – ha proseguito la testimone – la signora, ad esempio, era entrata con il suo deambulatore che, come il sollevatore e la carrozzina, era stato fornito alla paziente dalla Asl. Ma quando è successo l’incidente e non è stata più in grado di deambulare è rimasta lo stesso. Il fatto è che quando gli anziani si ammalano sono gli stessi parenti a chiedere che possano restare, impegnandosi a dare una mano”.

Al termine, il giudice ha calendarizzato le prossime udienze del processo, tra il 7 gennaio e il 24 giugno, quando dovrebbe giungere a sentenza.


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27 novembre, 2018

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