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Viterbo - Per la procura Claudio Tomaino, che si autoaccusò di una strage familiare, si è suicidato - Il giudice: "Perché su viso e lenzuola c'erano macchie di sangue? Accertare che non sia stato pestato dagli agenti"

Detenuto morto a Mammagialla, il gip: “No all’archiviazione del caso”

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Claudio Tomaino

Claudio Tomaino

Viterbo – Si autoaccusò della strage di Caraffa, nelle campagne di Catanzaro. Un pluriomicidio avvenuto il 27 marzo del 2006, quando furono uccisi l’infermiere Camillo Pane, la moglie Annamaria e i figli Eugenio e Maria. Il movente? Questioni di soldi. Secondo gli inquirenti il presunto assassino, che era nipote di Pane, avrebbe dovuto 450mila euro allo zio, con il quale aveva un’attività di compravendita immobiliare.

Il presunto omicida era Claudio Tomaino, 30enne di Lamezia Terme, che venne rinchiuso nel carcere di Mammagialla. Ma nella sua cella, il 19 gennaio 2008, è stato trovato morto. Con una busta di plastica in testa. Per la procura di Viterbo non ci sono mai stati dubbi. Si è trattato di un suicidio, considerando anche i quattro precedenti tentativi di Tomaino di togliersi la vita. Prima tagliandosi le vene. Poi ingerendo lamette e barbiturici.

Più volte, nel corso degli anni, i magistrati di via Falcone e Borsellino hanno chiesto l’archiviazione del fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio. Archiviazione a cui la mamma del 30enne, Maria Cecilia Pane, si è sempre opposta tramite l’avvocato Francesco Balzamo. Archiviazione a cui il tribunale di Viterbo ha sempre detto no. L’ultima volta è stata lunedì scorso, quando il gip Savina Poli non ha accolto la richiesta di archiviazione presentata dalla procura il 21 marzo del 2017.

“Appare necessario – scrive il giudice nell’ordinanza – svolgere ulteriori indagini, come comparare i profili genetici di cui si dispone con quello di Maria Cecilia Pane, per verificare se e quali profili appartengano a Tomaino. È necessario compararli anche con quelli di chi, la mattina in cui è stato scoperto il decesso del detenuto, ha avuto accesso nella sua cella. Tale comparazione può chiarire definitivamente se i profili non attribuibili a Tomaino siano dei soccorritori, come ipotizzato dal pm”.

Il 19 gennaio 2018 sul viso e sul cuscino di Tomaino sono state trovate macchie di sangue. “Per dissipare ogni dubbio sulle cause del decesso del detenuto – prosegue il gip -, è necessario che il consulente del pm chiarisca quale fosse la concentrazione di gas butano rilevata nei reperti prelevati dal cadavere e se fosse sufficiente a determinarne la morte per asfissia. È necessario che il pm risente il medico legale per chiarire come, in presenza di una morte dovuta ad asfissia per intossicazione da gas butano, possano spiegarsi le copiose tracce ematiche presenti sulle federe e sui lenzuoli di Tomaino, e se la causa della morte possa essere compatibile con quanto riscontrato durante l’autopsia: presenza di edema polmonare acuto, con stravizi emorragici e intensa congestione intervascolare”.

Il gip ha ordinato ulteriori indagini anche sulle dichiarazioni di un detenuto a Mammagialla che avrebbe “denunciato – è scritto nell’ordinanza – degli agenti di polizia penitenziaria che, a suo dire, sarebbero stati autori di un pestaggio ai danni di Tomaino nei giorni precedenti la morte”. Il detenuto “ha affermato che la sera prima del decesso di Tomaino – scrive il gip – gli agenti in servizio avevano stranamente chiuso tutte le porte blindate prima del tempo”. Per questo il giudice ha chiesto di “comparare anche i profili genetici degli agenti con quelli a disposizione”, e di accertare se “la sera del 18 gennaio 2008 le celle della sezione fossero state chiuse prima del tempo”.


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30 novembre, 2018

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