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Viterbo - Cultura - Intervista all'editorialista ed ex direttore di Repubblica Ezio Mauro che stasera, 28 novembre alle 21, al teatro Caffeina presenta il suo ultimo libro "L'uomo bianco" (Feltrinelli)

“Il governo lucra sul consenso arrabbiato, la sinistra non ha una nozione di sé…”

di Paola Pierdomenico

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Ezio Mauro

Ezio Mauro

Viterbo – “Il governo non sta ottenendo grandi risultati e sta lucrando su questo consenso arrabbiato che punta più sul risentimento”. “La sinistra non ha una chiara nozione di sé e del paese. E’ inconcepibile che non ci sia ancora un volto e un programma”. “L’uomo bianco non è un punto di arrivo della nostra evoluzione, ma un punto di partenza, un ritorno alla nostra primoridialtà”.

Ezio Mauro, editorialista ed ex direttore di Repubblica, presenta stasera alle 21 al teatro Caffeina il suo libro L’uomo bianco (Feltrinelli), in cui si interroga sul cambiamento della nostra società. Di fronte a una politica che non cancella le paure, ma le alimenta e a una crisi che ha trasformato il paese.

Chi è l’uomo bianco di cui parla e perché specificare quel ‘bianco’, riferendosi al colore della pelle. Non è una regressione?
“Intanto – dice Mauro – l’uomo bianco siamo noi, la nostra natura e la nostra essenza. Ciò che noi siamo e il nostro tratto biologico, una parte di noi stessi che non rinneghiamo perché non potremmo, né vogliamo farlo. Nello stesso tempo, è anche ciò che non ci siamo mai accontentati di essere perché, a questa nostra essenza primitiva, abbiamo aggiunto mille sovrasrutture, visto che siamo anche ciò che abbiamo incontrato nella vita e ciò che ci siamo costruiti.

Nessuno di noi quando si presenta dice ‘piacere, sono un uomo bianco’, ma diciamo di essere un italiano, un credente, un francofono, un europeo, un uomo cosmopolita e un mediterraneo. Abbiamo mille definizioni di noi che spiegano ciò che siamo diventati e stiamo diventando, quello che abbiamo aggiunto al nostro modo di essere primitivo. Questo per dire che l’uomo bianco non è un punto di arrivo della nostra evoluzione, ma un punto di partenza. Quando torniamo a essere l’uomo bianco, è una spoliazione e un ritorno alla nostra primordialità che è fatta, non a caso, di carne, di sangue e di colore della pelle”.

Dice che “la deformazione di noi stessi e del nostro costume civile è qualcosa che non vediamo più, di cui non ci accorgiamo perché si consuma quotidianamente, consumandoci”. Come e quando cambia la normalità in Italia?
“Cambia quando nel linguaggio, nei comportamenti e nel modo di dire cominciamo a permettere qualcosa che non permettevamo a ognuno di noi soltanto pochi anni fa. C’è una regressione del nostro modo di essere, una crudeltà verbale nei nostri atteggiamenti e una postura feroce e ingiustificata che, certamente, non aumenta la nostra sicurezza che si scatena sui più deboli e i più indifesi.

Ed è gratuita e fa a pezzi la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostri madri che era fatta di sicurezza per la famiglia e difesa di interessi legittimi, ma anche di solidarietà e coscienza. Tutto questo noi lo gettiamo a mare, proprio mentre parliamo di conservazione di italianità. Buttiamo a mare qualcosa che era profondamente italiano”.

Nel libro, parte da tre episodi di cronaca: Rosarno 2010, la vicenda di Luca Traini a Macerata e il caso della fornace di San Calogero in Calabria. Sono, per lei, drammatici esempi del cambiamento del nostro paese?
“Sono episodi che hanno scosso l’Italia e richiamato l’attenzione dei cittadini. Qualcosa a cui non eravamo abituati. Un raid vero e proprio all’americana di Traini a Macerata, un giovane uomo di 29 anni che esce di casa con l’automobile e tiene il volante con la mano sinistra e con la destra spara dal finestrino del passeggero abbassato a nove persone, ne ferisce sei e solo per caso non c’è un morto. Poi il caso della fornace di San Calogero dove muore Soumaila Sacko, il sindacalista dei braccianti, colpito alla testa da un uomo che si accomoda su una sedia per prendere meglio la mira col fucile e spara da 50 metri di distanza a persone di colore.

Infine, il caso di Rosarno del 2010, la prima volta che io, su Repubblica, ho usato il termine uomo bianco, quando due uomini non identificati e quindi non puniti giudiziariamente, come qualcuno va a sparare ai barattoli o purtroppo ai gatti, escono con un fucile ad aria compressa sul pianale dell’auto e vanno a cercare sulla strada i braccianti, mettono gli abbaglianti e li colpiscono mentre ritornano dai campi in cui raccolgono i pomodori, lasciandone tre a terra feriti. Queste persone non avevano alcun rapporto con le vittime e non avevano ricevuto nessuna offesa. Hanno in comune il fatto di sparare ai neri, anzi ai ‘negri’ come li chiamano loro, e solo per il colore della pelle. Basta questo per giustificare l’azione che stanno facendo”.

Nel libro dice: “vediamo le nostre paure come ingigantite e dilatate e vediamo come agiscono su di noi cambiandoci, inducendo comportamenti inattesi”. Quali sono le paure di oggi? E’ solo paura dell’immigrazione e dell’uomo nero?
“La paura ci è proposta come un indistinto, un tutto unico. La paura viene fatta precipitare tutta addosso al migrante come fosse capace di sopportare e di portare sulle sue spalle tutte le colpe del secolo. In realtà, è una paura composta di inquietudini molto diverse tra di loro, la prima delle quali è un’inquietudine per il futuro che nasce dalla mancanza di protezione della politica, dalla sensazione che i fenomeni che abbiamo davanti sono fenomeni che il governo e le istituzioni non sono in grado di fronteggiare perché vanno oltre gli stati nazionali, la globalizzazione, il terrorismo internazionale, la crisi del lavoro e il fenomeno delle migrazioni. Ci sentiamo scoperti come se ci mancasse un tetto che ci tutela, quindi c’è la sensazione di essere poco protetti e di una mancanza di sicurezza complessiva.

E’ il problema del lavoro che non c’è e il sentimento di precarietà per le giovani generazioni. E’ l’incertezza del lavoro per la generazione dei 50enni e di un’eterna precarietà o difficoltà a entrare nel mondo del lavoro per la generazione dei figli. Una madre che ha il figlio di 35 anni sul divano e che non entra nel lavoro e lo guarda pensando che non avrà mai la pensione e ha chiaramente delle paure. Paure che non possono essere scaricate sul migrante e in particolare il migrante nero che è fatto a posta per portare la croce di queste paure e di queste incertezze. Ma sono più pregiudizi che paure”.

La politica dovrebbe vincere queste paure, ma quella di oggi non colma i vuoti e non getta i ponti. Qual è la principale colpa della politica italiana?
“E’ in ritardo nel non chinarsi sulle paure della parte più fragile della popolazione che sono gli anziani e le persone sole, dove oltretutto queste categorie spesso coincidono. A loro si dovrebbe spiegare che bisogna fare i conti coi numeri e non con le dimensioni fantasmatiche delle paure, perché i numeri sono gestibili. Chi parla di invasione dice delle menzogne.

In più, la politica dovrebbe ricordarsi che è stata inventata per liberare gli uomini dai demoni e dalle catene della paura. La politica di oggi, invece, ricorda quei monaci medievali che battevano alle porte e alle finestre delle nostre contrade dicendo ai cittadini di ricordarsi di avere paura. La politica ci ricaccia dentro la cappa della paura invece di liberarcene per trarne un misero profitto elettorale”.

Sostiene che “la democrazia è davanti alla sua contraddizione della modernità: deve rispondere alla domanda di sicurezza che le viene rivolta dai suoi cittadini e deve rispondere all’appello della disperazione che le arriva dai migranti”. Stiamo andando verso una democrazia illiberale?
“La democrazia è tirata da due cavalli che vanno appunto in direzioni opposte e rischiano di lacerarla e squartarla, perché sono due domande in qualche misura legittime e contraddittorie. Da una parte, i cittadini che dicono ‘pensa a noi, dacci una domanda di chiusura e di sicurezza, pensa soltanto a noi’. Ed è una domanda legittima se non fosse egoista. Dall’altra, i migranti da cui viene una domanda di apertura con loro che chiedono ‘pensa a noi, dacci una risposta di accoglienza e solidarietà’. La democrazia deve conciliare la domanda del particolare e dell’universale e deve cercare di tenerle insieme, rimanendo innocente e incontaminata. Una prova dell’universale perché i suoi temi valgano per tutti. Naturalmente se la democrazia viene privatizzata, vale soltanto per qualcuno e solo per i garantiti viene mutilata”.

Descrive anche il ‘forgotten man’, “un superstite solitario, prima scartato dalla crescita, poi ferito dalla crisi e deluso dalla rappresentanza. La politica tradizionale gli avrebbe proposto la reintegrazione e il riscatto, ma è arrivata un’altra politica, quella che non esorcizza la sua protesta ma la incamera”. Come si fa a far risentire il forgotten man parte della società?
“Il forgotten man è stato per troppo tempo dimenticato, non è esattamente il diseredato, è anche quello, ma è una persona che ha delle invidie sociali e guarda il vicino che ha avuto più fortuna di lui e dice di essere meglio. E’ una persona che si ritiene in credito con la società e che comunque ha in tasca una cambiale inesigibile che gli dà diritto a mettere il muso alla società, ad aver accumulato un rancore che, in qualche stagione passata della politica, c’è stato.

La novità è che oggi trova riscontro nella politica, mentre, in passato, le grandi culture politiche, quelle democristiana, comunista e socialista, facevano da filtro buttando via la parte che non serviva a nulla, quella più arida e incandescente e veniva presa solo la voglia di cambiamento.
Adesso, invece, c’è chi riceve la rabbia. Improvvisamente, quindi, il forgotten man scopre che può diventare protagonista della scena proprio grazie al suo rancore, che diventa una merce interessante per l’antipolitica che taglia la strada alla politica e la sopravanza”.

Pensa che all’appuntamento con ‘l’uomo solo’, da noi, si sia presentato il populismo di Salvini e Di Maio che hanno saputo fare una proposta convincente riuscendo a coinvolgerlo?
“Sì, gli si sono presentati come un veicolo importante per dare un calcio al sistema. Dopodiché, se uno si domandasse cosa c’è dopo il calcio capirebbe che non c’è una proposta convincente. Intanto, però, si da un calcio al sistema e al forgotten man, per il momento, questo basta”.

Come siamo arrivati a questo punto, con Trump negli Usa, Salvini in Italia e un’Europa a pezzi?
“Grazie al più grande attore sociale del decennio che è la crisi. Una crisi che non ha paragoni ed è la più grande del secolo, più potente di quella del ’29. L’errore più grande che è stato fatto dai giornali, ma anche dagli analisti specializzati è stato di ragionare con la metafora del tunnel.

Questo ci ha fatto pensare che bastasse attraversarlo a velocità moderata, accendendo le luci per uscire indenni e uguali a come quando siamo entrati. Non è così, perché la crisi cambia tutti noi e riconfigura il sociale, agendo in alto e in basso.

Soprattutto, trasforma le disuguaglianze in esclusioni. Probabilmente le disuguaglianze non fanno piacere alla democrazia che sa, però, che non sono eliminabili. Allora la democrazia dice alla politica di ridurla e, per farlo, si è inventata mille strumenti per attenuarle. Si è inventata il welfare state, l’istruzione obbligatoria, la sanità pubblica, ma quando entrano in campo le esclusioni, la democrazia viene messa con le spalle al muro per il semplice fatto che o vale per tutti oppure c’è qualcosa che non funziona”.

Che senso ha questa guerriglia contro l’Europa a parte raschiare il fondo del barile dei consensi?
“Ha il senso di creare un nemico che è una delle emotività tipiche del populismo che ha bisogno di una mobilitazione costante. Ha bisogno di avere sempre un nemico che può essere l’élite, la classe dirigente, chi c’era prima, il sapere. Il nemico è chi ha confiscato il potere del popolo ed è l’Europa dove si annida l’insieme di tutto questo: il sapere, la tecnocrazia, la burocrazia, le banche, la politica dei vertici e delle classi dirigenti. Come se l’Europa fosse una potenza straniera e non un libero patto degli stati, come se non fosse qualcosa che ha contribuito a dare la pace a un continente che aveva prodotto due guerre mondiali, qualcosa che non ha prodotto pace, benessere, crescita e ha permesso ai nostri cittadini di viaggiare, non solo con la moneta unica, ma senza passaporto. Un’Europa che ha permesso di sentirsi cosmopoliti e cittadini europei. Una conquista assoluta. Tutto questo viene messo in discussione con muri nuovi come sovranità immaginarie per ritornare indietro, rimpicciolendoci e chiudendoci dopo una stagione in cui sembrava impossibile viaggiare in un mondo aperto. Una regressione”.

Quanto dura il governo e di fronte a quale scenario ci troveremo a maggio?
“Il governo non sta ottenendo grandi risultati, sta lucrando su questo consenso arrabbiato che punta più sul risentimento e sulla partita dell’Euopa su cui si gioca l’osso del collo. Punta ad arrivare alle Europee a ogni costo e naturalmente i risultati sono quelli che sono, specie quelli economici che rischiano di essere molto critici per il nostro paese”.

Che fine ha fatto la sinistra nel nostro paese visto che l’opposizione sembra farla solo Repubblica…
“Repubblica semplicemente segue le sue idee e testimonia un’idea dell’Italia senza preoccuparsi se questa sia o no di minoranza. D’altra parte Repubblica è stata per una grandissima parte dei suoi 40 anni all’opposizione, quindi non è una novità. Ci può stare benissimo in compagnia di qualche buona idea e qualche valore da conservare.

La sinistra non ha una chiara nozione di sé e del paese. E’ inconcepibile che non ci sia ancora un volto e un programma, un’energia precisa in campo di fronte a questa destra così presente e forte e di fronte a questa onda nera che attraversa l’Europa e che ha nell’Italia uno dei suoi perni. E’ inconcepibile che la sinistra stia guardando, attardandosi in questioni procedurali, e non senta la necessità di scendere in campo al più presto con una leadership forte e definita”.

Paola Pierdomenico


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28 novembre, 2018

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