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Tribunale - In aula contro l'ex direttore Paolo Gianlorenzo i giornalisti "ribelli" Roberto Pomi e Glauco Antoniacci

“Macchina del fango, ecco come funzionava il metodo Ciarrapico”

di Silvana Cortignani

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Paolo Gianlorenzo

L’imputato Paolo Gianlorenzo

Roberto Pomi

La parte offesa Roberto Pomi

Glauco Antoniacci

Glauco Antoniacci

Viterbo –  “Macchina del fango, ecco come funzionava il metodo Ciarrapico”.

E’ ripreso con la testimonianza dei giornalisti “ribelli” Roberto Pomi e Glauco Antoniacci il processo a Paolo Gianlorenzo, l’ex direttore dei quotidiani Nuovo Viterbo Oggi e L’Opinione di Viterbo finito sotto inchiesta (e poi a giudizio con altre sette persone) in seguito alla denuncia, nel 2011, di un gruppo di sei redattori, soci della cooperativa, che avevano registrato una riunione nel corso della quale sarebbero stati minacciati di licenziamento, se non avessero accettato una riduzione dello stipendio. 

L’unico a essersi costituito parte civile è Daniele Camilli, sentito lo scorso 15 maggio, mentre Pomi e Antoniacci compaiono solo come parti offese, assieme agli ex colleghi Luca Appia, Mario Ramundo e Alberto Zadro.


“Ecco come funzionava il metodo Ciarrapico”

Sollecitati dalle difese a svelare il “metodo Ciarrapico” usato da Gianlorenzo per ottenere presunti vantaggi da politici, imprenditori, funzionari pubblici, o altri personaggi noti e influenti, Pomi ha spiegato come il meccanismo fosse iniziato ai tempi di Nuovo Viterbo Oggi, il cui editore era il senatore Giuseppe Ciarrapico.

“Il metodo era stato teorizzato da Ciarrapico e mutuato da Gianlorenzo – ha spiegato il cronista – consisteva nell’individuare il potente di turno, farselo nemico in un primo momento attraverso un’aggressiva campagna stampa mirata e poi farselo amico quando, preoccupato per la sua immagine, sarebbe stato disposto a venire a più miti consigli”.

Alla richiesta del pm Massimiliano Siddi di fare un esempio ha proseguito: “Ai tempi dell’inchiesta Asl, Gianlorenzo mi ha convocato invitandomi a indagare sulle problematiche dell’università. Scrissi diversi articoli, poi mi disse che ‘basta, hanno stancato, tanto non interessano nessuno’, pubblicando il giorno dopo un articolo in prima pagine in cui tesseva le lodi del rettore Marco Mancini. Mi dissero ‘è perché hanno assunto sua moglie'”. 

Nella famosa riunione registrata il 10 agosto 2011 dai sei cronisti ribelli sarebbe tornato a parlare degli amici e dei nemici del  quotidiano da lui diretto, individuando in Francesco Battistoni e Piero Camilli i nemici da colpire: “Andavamo ‘ammazzati’ con articoli aggressivi, bisognava scovare cose anche private contro di loro, andava colpito l’avversario per trarne vantaggio per il giornale”, ha confermato Antoniacci.


Quattro buttafuori alla riunione coi giornalisti

Oltre a confermare la presenza in redazione di una mazza da baseball (“nell’archivio al pianoterra”), di un tirapugni (“in bella vista sulla scrivania di Gianlorenzo”) e di una pistola (“forse una scacciacani, nell’ufficio della Tartaglini”), Roberto Pomi ha raccontato di quando all’assemblea dei soci della cooperativa giornalistica si presentarono quattro noti buttafuori.

“Li conoscevamo bene di vista perché facevano i buttafuori in discoteca a Viterbo. Gianlorenzo ce li ha presentati dicendo che erano dei nuovi soci”, ha detto il testimone, spiegando come l’ex direttore si vantasse di avere amicizie coi vertici dei comandi provinciali dei carabinieri e della guardia di finanza. 

Pomi sarebbe stato minacciato davanti a tutti, il 10 agosto 2011, da Gianlorenzo. “Se non stai zitto, ti ammazzo di botte”, gli avrebbe detto, mentre Antoniacci metteva a Verbale.


Battistoni nemico, Birindelli amica

 “Ci diceva che Battistoni era tra i nemici, ma di solito era lo stesso Gianlorenzo a scrivere gli articoli contro di lui – ha spiegato Pomi – una volta però lo fece fare a me, comportandosi poi in maniera molto scorretta. A una persona che si lamentava al telefono, senza accorgersi che io ero nella stessa stanza, ha dato a me la colpa del contenuto, quando mi ero solo limitato a scrivere al suo posto”.

“Con la Birindelli aveva un buon rapporto – ha proseguito Pomi – le dedicava anche aperture in prima pagina per notizie che avrebbero meritato un trafiletto”. 


Spuntano nuove accuse per l’ex funzionario dell’agenzia delle entrate

Spuntano nuove accuse per l’ex funzionario dell’agenzia delle entrate. E’ tra gli otto imputati rinviati a giudizio il 29 febbraio 2016, accusati a vario titolo di tentata estorsione, corruzione, peculato, concussione, minacce, appropriazione indebita, abuso d’ufficio e detenzione abusiva di armi: Paolo Gianlorenzo; la giornalista Viviana Tartaglini; l’ex assessora regionale all’agricoltura Angela Birindelli; l’ex patron della Viterbese Calcio e imprenditore Giuseppe Fiaschetti; l’ex direttore dell’assessorato all’agricoltura Roberto Ottaviani; l’ex commissario straordinario dell’Arsial, Erder Mazzocchi; l’ex dipendente della Asl, Sara Bracoloni.

Infine c’è l’ex funzionario delle Entrate, Luciano Rossini, al quale ieri, oltre alla tentata concussione e rivelazione di segreti d’ufficio per la vicenda del notaio Fortini, è stato contestato anche l’accesso abusivo al sistema informatico e telematico dell’agenzia per un capo d’imputazione inizialmente stralciato dalla maxinchiesta.

Rossini, in pensione dallo scorso giugno, avrebbe commesso il reato quando, addetto alle relazioni con il pubblico, fu contattato da Gianlorenzo per avere informazioni sulle figlie del gip dell’inchiesta per corruzione alla Asl, “colpevole”, secondo il cronista, di avere rigettato le richieste di arresto per alcuni degli indagati. 


Tra le cinque parti civili, il presunto prestanome di Ciarrapico

Parti civili la Regione Lazio, il senatore Francesco Battistoni, l’imprenditore e politico Piero Camilli, il giornalista Daniele Camilli e Antonio Riccardi, il presunto prestanome di Giuseppe Ciarrapico, ex senatore Pdl ed ex editore di Gianlorenzo, il quale si sarebbe spacciato per lui per ottenere informazioni scottanti al telefono. 

L’inchiesta denominata “IV Potere” del pm Massimiliano Siddi è partita nel 2011 dalle denunce di un gruppo di redattori dell’Opinione e dalle querele del politico-imprenditore-patito di pallone Piero Camilli e dell’allora consigliere regionale del Pdl Francesco Battistoni. Nel 2012 è deflagrata quando, con l’implicazione di Angela Birindelli, sono finite sotto la lente degli investigatori della Polstrada le edizioni 2011 e 2012 del Vinitaly, coinvolgendo i vertici dell’Arsial. Centrale il presunto scambio di favori tra stampa e politica: pubblicità dell’assessorato al quotidiano di Gianlorenzo da parte della Birindelli, per affossare sul giornale il rivale politico Francesco Battistoni, consigliere regionale della stessa area cui per via delle quote rose aveva sfilato l’assessorato.

Il processo riprenderà il 4 dicembre.

Silvana Cortignani

 


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14 novembre, 2018

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