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Quando dico Europa - Muri, frontiere e sovranismi non risolvono i problemi dei cittadini

Il 9 novembre 1989 crollava il muro di Berlino…

di Francesco Ciprini

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Francesco Ciprini

Francesco Ciprini

Bruxelles – Il 9 novembre 1989 crollava il muro di Berlino.

Era l’inizio della fine del blocco sovietico e della dittatura che per 50 anni aveva avvolto l’Europa centro-orientale in un manto grigio.

Una data che ha cambiato la storia d’Europa: milioni di persone tornavano a sentirsi libere, uno tsunami imprevedibile che cambiava ogni punto di riferimento e spingeva verso il processo di unificazione.

Come se la domanda di libertà dei popoli dell’Est europeo ricordasse a chi era dall’altra parte del muro quanto preziosa fosse quella libertà.

Si apriva una stagione nuova di ideali e speranze condivise. L’Unione europea era la meta realizzabile auspicata da tutti. Il sogno europeo di De Gasperi, Adenauer e Schuman riviveva nei berlinesi che, la sera di quel 9 novembre, arrampicandosi e scavalcando il muro di Berlino, aprivano la via a una nuova storia di libertà e integrazione.

Non a caso, la prima libertà rivendicata dai cittadini della Germania dell’Est è stata la libertà di movimento. Non a caso, appena il governo tedesco orientale concesse ai cittadini la possibilità di uscire dalla Ddr, 3,5 milioni su 16 milioni di abitanti lo fecero.

Molte cose sono cambiate da allora. Ma oggi, come allora, l’Europa è a un bivio. La scelta, all’epoca, era tra l’apertura delle frontiere e l’immobilismo grigio di una dittatura che aveva dovuto costruire un muro di 155 km non solo per impedire ai propri cittadini di uscire, ma anche per evitare che entrassero stranieri.

I leader che dopo la seconda guerra mondiale avevano dato vita a un nuovo Rinascimento europeo erano animati dalla volontà di evitare alle nuove generazioni gli orrori che avevano sperimentato sulla loro pelle.

I successi dell’Unione europea non vanno dimenticati. Nel 1957, alla firma del Trattato di Roma, i poveri rappresentavano il 41% della popolazione europea e la classe media il 50%. Nel 2007, il Pil Ue pro capite è cresciuto di 4 volte, i poveri erano il 14%: una riduzione delle disuguaglianze sociali senza precedenti. La classe media in Ue rappresenta ancora oggi il 75% della popolazione, a fronte di una media mondiale del 50%.

E’ vero che l’attuale modello di società globale non ha portato solo vincitori. A 10 anni della crisi innescata dai mutui subprime Usa, a cui è seguita quella delle banche e dei debiti sovrani Ue, le conseguenze economiche per alcuni Paesi sono equiparabili a quelle di una guerra.

L’Italia ha perso 1/4 della sua base manifatturiera e un 1/3 degli investimenti, tornando al livello di Pil degli anni 90. I salari reali sono fermi. Si è allargata la forbice tra i ricchi e i poveri e tra regioni arretrate e sviluppate. La disoccupazione giovanile nel Sud è al 50%, facendone l’area più depressa in Europa.

Però oggi, a 200 giorni dalle elezioni europee, dovremmo ricordare tutti quella notte a Berlino e quello spirito di libertà e cambiamento che riempiva le strade d’Europa.

Abbiamo di fronte nuove sfide: rivoluzione tecnologica, flussi migratori a volte incontrollati, delocalizzazioni e disuguaglianze alimentano frustrazione, senso d’insicurezza e angoscia per il futuro.

Nuovi muri, frontiere e sovranismi sembrano antidoti rassicuranti ad una globalizzazione che sembra essere sfuggita al controllo dei cittadini. Ma sono anestetici, non cure utili a risolvere i problemi.

Trump, la Brexit, l’emergere di sovranismi autoritari, il populismo dilagante nei partiti europei sono sintomi di un malessere profondo. E sicuramente questa Europa è lungi dall’essere perfetta.

Nella casa comune europea, il rubinetto perde, gli infissi alle finestre sono da fare nuovi e dovremmo rifare l’intonaco. Ma non per questo dobbiamo distruggere l’intera casa.

L’Europa storicamente non è mai stata il luogo delle paure che portano a rinchiudersi. Tanto meno l’Italia. Italiani erano i commercianti che aprivano la Via della Seta e che con le Repubbliche marinare dettavano le leggi commerciali nel mondo allora conosciuto. Italiano era il navigatore che si dirigeva verso il Nuovo Mondo.

Buttare benzina sul fuoco del malcontento non è nell’interesse del nostro Paese. Come possiamo pensare di fare da soli in un mondo in cui le nostre imprese devono competere sui mercati con giganti come Usa, Cina, Russia o India? Se 250 miliardi su 400 di export italiano si realizzano nel Mercato Unico europeo, che senso ha dichiarare guerra all’Europa, passare un giorno sì e l’altro pure a litigare con commissione e consiglio?

Dobbiamo andare oltre la lettera di un commissario e le dichiarazioni discutibili di un altro. Superare le provocazioni e ricordarci chi siamo e da dove veniamo.

Quanti ragazzi e ragazze hanno completato il loro ciclo di studi dopo un Erasmus? Quante aziende hanno visto crescere fatturato e numero dei dipendenti grazie alle esportazioni? Di quanto i settori turistici e culturali sono cresciuti grazie agli accordi di Schengen? La libera circolazione di persone, merci e capitali sembra oggi così normale che non ci si ricorda più quando non c’era. Come non ci ricordiamo più i 5 euro per le ricariche telefoniche, o la diversa e salata tariffa per telefonate o connessione dati dall’estero.

L’Europa deve cambiare. Ma dobbiamo anche ricordarci dei tanti successi ottenuti grazie all’Unione europea. La ricerca scientifica e tecnologica ha fatto passi da gigante.

Se oggi la protezione civile è in grado di reagire tempestivamente alle emergenze legate a maltempo ed alluvioni, è grazie al programma Copernico di osservazione satellitare. Se oggi viviamo nel continente meno inquinato al mondo lo dobbiamo alle tante azioni portate avanti dall’Unione europea per l’utilizzo dell’energia da fonti rinnovabili, per decarbonizzare i trasporti, per una economia più circolare, per ridurre emissioni di CO2 ed inquinamento da plastica.

L’ultimo Eurobarometro mostra un crescente apprezzamento da parte dei cittadini per l’adesione all’Unione europea, con la percentuale record del 68%. Il Parlamento europeo ha un indice di fiducia del 50%, il più alto dal 1983.

Francesco Ciprini

9 novembre, 2018

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