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Scontri, barricate, pallottole di gomma… è la battaglia di Parigi

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Francia – Scontri, barricate e colpi d’arma. Pallottole di gomma. Parigi, 8 dicembre. Il giorno dell’Immacolata. In Francia, la scorsa settimana, tra gli Champs Elysées e le strade di lato c’è stata una battaglia. Vera.


Multimedia – Fotogallery: In viaggio verso la capitale [4]La battaglia di Parigi [5]I volti in mezzo alla battaglia [6]Fotografi e giornalisti sul campo [7] – Video: I caselli autostradali occupati [8]Feriti e proiettili di gomma [9]Gli scontri con la gendarmeria [10]Manifestanti e gendarmeria [11]Gli scontri con la polizia [12]


Da una parte, polizia e gendarmeria. Su ordine del presidente della repubblica Macron. Dall’altra, uno strano Terzo stato vestito di giallo fatto di giovani, precari, quarantenni, ragazze e ragazzi, quinte generazioni di magrebini e liceali che si sono battuti a mani nude per un’intera giornata. Dalle 10 di mattina a tarda notte, quando ancora le camionette della polizia sfrecciavano a sirene spiegate attorno all’arco di trionfo dove duecent’anni fa passò la grande armata di Napoleone Bonaparte scolpito sul marmo che s’affaccia su una piazza, che sabato è stata un fiume in piena tinto di giallo. Gilets jaunes. Nient’altro che un popolo che chiede la testa del suo re.


Francia - La battaglia di Parigi [13]


Davanti a loro forze armate mandate a fronteggiare figli e nipoti. Senza esclusione di colpi. Blindati, cavalli, pallottole di gomma, cani e manganelli. I manifestanti, tutti, hanno combattuto oppure palesemente solidarizzato con chi lanciava sassi, incendiava automobili e tirava su barricate. “La barrica chiude la strada, ma apre la via”, stava scritto su un bandierone.


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Durante la notte, capannelli di gilet gialli hanno occupato tutti i caselli fino a Parigi. Niente pedaggio. L’autostrada è gratis. Con i cartelloni luminosi che invitavano i viaggiatori a starsene il più possibile lontano dalla capitale francese, come se fosse dovuto per forza succedere qualcosa. Anche tra i gilet gialli c’è stato qualcuno che diceva di non andare nella capitale perché ci sarebbero stati i casseurs, i “distruttori”, pronti a sfasciare quello che incontravano. Manifestanti che si organizzano in rete tra decine di gruppi ed eventi. E che dal 17 novembre stanno dando filo da torcere al presidente Macron, al punto che l’intenzione è proprio quella di non fermarsi più. “Non vogliamo solo sbarazzarci di Macron – stava scritto su una delle tante barriere di legno a protezione dei negozi lungo la via, tutti quanti chiusi -. Non vogliamo proprio un presidente”. Inteso come istituzione. Nel parcheggio sotterraneo in piazza Victor Hugo, un gruppetto di gilet gialli parla di rapporti con movimenti simili in Spagna e Portogallo. “Il prossimo fine settimana – dicono – puntiamo a bloccare le frontiere”. L’atto V. “Resistance”, riporta uno dei gruppi Facebook creati per l’occasione.


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“In discussione c’è la libertà e la democrazia – dice un ragazzo di vent’anni in piena notte dalle parti di Lione -. In discussione c’è la dignità di un popolo”. “Il nostro popolo vincerà”, stava scritto su uno spartitraffico in cemento armato di lato a una baracca messa su in questi giorni dai gilet, con tanto di letto e bidone fiammeggiante. Ci sono pure signore sulla sessantina. Quella generazione di gente che s’è goduta Mitterand ma il sessantotto parigino l’ha solo sfiorato. E adesso stanno in mezzo. Magari tra due figli. Uno gendarme e l’altro in piazza. Appena manifesti solidarietà, sei immediatamente accolto. Chi dice che questo movimento è di destra si sbaglia di grosso. Nè destra, né sinistra. E’ solo un soggetto nuovo, ancora indefinibile. Ma che si sta formando a velocità pazzesca sul campo di battaglia.


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In piazza la bandiera è una soltanto. Il tricolore repubblicano. I manifestanti attaccano in massa. Al canto della marsigliese, scritta alla fine del settecento da un soldato dell’esercito giacobino. Ci sta pure una banda con tanto di tamburino. “Aux armes, citoyens! Formez vos bataillons!…Qu’un sang impur
Abreuve nos sillons!”. Il segreto sta tutto lì, nell’inno nazionale. Chi ne capisce fino in fondo il testo può benissimo capire le ragioni dei gilets. Altrettanto e fino in fondo. 

Nelle vie laterali c’è invece la gendarmeria che costringe i gilet gialli sugli Champs Elysées. Sono l’equivalente dei carabinieri italiani. Militari da sempre percepiti come caposaldo della repubblica nata dalla rivoluzione. Nel corso del tempo sono stati ritirati dalle città principali, lasciate in mano alla polizia, e dislocati sul territorio. A diretto contatto con le persone. Chi stava in piazza, con loro, s’è infatti comportato diversamente. Nonostante lo scontro, durissimo è stata la gendarmerie a sparare le pallottole di gomma in testa e ad altezza d’uomo, le persone con loro cercavano il dialogo. Per spiegare le proprie ragioni. 

La gendarmeria poteva poi benissimo alzare il livello dello confronto. Prima di attaccare ha aspettato a lungo. Non solo, ma ha permesso a diverse persone vestite di giallo di passare da una via all’altra. Un gendarme portava con se una GoPro. “Ce l’avete in dotazione?”. Risposta. “No, è mia. La uso per riprendere i ragazzi”. L’impressione è che fosse sincero.


Francia - La battaglia di Parigi [17]

Francia - La battaglia di Parigi


“Noi vi paghiamo – gli diceva la gente ai gendarmi – dovete servire il popolo. Siamo stati dalla vostra parte quando ci sono stati gli attentati”, il riferimento è agli attacco dell’Isis degli anni scorsi, “ora dovete stare dalla nostra parte”. Molti militari sono giovani. Sul volto hanno talvolta le stesse sciarpe che indossano gli altri ragazzi dall’altra parte della barricata. Per proteggersi dal gas dei lacrimogeni che ti prende la gola e i polmoni strizzandoteli come una spugna senza darti più fiato e farti respirare per una buona manciata di secondi.

Quando sparano fa impressione. I colpi rimbalzano e schizzano addosso a chi ti sta vicino. Quando ti prendono in testa, nemmeno te ne accorgi. Caschi a terra e batti la schiena. Poi ti rialzi, e fa veramente male. Lasciano il segno. Un cerchio. Bianco nel mezzo e bordò attorno. Ma quei ragazzi hanno continuato a cantare e ad attaccare. Senza sosta. Con la bandiera tricolore in testa. Come nel dipinto di Delacroix. “La libertà che guida il popolo”.

Le tute gialle in piazza c’avevano anche i medici, a chiudere i tagli e a portar via i feriti.

Ogni tanto, dalle retroguardie, sbucava poi fuori la polizia. In assetto antisommossa. Un corpo coeso. Usciva solo per fare prigionieri, tirandosi via un manifestante per volta. Di solito il più innocuo e pittoresco. Replicando la sera, in base al colore della pelle. Tant’è vero che alcuni adolescenti, che venivano dalle banlieu e davano tutta l’impressione d’essersi affacciati per la prima volta a vedere cosa stesse succedendo da quelle parti, appena si sono accorti che la polizia prendeva le persone un po’ a casaccio, se la sono subito data a gambe.


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Francia - La battaglia di Parigi


Ed è vero. Come nei film di Kassovitz. La polizia non è amata. I cani che si portavano appresso, tesi come i padroni che li obbligavano al guinzaglio, aggredivano chiunque. Gli stessi gendarmi non gli hanno rivolto parola. Quando un gruppo di militari, giovanissimi, si sono trovati isolati in mezzo alla folla, nessuno li ha sfiorati.

Con i poliziotti è stata invece un’altra storia. Tra loro e i ragazzi in piazza l’odio era palpabile e palese. Sincero. Tanto che a un certo punto, nelle vie laterali, les rues Charron, Lincoln, Vernet e Quentin-Bauchart, è successo il finimondo. Tanto, da dover impiegare un paio di blindati, con la police soccorsa dalla gendarmeria. Una marea di sassi spicconati da terra e lanciati da gruppi organizzati che hanno dialogato per tutto il tempo con chat e cellulari.

Ragazzi che poi hanno preso alle spalle la polizia costringendola a scontrarsi tra le auto incendiate fino a Place des Etats Unies. Guerriglia bella e buona. Con movimenti ordinati. Dandosele a distanza, ma di santa ragione.

Detonazioni, lacrimogeni a grappolo e manganellate tirate a fare male. La risposta, una grandinata di sampietrini. “Reculez! Reculez!”, si sentiva dire in continuazione dai poliziotti. Era il segnale che ti dovevi spostare. Immediatamente. Beccandoti pure uno spintone. Chiunque tu fossi stato. A meno che non ti avessero confuso. Perché di fatto eri vestito come alcuni di loro. Da manifestante.

Ed è andata avanti così, fino a sera. Fino all’ultimo respiro. Quello dei pompieri chiamati a spegnere l’incendio di Parigi.

Daniele Camilli


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