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Viterbo - Intervista a Eugenio Allegri che da 25 anni porta in scena lo spettacolo di Baricco per la regia di Gabriele Vacis e con cui il 9 dicembre alle 18 apre la stagione del Teatro Caffeina

“Un viaggio sulla nave di Novecento e dentro noi stessi…”

di Paola Pierdomenico

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Eugenio Allegri

Eugenio Allegri

Viterbo – Eugenio Allegri, da un quarto di secolo, emoziona il pubblico nei panni di Danny Boodman T. D. Lemon, il pianista sull’oceano, nel monologo di Alessandro Baricco. Il 9 dicembre, alle 18, lo farà a Viterbo quando si esibirà al Teatro Caffeina con lo spettacolo Novecento, per la regia di Gabriele Vacis, in occasione dell’apertura della stagione teatrale. “Un viaggio sulla nave e dentro noi stessi”, dice l’attore.

Ci parli dello spettacolo. Ha detto che nel leggere lo scritto la prima volta venne sopraffatto dall’emozione e dai brividi. Come mai, cosa la colpì?
“Speravo – dice Allegri – che Baricco scrivesse per me e Vacis con quel linguaggio, quella profondità e con quella bellezza che ho trovato leggendo poco prima di chiederglielo Oceano mare. Quel libro mi aveva decisamente conquistato. C’erano una serie di temi che di lui conoscevo, perché la nostra collaborazione era iniziata, anche se su piccole cose, qualche hanno prima, e sapevo che avrebbe potuto scrivere delle cose molto belle. Però poi quando arrivò la prima parte del copione, quello che stavo leggendo superava di gran lunga qualsiasi aspettativa.

Questa storia cominciò a entrarmi dentro, fin dalla prima lettura per la profondità di temi come la perdita di desideri e dei sensi o il rapporto tra l’uomo e l’infinito. C’era anche una struttura musicale del testo che era fulminante e che sicuramente mi avrebbe messo alla prova ed era anche una delle cose che, in quegli anni, con Vacis, sperimentavamo al Teatro Settimo di Milano. Ne fui assolutamente conquistato e fu un’emozione”.

Danny Boodman T. D. Lemon non conosce nulla della vita perché non è mai sceso dal grande transatlantico Virginian. Racconta, però, storie con la sua musica, come ci riesce?
“La musica racconta storie meravigliose ed è un linguaggio universale che, pur essendo astratto dalla comunicazione alla quale siamo abituati, fatta di parole, gesti, sguardi e azioni, poi, nel profondo di noi stessi, riesce a cogliere il senso intrinseco della natura e dell’umanità. Nella metafora dell’esistenza di un personaggio, assolutamente inventato, il fatto che la sua caratteristica principale sia quella di essere il più grande pianista al mondo e che per ascoltarlo bisogna salire su una nave, altrimenti sarebbe impossibile sentirlo, fa scattare un meccanismo per cui Baricco invita gli spettatori di teatro e cinema e i lettori del libro a prendere il contatto con queste storie che la musica racconta. E, tutto sommato, per un personaggio da favola come Novecento, diventa anche facile entrare in contatto con gli altri esseri umani per svelarne la natura stessa. Il fatto stesso di salire su una nave, per chi ci riesce, significa fare un viaggio dentro se stessi e non solo una crociera o una traversata da migranti. E’ il segreto intrinseco della scrittura del testo e credo anche dello spettacolo”.

Possiamo dire che questo personaggio le è entrato dentro visto che ha anche affermato ‘Novecento c’est moi’. Qual è, se c’è, la difficoltà di interpretarlo?
“C’è stata e continua a esserci, perché è un testo talmente stratificato che si scoprono sempre cose nuove. Sono 25 anni che lo porto in scena e ho fatto 600 repliche. Un po’ per il fatto che uno spettacolo si fa sempre col pubblico, in particolare un monologo, e cambiando gli spettatori, cambia di fatto il mio modo di stare sulla scena. Non cerco di compiacere il pubblico, ma ci lavoro insieme. Io stesso in questi 25 anni sono cambiato. Questo testo ha subito chiarito di avere un linguaggio articolato e complesso e di non essere un semplice lavoro di narrazione. Bisognava entrare dentro una dimensione di evocazione di luoghi, spazi e tempo. Si viaggia continuamente avanti e indietro in questi 45 anni tra l’inizio del ‘900, in cui si dice che è nato il personaggio su questa nave ancorata in un porto e che si presume prima o poi salterà in aria con lui sopra, e la fine della seconda guerra mondiale. Questo tempo viaggia nella narrazione dell’io narrante,un  personaggio inventato che sarebbe l’amico di Novecento, colui che eredita questa storia. Evocare il tempo e lo spazio della nave, dell’oceano e poi il porto e il pianoforte, che è un oggetto, è un lavoro di interpretazione che, nella tradizione dei monologanti, ereditata da Dario Fo, facciamo passando da un personaggio all’altro, semplicemente con un cambio di direzione del corpo o un timbro della voce che si modifica. Un lavoro che ci è stato insegnato da grandi maestri e chi ha avuto la fortuna di frequentarli come me, ha ereditato un modo di stare della scena. Il teatro si fa appunto facendolo, è fatica e sudore, prova e allenamento. Lavorare con il corpo e la voce per esprimerci al meglio e questa è la difficoltà generale dello spettacolo. Poi, nel dettaglio, ci sono tanti passaggi che hanno diversi quozienti di difficoltà come il momento della burrasca, il primo incontro dei due personaggi sulla nave o il finale con la confessione/testimonianza di Novecento. Grazie al lavoro con Vacis li abbiamo spero superati, visto che lo spettacolo va avanti da 25 anni con attenzione, rispetto e gradimento del pubblico. Qualcosa di buono credo l’abbiamo fatto, ma non si abbassa mai la guardia”.

Ci sono invece affinità tra lei e il personaggio?
“Penso di sì. Ho avuto la fortuna di avere un’infanzia e un’adolescenza in cui ho scoperto la musica abbastanza presto. Sono salito sul palcoscenico per le prima volta a sei anni esibendomi e cantando di fronte a mille persone. Dai dieci anni ho studiato musica. Già questo mi rende affine alla musica immaginaria del testo e poi il fatto di aver affrontato, sin da piccolo, il mondo intorno a me. Ho avuto la possibilità con gli occhi da bambino di guardarmi intorno e guardare i grandi intorno a me. Questo mi avvicina alla prima fase di Novecento che a 8 anni inizia a suonare il piano e scopre di nascere su una nave, un luogo un po’ particolare. Come se gli anni ’60 in cui io sono cresciuto, fossero un po’ questa nave”.

Lo spettacolo è frutto di un sodalizio tra lei, Baricco e Vacis, che dura da tempo e che ha dato vita a tanti progetti. Cosa vi lega?
“Un fatto generazionale innanzi tutto e credo anche una visione abbastanza ironica del mondo che un po’ riguarda la geografia: noi torinesi siamo, da un lato, un po’ riservati, ma allo stesso tempo diamo sempre uno sguardo ironico alle cose del mondo. Questo ci permette ogni tanto di salvarci dalle tragedie o comunque di avere una visione disincantata sui drammi dell’esistenza nostra e degli altri. Credo poi questa cosa sia presente in Novecento e anche nell’approccio che abbiamo avuto nel nostro lavoro che abbiamo affrontato con serietà e applicazione, ma nello stesso tempo col distacco ironico che ci riguarda. Abbiamo anche avuto maestri comuni e questo ha permesso di intenderci anche velocemente, perché parlavamo un linguaggio che avevamo più o meno ereditato da loro e che ci faceva subito capire di cosa stessimo parlando l’uno con l’altro”.

Qual è il ricordo o l’aneddoto più curioso di tutti questi anni che ha portato in scena lo spettacolo?
“Come si può immaginare, in 25 anni, ce ne sono parecchi. Forse è quello delle due sere del debutto dello spettacolo che fu presentato al Festival di Asti nel 1994. Lo spettacolo viene sempre fatto con un microfono perché c’è una colonna sonora costante. Di fronte a me, per tutte e due le sere, c’erano 700 persone in un cortile all’aperto e quindi il microfono doveva essere assolutamente usato. Per entrambe le esibizioni, invece, è saltato. Nessuno ha avuto il coraggio di dirmelo e ho fatto lo spettacolo con la voce in acustica e la musica registrata. Per fortuna, è stato tutto bello lo stesso e quel cortile suonava molto bene. Poi ci sono gli aneddoti  legati alla pioggia, perché per i primi tempi, ovunque andassimo, Novecento portava la pioggia, ed essendo legato al mare e all’oceano era una suggestione o se vuoi una stupidaggine, eppure è successo”.

Lo spettacolo, torna in scena a venticinque anni dal debutto. Si aspettava tutti questi anni di repliche?
“Sicuramente, non avrei mai pensato a una longevità tale. Speravo che il pubblico lo vedesse ed era la prima volta che mi cimentavo in un monologo. Affrontare il pubblico da solo era un’esigenza e questo testo era talmente bello che bisognava  farlo vedere. Ma che potesse andare avanti per tutto questo tempo, non me lo immaginavo, così come nessuno di noi. Non posso che essere che lusingato da un lato e sbalordito dall’altro”.

Crede ci sia un messaggio che vale e si mantiene da tutti questi anni?
“Credo sia questa dimensione universale del testo, del personaggio e della storia. Quella che viene confessata alla fine di un personaggio che affronta la vita a modo suo e decide di non corromperla e si ferma di fronte alla possibilità di mettersi veramente in relazione col mondo e cerca di salvaguardare quello che ha, che sa, i suoi sentimenti e i desideri che, anzi, sceglie di perdere per evitare di soffrire. Esprime un’umanità profonda anche se potremmo definirlo un perdente e un pauroso o un pavido. Credo che questo riguardi molti di noi, almeno nelle fasi di vita in cui decidiamo, da un lato di rimanere noi stessi senza comprometterci con l’esistenza, e dall’altro siamo tentati e obbligati a farlo. Questo tema riguarda tutti, forse un po’ meno i giovani, ma solo per una questione di esperienza. Nel corso del tempo – conclude Allegri – non mi stupisce che, spesso, molti tornino a rivedere lo spettacolo e questa cosa è molto bella”.

Paola Pierdomenico


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6 dicembre, 2018

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