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Sport - Calcio - Serie C - Il centrocampista nella redazione di Tusciaweb per ritirare la targa di miglior calciatore della Viterbese del 2018 - La gioia dell'Arena Garibaldi e la delusione di Alessandria, la primavera dell'Udinese con Zielinski e il passaggio al Messina di Bertotto, l'intervista al numero 14 gialloblù

Baldassin: “Pisa indimenticabile, meritavamo la coppa Italia”

di Samuele Sansonetti
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Luca Baldassin

Luca Baldassin

Samuele Sansonetti, Luca Baldassin e Carlo Galeotti

Samuele Sansonetti, Luca Baldassin e Carlo Galeotti

Luca Baldassin

Luca Baldassin

Samuele Sansonetti e Luca Baldassin

Samuele Sansonetti e Luca Baldassin

La top 11 dei giocatori in attività di Luca Baldassin

La top 11 dei giocatori in attività di Luca Baldassin

Viterbo – Quello di tuttocampista, nel bestiario del calcio moderno, è uno dei neologismi più freschi.

E’ relativo a un calciatore che sa far tutto e gioca dappertutto. Uno che corre sempre, sia in attacco che in difesa. Uno che trovi all’improvviso dove non credevi che fosse e segna gol belli, molto spesso decisivi.

In serie A, senza valicare i confini italiani, si trovano molti esempi di giocatori che rispondono a questo identikit: Sergej Milinkovic Savic, Bryan Cristante, Nicolò Barella, Piotr Zielinski e Radja Nainggolan, solo per citarne alcuni.

Anche la Viterbese, con le dovute proporzioni, ha il suo tuttocampista, che non a caso è legato agli ultimi due esempi: con Zielinski ha giocato insieme nella primavera dell’Udinese mentre Nainggolan, suo idolo già dai tempi della Roma, è il prototipo di calciatore a cui si ispira.

Nato nel 1994 e tornato in estate a titolo definitivo dal Chievo Verona, Luca Baldassin è stato nominato dalla redazione di Tusciaweb miglior calciatore della Viterbese del 2018. Capocannoniere dell’anno solare con sei reti e tra i più presenti con 35 partite su 42, ha impressionato positivamente per la costanza di rendimento nonostante la giovane età.

Martedì scorso, accompagnato dall’addetto stampa Cristiano Politini, ha visitato la redazione di Tusciaweb dove ha ritirato una targa consegnata dal direttore Carlo Galeotti. Poi il racconto di dodici mesi da incorniciare.

Luca Baldassin, il 2018 per lei e la Viterbese è stato ottimo.
“Dal punto di vista personale quella chiusa a giugno è stata la mia miglior stagione. Sono soddisfatto sia dell’annata personale che di quella della squadra perché a mio avviso abbiamo fatto qualcosa che è andato oltre le aspettative di inizio stagione. Peccato per come si è chiusa perché avremmo meritato almeno di vincere la coppa Italia o di passare il turno con il Sudtirol”.

Tra le partite più belle c’è la vittoria per 3-2 sul campo del Pisa.
“E’ vero. Quando è uscito il sorteggio col Pisa ci davano per spacciati perché quella era una squadra costruita per ambire alle prime posizioni e vincere i playoff. La partita ci ha trasmesso tante emozioni: per come l’abbiamo preparata, per aver vinto l’andata, per essere andati sotto ed essere riusciti a ribaltarla. E’ stata un’esperienza indimenticabile”.

Quella più brutta, ma non per la prestazione, è stata la finale di ritorno di coppa Italia contro l’Alessandria?
“Si. Se andiamo ad analizzare i due confronti ai punti avremmo meritato noi. All’andata non ci hanno fischiato un rigore solare e al ritorno ci hanno penalizzato un’altra volta. Più che altro l’avremmo meritata per la cavalcata che abbiamo fatto: per andare avanti in coppa abbiamo giocato per due mesi ogni tre giorni. Sarebbe stato il coronamento di tutti gli sforzi fatti dalla società e da tutti i miei compagni ed ex compagni”.

Una delle immagini più significative è arrivata il 30 maggio nel match col Sudtirol. Stadio pieno e apertura di un altro settore per i tifosi di casa.
“Ripensando a quella serata mi auguro che possa essere sempre così. Quello che ci hanno trasmesso i tifosi dagli spalti è stato qualcosa di incredibile. E’ stata un’emozione entrare nello stadio e vedere tutti quei colori e tutte quelle persone. Una cosa bellissima”.

Il campionato degli altri è iniziato il 16 settembre, il vostro il 3 novembre. Com’è stato questo periodo di attesa?
“Non è stato affatto facile, vedevamo gli altri giocare e noi eravamo sempre li. E’ stato complicato soprattutto dal punto di vista mentale. Ragionandoci si sapeva che sarebbe stato difficile ricominciare quando gli altri avevano già cinque, sei o sette partite in più di noi. Dal punto di vista dei nervi è stata veramente dura”.

Adesso vi aspetta un tour de force incredibile. Solo da mercoledì prossimo fino al 24 febbraio 11 partite in 40 giorni.
“Sarà tosta perché avremo tantissimi impegni ravvicinati con trasferte molto lunghe. Basti pensare che giocheremo in casa con Reggina e Juve Stabia, poi andremo a Reggio Calabria e subito dopo a Bisceglie per poi tornare a Viterbo e affrontare la Ternana. Che io sappia nemmeno una squadra di serie A giocherà tante partite così ravvicinate. Ci sarà chi dovrà rifiatare e chi dovrà subentrare e farsi trovare pronto al momento giusto ma sono sicuro che ci riusciremo perché siamo un bel gruppo”.

Che rapporto ha con Piero Camilli?
“Un bellissimo rapporto. C’è sempre il rispetto delle parti, com’è giusto che sia, però c’è sempre stato un rapporto molto diretto, di stima e fiducia reciproca. Mi ritengo fortunato ad avere un presidente come lui”.

Invece con Stefano Sottili? Martedì, durante l’allenamento, correva col gruppo e sembrava quasi uno di voi.
“Anche con lui ho un rapporto vero, di quelli che al giorno d’oggi è difficile trovare nel calcio. Di lui ho molta stima. Come le ho detto l’anno scorso mi ha permesso di fare la mia miglior stagione e penso che anche da parte sua ci sia stima nei miei confronti. Con lui si va molto daccordo”.

Ha avuto due esperienze importanti: a livello giovanile all’Udinese e a livello professionistico col Chievo Verona. Che ricordi le hanno lasciato?
“Il settore giovanile dell’Udinese mi ha aiutato perché lì ti fanno crescere tanto, sia dal punto di vista umano che come atleta. Ti fanno vivere in un ambiente sereno, ti fanno esprimere al meglio e non ti fanno mancare nulla. Credo che Udine, anche a livello di prima squadra, sia l’isola felice della serie A. Anche quella col Chievo Verona è stata una bellissima esperienza. Potersi confrontare con calciatori che vedi giocare la domenica in tv è un po’ il sogno di tutti i bambini che giocano a calcio. Mi sono trovato bene anche a livello umano con gente come Meggiorini e Sorrentino che mi ha accolto benissimo e mi ha fatto subito sentire parte del gruppo”.

Nella primavera dell’Udinese ha giocato con Zielinski. Si vedeva già da allora che sarebbe arrivato in serie A?
“Si. Piotr aveva già delle qualità importanti. Il primo giorno che l’abbiamo visto ci ha subito impressionato perché era un giocatore completo. Aveva tutto: calciava di destro, di sinistro, tecnicamente era forte, fisicamente era integro. Si vedeva che poteva avere un percorso importante davanti a lui”.

Osservando le vecchie formazioni primavera si nota che in pochi arrivano al professionismo. Ovviamente tra serie A, B e C ci sono un centinaio di squadre e il numero di posti è limitato. Cosa può condizionare in negativo i giovani che non ce la fanno?
“A mio avviso la difficoltà maggiore si trova nell’impatto fisico appena si supera la soglia della primavera. Sei abituato a giocare con gente che ha la tua età e da un momento all’altro ti ritrovi a confrontarti con gente che ha 25, 30 e 35 anni e viene da anni e anni di professionismo. Inoltre, purtroppo in Italia non si ha la pazienza di aspettare e lavorare su un giovane che ha delle prospettive. Si vuole tutto e subito e purtroppo questo penalizza i ragazzi”.

Come mai la parentesi di Messina è durata pochissimo?
“Io non dovevo andare a giocare a Messina, ma era andato ad allenarla Bertotto che avevo già avuto come allenatore in Nazionale. Mi chiamò e mi sono fatto convincere perché è una persona seria, capace e preparata. Ho fatto il sacrificio di andare fino a Messina ma purtroppo quando siamo arrivati le cose non erano come ci erano state descritte. Il mister è stato sollevato dall’incarico a seguito delle diatribe con la società e si era annusato che la situazione sarebbe scoppiata nel giro di poco tempo. Quindi ho preferito andarmene”.

Proprio a Messina, oltre a De Vito e Musacci, ha incontrato Bertotto che ha ritrovato alla Viterbese ma solo per dieci partite. Cosa è andato storto?
“A livello personale sinceramente non lo so. Non stavamo andando male ma giustamente sono scelte che fa la società e non posso entrare in merito a questo. Se il presidente ha ritenuto opportuno fare questa scelta si vede che per lui era quella giusta da fare”.

Uno dei suoi primi allenatori che ricorda con affetto?
“Si chiama Adriano Saccon. Mi ha insegnato tanto perché io, come tutti, giocavo nelle squadre di paese dove vai per divertirti. Aveva intravisto in me delle qualità e mi ha permesso di andare a giocare in una società dove ti potevi confrontare con Atalanta, Juventus, Milan e via dicendo. Mi ha aiutato molto perché mi ha fatto crescere a livello tecnico ma anche a livello comportamentale”.

C’è un calciatore a cui si ispira?
“Un giocatore a cui mi ispiro a livello di campo è Naiggolan. Mi piace come gioca e un pochino mi rivedo in lui, nel fatto di essere un giocatore generoso, che combatte su tutti i palloni, che prova a inserirsi e fare gol”.

Che squadra tifa?
“Mio padre è anche romano e romanista e sono romanista anch’io”.

La sua top 11 dei giocatori in attività?
“Un 4-3-3 con Alisson in porta e Cancelo, Van Dijk, Chiellini e Marcelo in difesa. A centrocampo Modric, Pjanic e ovviamente Balsassin. Davanti Messi, Ronaldo e Mbappé”.

Samuele Sansonetti


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12 gennaio, 2019

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