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Mafia a Viterbo - L'operazione anticrimine dei carabinieri e il silenzio della politica

Denunciare! Denunciare! Denunciare!

di Carlo Galeotti

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Mafia a Viterbo - Giuseppe Trovato

Mafia a Viterbo – Giuseppe Trovato

Mafia a Viterbo - Ismail Rebeshi

Mafia a Viterbo – Ismail Rebeshi

Viterbo – Denunciare! Denunciare! Denunciare!

Di fronte a un fenomeno di questa portata. Di fronte a un fenomeno mafioso. La parte sana della società non può e non deve avere paura. E deve denunciare. Senza se e senza ma.

Il sistema mafioso, che i carabinieri di Viterbo e la Direzione distrettuale antimafia hanno smantellato, ha letteralmente terrorizzato molti cittadini. E non era affatto qualcosa di irrilevante. Era qualcosa che dovrebbe preoccupare tutti i cittadini onesti. E dobbiamo al lavoro certosino e silenzioso degli uomini del comandante provinciale dei carabinieri Giuseppe Palma se questo fenomeno è stato intercettato e messo all’angolo. Per ora. Lo dobbiamo anche alle prime indagini fatte da un pm della procura di Viterbo, Fabrizio Tucci, che ha intuito, evidentemente, la portata degli eventi delittuosi che si sono susseguiti per anni. E che Tusciaweb ha registrato quotidianamente.

Per la prima volta è stata stanata una organizzazione criminale, che si muoveva a Viterbo, a cui è contestato il 416 bis. E cioè l’associazione a delinquere di stampo mafioso. E va spiegato che qui non si sta parlando di infiltrazioni o di mafiosi più o meno di passaggio. Ma di una organizzazione che nasce a Viterbo. Una organizzazione che vede ai suoi vertici Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi. Un “sodalizio criminale ben strutturato” come, nella conferenza tenuta a Roma, ha spiegato Palma. Un sodalizio che unisce la tradizione e i collegamenti con la ‘ndràngheta  di Trovato con la ferocia e la violenza di Rebeshi. Come spiegano gli inquirenti.

“Trovato – afferma Michele Prestipino, procuratore aggiunto della Dda di Roma – ha origini calabresi ed è legato da rapporti di parentela con importanti esponenti di una storica famiglia di ‘ndrangheta di Lamerzia Terme: la famiglia Giampà. L’associazione viterbese ha unito il metodo mafioso importato dal calabrese e la ferocia di Rebeshi”. 

Insomma una cosa seria. Una organizzazione criminale feroce e senza scrupoli. Una organizzazione “dai forti vincoli – aggiunge Prestipino -, che si era radicato sul territorio ed era in grado di esercitare un potere criminale tale da assoggettare le vittime e condizionare le attività commerciali”.

Una organizzazione in grado di controllare il territorio. Di praticare la violenza. Di intimidire. Di estorcere. Di danneggiare attività economiche e persone. Una organizzazione gerarchicamente strutturata e insediata nel territorio. Una organizzazione guidata da un delirio di onnipotenza e sfrontatamente sicura dell’impunità. Una organizzazione in grado di creare un clima di omertà. Un clima addirittura di consenso… Insomma, una organizzazione mafiosa. Almeno secondo gli inquirenti. E che le intercettazioni mostrano in tutta la sua ferocia.

Una organizzazione che, come recita l’articolo 416 bis del codice penale, ha caratteristiche ben precise. Caratteristiche che è bene rammentare.

“L’associazione è di tipo mafioso – è scritto nel codice – quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”.


Mafia a Viterbo - I tredici arrestati


Ma non basta. Il fenomeno, smantellato dai carabinieri, aveva assunto una caratteristica a dir poco preoccupante. Alcuni cittadini viterbesi si rivolgevano all’organizzazione per farsi “giustizia”. Incredibile.

“Dalle intercettazioni – spiega Prestipino – sono emerse una serie di contatti tra i componenti dell’organizzazione e comuni cittadini. Chi voleva giustizia si rivolgeva a questo gruppo. Per far valere le proprie ragioni si rivolgevano a questo sodalizio criminale invece che allo stato e alle istituzioni. E questo è un motivo di grande allarme. Questa è una delle caratteristiche fondamentali delle associazioni mafiose, che cercano il consenso e cercano di stabilire legami e rapporti. Impadronirsi delle attività economiche è la porta d’accesso a questo sistema di relazioni. E anche in questo caso ci è stato dimostrato che dove si insidiano le mafie si inquina pure il tessuto sociale”.

Spappolati il tessuto sociale e anche la dirittura morale delle persone. Dei cittadini. Cittadini che sempre meno, evidentemente, hanno fiducia nelle istituzioni e imboccano vie trasversali, indecenti e losche. Un fatto di una gravità inaudita. 

Perché l’unica via da seguire è appunto quella di denunciare, denunciare, denunciare. Alle forze dell’ordine. Alle procure. Qualsiasi atto di violenza e prevaricazione. Ed è esattamente quello che dovevano fare le vittime di questa violenza: politici, imprenditori e cittadini che fossero. Male, malissimo se non l’hanno fatto. Ma per fortuna c’è chi l’ha fatto.

Perché solo così si può pensare di tutelare quel valore assoluto che è lo stato di diritto.

E va detto che non può non raggelare l’assordante silenzio della politica viterbese, delle istituzioni amministrative viterbesi, di fronte ai fatti gravissimi di questi giorni. Unico intervento che ci risulta, quello di Fratelli d’Italia. E gli altri? Che fine hanno fatto?

Anche perché non si può immaginare che in questa lotta concreta a un sistema mafioso si possano lasciare sole le forze dell’ordine. La società civile viterbese, se esiste, batta un colpo. Chi di dovere ci metta la faccia.

Per quanto ci riguarda, come giornale, ce la mettiamo ogni giorno da anni. Con tanto di firme. E ci appare insopportabile la paura di chi “tiene famiglia”. Che in questi giorni abbiamo toccato con mano, parlando con imprenditori e cittadini coinvolti in questa vicenda. 

Crediamo che “l’ortopedia del camminare eretti” vada esercitata proprio quando il pericolo è reale. Concreto.

Non ci è mai piaciuta l’antimafia di maniera e teorica. Preferiamo praticarla, dando ogni giorno notizie concrete. Preferiamo praticarla non lasciando sole le forze dell’ordine e le istituzioni. Che non possiamo non ringraziare per quanto è stato fatto.

Ora ci si aspetta, però, che la giustizia faccia il suo corso, rispettando tutte le regole dello stato di diritto, ma senza fallire. Ne andrebbe della nostra convivenza civile. Ne andrebbe del nostro essere cittadini. 

Proprio per questo va ribadito un grazie ai carabinieri del colonnello Palma, per il lavoro investigativo e per una operazione senza precedenti, alla magistratura, ai cittadini onesti che non si sono piegati alla violenza.

Carlo Galeotti


Gli indagati

1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;

2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;

3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;

4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;

6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, titolare di un bar, partecipe dell’associazione;

10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;

12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;

13. ERASMI Emanuele, 53enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


Multimedia: Fotocronaca: Mafia a Viterbo – I tredici arrestati – Operazione Erostrato, gli arrestati – Scacco alla Mafia nel Viterbese – Video: Prestipino e Palma spiegano come agiva l’organizzazione mafiosa – 13 arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso – Scacco alla Mafia nel Viterbese

Articoli: Le intercettazioni: “Ti ammazzo, brutto figlio di troia. Infame. Ti sparo int’ ‘a capa” – Denunciare! Denunciare! Denunciare! di Carlo Galeotti  – Un interrogatorio, spontanee dichiarazioni e tanti silenzi – Le intercettazioni: “Io ti sbudello, io me la prendo anche con un bambino” – Michele Prestipino (Dda) e il colonnello Giuseppe Palma:  “Mafia, è la prima volta a Viterbo” – Prestipino e Palma: “Violenza e terrore, intimidazioni ed estorsioni” – Auto bruciate, teste di maiale mozzate e buste con proiettili – 13 arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso


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