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Bilanci 2018 - Politica - Intervista allo storico presidente di Coldiretti Viterbo ed ex deputato Franco Bruni

“Oggi in politica c’è troppa impreparazione…”

di Maurizia Marcoaldi

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Franco Bruni

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Capodimonte – “Oggi c’è uno svuotamento della professionalità. Avere una preparazione è essenziale. Soprattutto in politica”. Lo storico presidente di Coldiretti Viterbo Franco Bruni traccia un bilancio politico del 2018 e nel farlo tratteggia anche il profilo dei ‘politici di un tempo’. “La formazione e il contatto con il territorio – specifica – erano essenziali”. 

E Franco Bruni sa cosa vuol dire “partire dal territorio e fare la gavetta”. La sua carriera politica è iniziata nella sezione della Democrazia cristiana a Capodimonte, è stato presidente di Coldiretti Viterbo dal 1961 al 1998 e deputato dal 1979 al 1994. Negli anni ’90 ha ricoperto la carica di vicepresidente nazionale di Coldiretti ed è stato presidente della provincia e assessore regionale all’agricoltura. 

Una lunga esperienza a supporto di un’analisi dell’anno appena concluso e non solo. 

Il 2017 terminava con la conferenza stampa di fine anno del presidente del consiglio Paolo Gentiloni. Il 2018 è stata invece la volta del presidente del consiglio Giuseppe Conte. Nel mezzo il 4 marzo che ha visto l’ascesa del M5s e della Lega di Salvini; la sconfitta del Pd e i contrasti con l’Europa. Qual è il bilancio politico di questo 2018?
“Il 4 marzo obiettivamente c’è stato un cambiamento importante. I grandi vecchi partiti, come Pd e Forza Italia, hanno avuto un ridimensionamento enorme. Ad emergere il M5s e ‘la nuova Lega’ di Salvini. Due forze che hanno elettorati diversi, con una base sociale diversa. Due forze che hanno anche programmi diversi. Ed ecco il perché della fatica nel costruire un’alleanza e la decisione di costituire un contratto di governo. E qui va messo un punto interrogativo perché rimane un contratto fatto tra due soggetti a porte chiuse, senza un dibattito pubblico e inevitabilmente tutto ciò ha creato qualche problema anche perché le proposte dei due partiti non sono del tutto compatibili.
Viene da chiedersi da cosa nasce tutta questa situazione? Dobbiamo pensare che la crisi che coinvolge l’Italia non è solo nostra, ma è una crisi che riguarda l’intero occidente. L’intero occidente si sente messo in discussione perché c’è stata, e non è ancora risolta, una crisi di carattere economico. C’è una non certezza nel lavoro. Conseguenza inevitabile di tutto ciò è la paura: la gente quando prova questo sentimento non giudica più con serenità.

Provare certe emozioni può provocare anche una risposta violenta contro l’immigrazione che forse non è neanche giustificata dall’identità reale degli immigrati, ma porta a questa reazione.
Il M5s e la ‘nuova Lega’ sono riusciti a captare questa realtà dell’elettorato, mentre gli altri partiti non sono riusciti più a capire la popolazione. Inoltre queste due forze hanno dato alcune risposte che di primo acchito vanno incontro a una certa maggioranza di elettori. Ecco perché crescono nei sondaggi. E poi c’è l’Europa con le sue regole. Dobbiamo ricordare che non sono regole imposte, ma regole che noi abbiamo accettato e quindi dobbiamo rispettarle e andarci contro è solo un’ illusione. Dire ‘l’Italia prima di tutto’, ‘scegliamo il popolo italiano’ sono solo parole. Sono slogan ma la realtà non è questa”.

Due cavalli di battaglia di questo esecutivo sono il reddito di cittadinanza e le pensioni-quota 100. Sono misure di crescita o base per la campagna politica dell’Europee di maggio?
“Il reddito di cittadinanza è una risposta a chi è in stato di povertà, a chi non ha lavoro o ha paura di perderlo. E così anche ‘la pensione quota 100’ va incontro a delle esigenze di parte della popolazione. In molti, dopo anni di lavoro, vorrebbero andare in pensione e quindi ‘quota 100’ è un altro elemento di grande presa. Però c’è da domandarsi se queste   proposte possano risolvere veramente i problemi o meno. Questo perché il lavoro, la sicurezza e lo sviluppo economico non si fanno con l’assistenza. L’assistenza è un momento, ma non un fine. Il reddito di cittadinanza non può essere la soluzione dei problemi del Paese. Se non c’è ripresa economica non c’è lavoro. Il lavoro per me si crea con le attività, con le imprese. Bisogna rimettere in moto l’economia altrimenti si dà solo l’illusione di risolvere i problemi”.

Una nuova struttura digitale che può incidere nel lavoro?
“Esatto. Oggi stanno scomparendo lentamente tutti i lavori autonomi. Io per tanti anni sono stato nella coltivatori diretti e conosco l’importanza della piccola e media impresa, dell’artigianato. Oggi tutto questo ‘viene strozzato’ da queste nuove strutture digitali. Non si può pensare di affrontare tutto ciò con ‘pensione quota 100’ e reddito di cittadinanza.
Poi innegabilmente c’è il fatto che questi due provvedimenti siano anche proposte in vista della campagne europee. Purtroppo in Italia siamo continuamente in campagna elettorale e questo è un aspetto negativo. M5s e Lega sono in gara per vedere chi effettivamente sfonderà alle elezioni europee di maggio. Ma non si può condizionare un bilancio di tre anni in vista delle elezioni europee”. 

Come giudica la scelta del governo di porre la fiducia sulla legge di bilancio?
“Oggi sembrerebbe che i parlamentari non abbiano più un peso. Tutto si concentra in Di Maio e Salvini che si incontrano per decidere cosa fare e il presidente del consiglio Giuseppe Conte che cerca di metterli d’accordo. Tutti gli altri non esistono. Ma dove è finita la democrazia? Il parlamento avrebbe bisogno di essere rispettato. I deputati devono parlare, confrontarsi e essere ascoltati. Anche le commissioni sono fondamentali. Io sono stato 15 anni al parlamento e poi 9 anni in regione e so quanto sia importante il confronto. Le leggi si costruiscono con la dialettica interna di maggioranza e opposizione. Non si impongono. Altrimenti è ovvio che il parlamento non serve più a nulla. Loro ponendo la fiducia sulla manovra hanno dimostrato proprio che il parlamento e il dialogo è necessario”.

Con due forze politiche così diverse al governo, qual è il ruolo del presidente del consiglio Giuseppe Conte? 
“Onestamente non è facile capire il ruolo del presidente del consiglio. Fino a qualche giorno fa il giudizio era di una figura che serviva essenzialmente per cercare di mediare. Era necessaria per far convergere le due forze al governo e per smussare gli angoli. Anche dire ‘sono l’avvocato del popolo’ era stata un’affermazione priva di senso. Una figura insomma trovata perché di Di Maio e Salvini non avevano potuto, entrambi, ricoprire il ruolo di presidente del consiglio. Hanno trovato non un terzo incomodo, ma un terzo comodo, con la plasticità di adattarsi alla situazione.

Ultimamente il presidente Conte ha però avuto uno sprazzo di impegno personale sul bilancio quando ha capito che tirare la corda nei confronti dell’Europa non portava a nulla. Anche perché i mercati ci chiedevano di fare qualcosa. Lì è riuscito a forzare i due per trovare un accordo”. 

In questo panorama politico dove è finita l’opposizione. E in particolare dove è finito il Pd? 
“L’opposizione non è riuscita più a capire l’elettore e i suoi sentimenti. Mancanza di lavoro e insicurezza di vita sono fattori che esistono. La risposta a ciò è stata debole e quindi la gente si è spostata dove ha pensato di vedere una soluzione. Allo stato attuale l’opposizione dovrebbe fare una grande autocritica, anche nei rapporti con il suo elettorato. Io ricordo che quando ero in politica andavamo in giro sette giorni su sette. Cominciavo lunedì mattina e finivo la domenica sera. Quando ero a Viterbo andavo per le sezioni di coltivatori diretti, andavo alle assemblee. C’era un contatto continuo con i cittadini. Oggi è impossibile pensare che il contatto si possa creare con le ingiurie che si scambiano via internet. Quella non è dialettica, non è presenza.
Se una speranza c’è per il Pd è quella di fare autocritica e trovare una linea comune.

Io pensavo che il Pd potesse essere il partito democratico in Italia, cioè quello in grado di amalgamare tutti quelli che venivano anche da due o tre ideologie diverse, ma che andavano a confluire su un tema di centrosinistra. Questo all’inizio era l’idea, poi maturando si è visto che tutto ciò non è riuscito. Sono rimaste le vecchie scuole: c’è la scuola democristiana, quella comunista, quella socialista. All’interno del Pd c’è stata, e c’è anche oggi, una gara di contrapposizione. Non c’è unità. Questo è grave perché si rischia che anche al congresso si rimanga schierati e si vada al fallimento. Il Pd deve trovare un’anima unica. Bisogna superare le vecchie scuole”. 

C’è stata una personalizzazione dei partiti?
“Negli ultimi decenni diversi partiti in Italia sono diventati partiti personali. Il leader c’è sempre stato. Però era un leader e non un capo. Un leader è chi trascina, un capo è chi ordina. Oggi abbiamo solo capi”. 

La politica è sempre più solita usare un linguaggio forte e aggressivo. Questa è l’era delle dirette Facebook e dei proclami via Twitter. Cosa pensa lei di questo linguaggio? 
“Questo twittare può essere una cosa intelligente e moderna però se esagerato può essere nocivo per un dialogo e un rapporto. Può aumentare i contrasti, la violenza perché è un modo per sfogarsi. Ai miei tempi un uomo politico pensava e rifletteva. Non è che tutte le mattine, da Trump a Salvini, ti alzi e scrivi un tweet. Questo non dimostra capacità di governo. Per governare bisogna pensare, riflettere, approfondire, conoscere. Non si può fare i ministri e i vicepresidenti del consiglio improvvisandosi. Le frasi a effetto e gli slogan ci sono sempre stati, ma una volta c’era anche altro”. 

Qual è la differenza tra i politici di oggi e quelli di ieri?
“Innanzitutto il politico non nasceva dal nulla. Ci sono state eccezioni, ma comunque un politico si forma con il tempo, con le battaglie nel suo comune, si prepara con la presenza negli enti locali. Poi si arriva in parlamento. Io ho cominciato da una sezione della democrazia cristiana a Capodimonte e poi sono arrivato in parlamento. Sono passato per la provincia e per la regione. Avere una preparazione è essenziale. Non è vero che ogni cittadino può diventare immediatamente legislatore. Forse anche noi, che ci siamo preparati, abbiamo fatto male le leggi, ma figuriamoci quelli che le fanno e non sono preparati per niente. La gavetta e il contatto con il territorio sono essenziali.

Quando vedo gli esponeneti del M5s apprezzo la faccia tosta, ma poi mi pongo delle domande. Oggi c’è troppa impreparazione. Pensiamo a Di Maio che improvvisamente non solo diventa dal nulla ministro, ma assume addirittura due ministeri unificandoli in uno solo. Due ministeri, quello dello Sviluppo economico e quello del Lavoro, che una volta facevano tremare chiunque andava nel singolo ministero. Questa la differenza con Salvini. Salvini è furbo, è preparato, ha fatto la gavetta sul territorio e infatti si è scelto un ministero ma con la maiuscola e con quello sta dominando la politica italiana. Un Di Maio, impreparato, si impasticcia e non combina niente. La Lega è più legata al vecchio concetto dell’incontro e del dibattito, ma i 5 Stelle sono evanescenti. Sono nati sul ribollire delle proteste. Questo ti fa vincere le lezioni, ma poi devi costruire un’alternativa”. 

C’è quindi una decadenza?
“C’è uno svuotamento della professionalità”.

Tra tutti chi assolve e chi mette in forse?
“Io apprezzo la buona volontà di molti ministri, soprattutto di quelli del M5s. Sono partiti da poco e sono arrivati dove sono per grazia di Grillo. Più seri quelli della Lega perché vengono da una formazione. Giudizi singoli non li saprei dare perché ci vorrebbe un rapporto personale diretto”.

Sono passati solo pochi mesi da quando l’attuale vicepresidente del consiglio Luigi Di Maio ha proposto l’impeachment per il presidente della repubblica Sergio Mattarella. Poi verso la fine di dicembre sempre Di Maio ha definito il ruolo del presidente Mattarella come “fondamentale. L’angelo custode di questo governo..”. Come giudica il ruolo del presidente della repubblica in questo “particolare” periodo storico?
“Il ruolo del presidente della repubblica è stato quasi sempre un ruolo difficile. E’ sempre stato colui che nei momenti di crisi garantisce l’unità nazionale. Sergio Mattarella viene da una scuola di formazione democratica e sa che la democrazia è lo sforzo di unificare le forze e che un presidente della repubblica deve cercare di rappresentare l’unità del paese. Il presidente deve cercare punti di unione anche di fronte all’opinione pubblica. Deve far capire di volta in volta ai governi anche gli aspetti negativi. In questo Mattarella è bravissimo e per questo gli italiani lo sentono. Perché poi in fondo gli italiani sentono il bisogno di un’unità nazionale. Un’unità che non va confusa con il nazionalismo o sovranismo”.  

Gli sbarchi dei migranti sulle coste italiane sembrerebbero essere diminuiti. Salvini sta raccogliendo i frutti della politica dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti? 
“Io penso che la politica di riduzione degli sbarchi sia nata con Minniti. Minniti però è un democratico e non è portato ad azioni autoritarie. L’ex ministro era portato a una politica di contenimento e di interventi alla fonte dell’immigrazione. Per me non è pensabile che si risolva il problema solo chiudendo i porti perché si devono risolvere anche i problemi della gente. Quando smettono le migrazioni? Quando nel luogo dove sei nato hai lo spazio per vivere.

Bisognerebbe risolvere il problema alla partenza, trovando soluzioni locali. Un compito che andrebbe assolto dall’Onu anche se probabilmente ha fatto tutto quello che poteva. Oppure le nazioni interessate dovrebbero fare qualcosa per incrementare la qualità di vita.
Poi Salvini ha accentuato il contenimento perché gli faceva politicamente effetto. Ha fatto leva sulla paura degli italiani. Gli ha dato una forma di autorità. Come per dire che è arrivato l’uomo forte”.

L’Italia corre il pericolo del ritorno dell’uomo forte?
“C’è una fascia di elettori e di società che crede nell’uomo forte e non in se stesso. E allora l’uomo forte affascina. E innegabilmente Matteo Salvini ha affascinato. E’ un uomo abilissimo. Intanto conosce la materia, ha fatto la gavetta e non è stato preso a caso per fare il ministro. E’ un uomo che ha rovesciato la Lega e da movimento di autonomia del nord lo ha portato a essere partito nazionale”.

Ma la Lega può essere il partito di tutti, anche del sud?
“Matteo Salvini si è accorto che per governare non gli bastavano i voti dal nord. Il suo elettorato principale è lì, ma sa che non basta. La Lega continuerà a trasformarsi in nazionale. Il nord ha accettato questo cambiamento. Ora bisognerà solo capire come andrà a finire con le autonomie regionali perché questo potrebbe portare all’impoverimento del sud. Concentrare la ricchezza al nord vuol dire impoverire il sud”.

Cosa pensa del decreto sicurezza?
“Il decreto sicurezza nasce dalla paura della gente. C’è sempre un rischio però, ossia quello di una involuzione democratica per cui la gente per avere la sicurezza è disposta a mettere a rischio anche la propria libertà. Se il progetto della sicurezza è equilibrato allora è tollerabile. Se si riduce la libertà in nome della sicurezza io non sono d’accordo”.

I rapporti tra Italia e Europa appaiono oggi particolarmente tesi. Questa Europa è quella che i nostri padri fondatori avrebbero voluto?
“Noi volevamo un’Europa diversa. Noi volevamo un’Europa che fosse anche politica e non una somma degli stati. Però adesso mi sono accorto che forse la nostra idea iniziale era un po’ un’illusione perché la forza delle nazioni e di chi le comanda oggi è troppo forte. Fin quando c’è stato un contrasto tra Europa occidentale e orientale c’era una molla di unificazione. C’era l’esigenza di trovare un qualcosa che impedisse una nuova guerra. Quando poi è crollato il muro di Berlino la Germania si è rafforzata perché ha trovato la sua unificazione. Per me in quel momento hanno iniziato a prevalere di nuovo le posizioni personali.
La strada è costituire un’unità politica. E poi anche economica. E’ impensabile che con colossi come Cina, India, Stati Uniti la singola nazione possa fare qualcosa”.

Lei è stato presidente di Coldiretti. Come ricorda la Coldiretti del passato e come vede quella di oggi?
“La Coldiretti di oggi è ancora sindacalizzata e questo è importante. Però oggi tutte queste strutture rischiano di avere come preminenti i servizi che, pur essendo indispensabili, non sono l’unica cosa su cui concentrarsi.  Quindi la differenza è che prima c’era una parte preminente sindacale e meno i servizi, oggi è il contrario. L’altra differenza è che la Coldiretti fino a che ci sono stato io era sostanzialmente legata alla Dc.  Aveva quindi un collegamento diretto con la politica. Le sue posizioni erano anche politiche. Altrettanto per la Cia che era collegata al partito comunista. Oggi queste cose sono superate perché la Coldiretti giustamente scelse di staccarsi dalla politica e di essere autonoma”.

Oggi c’è rispetto al passato una presenza maggiore delle donne in politica. Se c’è, lei cosa ne pensa e crede sia significativa?
“C’è una maggiore presenza delle donne in politica rispetto al passato. È un cambiamento positivo, giusto, che va aiutato. Anche se mi rendo conto che il compito delle donne in politica è un compito pesante perché assorbe molto e anche la famiglia ha bisogno di attenzioni. In generale il lavoro assorbe molto, ma è giusto che le donne abbiano il lavoro, la loro vita e il loro reddito. Oggi però le famiglie non sono più come le famiglie di una volta. C’è uno svuotamento della famiglia. Si contano, e quindi sono poche, le famiglie che durano per una vita intera. È importante però che la donna sia indipendente e questo sia per la famiglia che per la società perché le donne possono appartare delle possibilità che gli uomini non hanno. Quello che però manca da noi, ed è sempre mancato, è una politica per le famiglie. Una politica che aiuti le donne a lavorare e a seguire la famiglia”.

Che cosa si augura per il 2019?
“L’augurio è di sperare sempre. Affrontare la vita con la speranza, con la volontà e la certezza di farcela. Se parti già avvilito è finita. Dico poi a tutti, soprattutto ai giovani, di amare il vostro lavoro e se non vi piace fatelo piacere. Amate poi la vostra famiglia e i vostri figli. L’amore è l’essenziale. Evitiamo di essere una società di arrabbiati”. 

Maurizia Marcoaldi

 


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20 gennaio, 2019

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