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Bilanci 2018 - Agricoltura - Intervista al presidente della Confagricoltura Giuseppe Chiarini

“Aziende e università devono collaborare per avere prodotti esclusivi”

di Maurizia Marcoaldi

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Giuseppe Chiarini

Giuseppe Chiarini, presidente di Confagricoltura Viterbo-Rieti

Viterbo – “Aziende e università dovrebbero collaborare per produrre dei prodotti locali, esclusivamente nostri. Sarebbe un modo per incidere anche a livello nazionale”.

Giuseppe Chiarini, presidente di Confagricoltura Viterbo-Rieti, traccia il bilancio di Confagricoltura del 2018. L’organizzazione non nasconde alcuni problemi per le aziende locali. Per il prezzo del latte invita a trovare accordi di filiera. Per l’eccessiva presenza di cinghiali immagina un periodo di caccia più ampia e un cambio generazionale nelle squadre di cacciatori.

Un bilancio di Confagricoltura di questo 2018?
“Chiaramente ogni coltivazione ha delle oscillazioni a seconda degli anni. Quest’anno la produzione di olive è stata a macchia di leopardo, in particolare buona a Canino e meno buona a Vetralla. I prezzi sono tendenzialmente decorosi dove si riesce a farli riconoscere perché ormai la meccanizzazione della raccolta dà dei risparmi. Per le castagne è stata un’annata da dimenticare. La produzione di nocciole è stata nella media. Siamo partiti male per via del tempo alternante all’inizio 2018, però considerando gli ultimi anni dobbiamo parlare di una stagione media. Anche per i cereali siamo rimasti nella media. Il settore dell’ortofrutta ha dovuto fare i conti con delle gelate ma, essendo avvenute nel mese di febbraio, i coltivatori hanno potuto arginare i danni. Per l’uva non c’è stata una produzione omogenea, ma a macchia di leopardo con zone di produzione eccellente e altre inesistente. Per l’uva a livello nazionale c’è un dato di incremento notevole.

Nel Lazio è una buona stagione per il vino. Per quanto riguarda il locale, il vigneto Tuscia e Viterbo sta crescendo in qualità. Nei ristoranti oltre i confini viterbesi, in particolare in quelli romani, si vedono i vini locali. Non quanto meriterebbero, ma è una tendenza che si sta diffondendo. Per la produzione zootecnica ci possiamo lamentare per quanto riguarda i prezzi. In generale possiamo comunque dire che non è stata una stagione terribile come ad esempio quella del 2017 in cui la siccità aveva messo in ginocchio il settore. E’ stata stagione di piovosità media, in alcuni casi abbondante, che ha favorito il pascolo”. 

Obiettivi raggiunti in questo 2018?
“Tra gli obiettivi che come associazione ci proponiamo di perseguire c’è sempre anche quello dell’attenzione al sociale. Le nostre aziende di imprenditori agricoli non dimenticano i settori della società in difficoltà e anzi promuovono e partecipano a dei progetti per aiutare chi si trova svantaggiato. A tal proposito quest’anno un gruppo di nostre aziende ha vinto il primo premio sull’agricoltura sociale. Confagricoltura nazionale ha avuto la sensibilità di istituire questo riconoscimento, assegnato ai tre migliori progetti che avrebbero preso parte al bando nazionale. Tra i vincitori dell’edizione 2018 di ‘Coltiviamo agricoltura sociale’, passati al vaglio di una commissione di esperti, c’è quello con capofila un’azienda di Viterbo.

L’azienda si chiama Volta la terra e il progetto è Solcare – soil and social care. Con questa iniziativa si intende scommettere sulla cooperazione tra aziende, costruendo una solida rete e collaborazioni stabili con i servizi locali, i consumatori, i giovani e gli anziani. Oltre a Volta la terra, le altre aziende coinvolte sono il Podere e la branda, l’azienda Marco Sciarpa, l’azienda agricola Iob, la Fattoria Cupidi e l’azienda agricola Valentini. Ai vincitori viene assegnato un premio in denaro, compenso che poi aiuterà la realizzazione del progetto stresso”. 

Tra le problematiche che i nostri coltivatori si trovano ad affrontare c’è quella relativa al prezzo del latte. Cosa si può fare in merito?
“Noi come associazione non possiamo intervenire sul prezzo del latte direttamente, ma su tutto quello che è intorno a questa problematica. Innanzitutto il prezzo del latte sia bovino che ovino è semplicemente vergognoso. Dico questo perché il latte bovino, per essere attrattivo e portare le persone a investire nel settore, dovrebbe essere di almeno 20 centesimi di più alla stalla e di questi se ne dovrebbe fare carico per la metà il consumatore finale e per la metà la filiera. Così avremmo di nuovo un patrimonio provinciale e nazionale. Anche perché in provincia di Viterbo sono rimaste veramente poche le aziende che lo producono. Per le pecore c’è un mercato legato al consumo del formaggio e quindi bisogna cercare di mantenere una sua tipicizzazione.

In questo modo per l’acquirente può essere più attrattivo. Occorrono politiche anche del territorio con la valorizzazione dell’enogastronomia.
Uno dei ruoli dell’associazione è anche quello di essere di stimolo, tra l’altro in una provincia che ha la fortuna di avere un’università importante come la nostra. Se dalla collaborazione tra aziende e università si riuscisse a tirare fuori dei prodotti particolari, con un loro sapore particolare, magari coltivati solo qui e se si dovesse riuscire anche con un piano di investimenti a farli apprezzare anche sul territorio nazionale, allora le stalle da latte bovino o ovino avrebbero una loro ragione di esistere e ci sarebbero persone che investirebbero per stare in questa filiera”. 

Altra problematica per il nostro territorio, ma anche a livello nazionale, è quella relativa al grano. Viene acquistata dall’estero una grande quantità di frumento, ma poi c’è il dubbio che questo prodotto sia sicuro da un punto di vista alimentare. 
“L’unica soluzione è fare accordi di filiera che servono per garantire un prezzo minimo. Accordi anche a livello nazionale. Un esempio in questa direzione è il protocollo d’intesa siglato tra l’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane, Alleanza delle cooperative agroalimentari, Cia-agricoltori italiani, Confederazione produttori agricoli, Confagricoltura e Associazione industriale mugnai d’Italia. A luglio scorso si sono aggiunti due nuovi firmatari che sono l’Assosementi, associazione che a livello nazionale rappresenta l’industria sementiera, e la Compag, Federazione nazionale commercianti di prodotti per l’agricoltura. Un accordo che coinvolge anche l’università della Tuscia per mappare il grano duro italiano e definire disciplinari e contratti-quadro di coltivazione. Abbiamo voluto far in modo che la filiera grano-pasta diventasse più competitiva. Altrimenti si va a rinunciare a un prodotto importante per il nostro territorio”. 

Per quanto riguarda i cinghiali e la loro “invasione” del territorio?
“Il cinghiale è un animale oggetto di caccia e da un punto di vista della carne ha un suo mercato. Come Confagricoltura nazionale stiamo cercando di modificare la legge 157 del 1992 entro la quale tutte le regioni si muovono perché le regioni hanno emanato una legge successiva, nel caso del Lazio la 17 del 1995, che però recepisce quella nazionale. Quindi la legge regionale non si può muovere oltre quella nazionale. Ha senso incidere su quella nazionale perché dal 1992 a oggi le cose sono cambiate. Dobbiamo adeguare alcuni articoli della legge alla realtà attuale. Possiamo innanzitutto immaginare un periodo di caccia più ampio, ma bisogna dire che questo non risolverebbe il problema.

Bisogna trovare infatti chi abbia voglia di fare questi abbattimenti e chi abbia interesse nel farli. Questo perché per una persecuzione mediatica si è ridotto in Italia il numero dei cacciatori e non c’è inoltre un cambio generazionale. In qualche modo queste specie vanno controllate perché a discapito di altre proliferano a dismisura. E poi questi animali hanno imparato a convivere con l’uomo e ad avvicinarsi anche alla città. Quindi per i cinghiali non basta chiedere abbattimenti, ma anche capire chi li possa effettuare”. 

Discorso diverso per il lupo.
Il lupo è un animale super protetto. E’ un animale non oggetto di caccia e la sua carne non ha nessun valore da un punto di vista del commercio. Quello che però è inammissibile è che non si possa controllare il loro numero. Bisogna far in modo che non ci siano danni per gli agricoltori. I danni sono procurati in partcolare agli allevatori che producono latte o carne. Pensiamo a chi alleva pecore, agnelli o vitelli. Sono le aziende che già sono in difficoltà perché subiscono il prezzo del prodotto e inoltre subiscono i danni per gli attacchi del lupo”. 

Con l’approvazione del bilancio regionale sono stati stanziati dei fondi per far fronte a delle problematiche del nostro territorio: il calo nella produzione dell’olio, la produzione al minimo delle castagne, i danni causati dall’eccessiva presenza di lupi nel viterbese e nel reatino. Un segno positivo?
“In regione qualcosa si è mosso e qualcosa si sta muovendo. E questo è un bene. Questo però non allevia particolarmente lo stato di difficoltà di tantissime aziende che si vedono costrette a chiedere aiuto agli uffici regionali perché devono ricevere ancora i contributi del 2016, molti di quelli del 2017 e quasi tutti quelli del 2018”. 

Per quanto riguarda la proposta della commissione europea di tagliare i fondi per la politica agricola del comune. E’ un pericolo concreto?
“Se questi fondi ci sono è perché l’agricoltura è qualcosa di strategico. Oggi si parla molto del ridimensionamento del bilancio agricolo comunitario e soprattutto altri partner comunitari premono per entrare e accedere a questi contributi. E’ ovvio che gli stati fondatori dell’unione europea in qualche modo sono molto allarmati. Di qui l’accordo che Confagricoltura ha fatto nei giorni scorsi con i due principali sindacati francese e tedesco per fare fronte comune.

Un documento congiunto che è stato sottoscritto con l’Associazione degli agricoltori tedeschi e con la Federazione nazionale delle imprese agricole francesi. Con questo accordo vogliamo sottolineare che siamo fortemente convinti che la Pac debba restare una politica comune per evitare qualsiasi distorsione di concorrenza tra gli agricoltori europei e per garantire il regolare funzionamento del mercato unico. Salvaguardando i fondi si può salvaguardare la competitività delle imprese. A tal fine nel documento congiunto con i sindacati francese e tedesco viene respinta qualsiasi ipotesi di plafonamento. Con questo accordo vogliamo inoltre sollecitare il varo di misure transitorie per garantire il funzionamento dell’assetto normativo in vigore, in attesa delle decisioni sulla nuova Pac”. 

Maurizia Marcoaldi

 

 

 

 

 

 


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15 gennaio, 2019

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