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“Luigi Forieri si vantava di avere legami con la ‘ndrangheta”

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Mafia a Viterbo - Luigi Forieri [4]

Mafia a Viterbo – Luigi Forieri

Mafia a Viterbo - Gabriele Laezza [5]

Mafia a Viterbo – Gabriele Laezza

Mafia a Viterbo - Martina Guadagno [6]

Mafia a Viterbo – Martina Guadagno

Mafia a Viterbo - Manuel Pecci [7]

Mafia a Viterbo – Manuel Pecci

Mafia a Viterbo - Emanuele Erasmi [8]

Mafia a Viterbo – Emanuele Erasmi

Viterbo – Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi. Per gli inquirenti, erano loro al vertice della mafia viterbese. C’erano poi i sodali, “totalmente assoggettati e piegati a un contesto gerarchizzato”. Cinque erano viterbesi, quattro albanesi, uno marocchino e un altro romeno. Ma per i carabinieri di Viterbo e i magistrati della Dda di Roma, “Luigi Forieri ricopriva un ruolo rilevante nella strategia operativa dell’associazione”.

Nato a Vetralla il 2 dicembre del ’68, “Gigi” vive a Caprarola ed è titolare del bar di via Genova, “luogo di ritrovo – sottolineano gli inquirenti – di molti sodali”. Di lui Trovato, in un’intercettazione con Rebeshi, dice: “Gli piace stare in mezzo ai guai. Non tiene emozioni, crea emozioni. Si vuole comportare come quelli della Banda della Magliana. È patito, soffre di malavita. Ha tenuto un latitante nascosto per quindici anni, gli portava da mangiare”.

Dalle carte d’inchiesta emerge che “Luigi Forieri vanta solidi legami con la ‘ndrangheta. Sia del Reggino (in particolare a Scilla), sia di Pizzo Calabro che del Crotonese. E su quelle famiglie può fare affidamento”. Per i carabinieri, è proprio per questi collegamenti con la mafia calabrese che Trovato dà credito ai suoi suggerimenti. “Forieri – è scritto nell’ordinanza d’arresto – è il suo uomo di fiducia: gli dà consigli per le intimidazioni e per le questioni più delicate”. Un rapporto alla pari, che autorizza “Gigi” anche a rimproverare “Zio Peppino”. “Sei uno stupido”, afferma in un’intercettazione. Ed è con Forieri che Trovato progetta un agguato o ai danni di Vincenzo Camilli, figlio dell’imprenditore e sindaco di Grotte di Castro, Piero, o ai danni del rivale Daniele Casertano. La vittima, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, andava rapita e lasciata per giorni appesa a un albero in una zona di campagna.

Anche Gabriele Laezza, 31 anni il prossimo 21 ottobre, era “ben addentrato nelle dinamiche criminali dell’associazione”. Tra intimidazioni, estorsioni e ritorsioni. “L’apporto stabile e rilevante fornito da Laezza e la sua partecipazione agli incendi di auto o al posizionamento di teste mozzate di animale sono ricompensate – sostengono i carabinieri – con l’incendio ai danni di Roberto Grazini, concorrente di Laezza, e con il tentativo di far fuori la sua flotta di mezzi”. Sia Grazini che Laezza hanno infatti una ditta di traslochi. “Gamberone” è stato anche richiamato all’ordine. “Nell’estate del 2017 – svelano le carte d’inchiesta – Laezza si era defilato dall’associazione per dei dissapori, ma all’inizio di ottobre Trovato e Rebeshi lo richiamano ai suoi doveri. Ovvero, fornire al gruppo supporto e sostegno. Anche di carattere economico”. E il 30enne rientra nei ranghi, anche perché altrimenti gli avrebbero fatto “zompare la macchina”.

Parla di “guerra” Martina Guadagno, dipendente di Trovato, che a Viterbo gestisce tre compro oro. “È perfettamente consapevole – affermano gli inquirenti – della guerra che il suo datore di lavoro conduce quotidianamente nei confronti dei concorrenti per accaparrarsi il settore economico, delle modalità violente con le quali Trovato porta avanti tale guerra e condivide il fatto che sia l’unico modo per sbarazzarsi dei concorrenti”. Pur non avendo materialmente commesso atti intimidatori, Martina Guadagno “fomenta i propositi criminosi di Trovato”. “Effettua controlli e appostamenti nei negozi dei concorrenti, ne verifica il volume degli affari e talora suggerisce a Trovato l’obiettivo dal colpire”, riepilogano i carabinieri.

Gli ultimi due viterbesi, Manuel Pecci, 28enne titolare del centro estetico Mantra, ed Emanuele Erasmi, artigiano di 50 anni, sono entrambi ai domiciliari e questa mattina compariranno davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia.


Gli indagati

1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;

2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;

3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;

4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;

6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, titolare di un bar, partecipe dell’associazione;

10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;

12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;

13. ERASMI Emanuele, 53enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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