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Tribunale - Sono stati denunciati alla finanza dalla stessa vittima dei quindici presunti strozzini "canepinesi"

Marmisti a processo per usura, chiesti 4 anni di reclusione

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Viterbo - Il tribunale

Viterbo – Il tribunale

Soriano nel Cimino – (sil.co.) – Usura, chiesti quattro anni di reclusione ciascuno per un marmista di Soriano nel Cimino e un suo collaboratore. 

Mentre stenta a decollare il processo per usura e ricettazione ai quindici presunti strozzini “canepinesi”, tredici dei quali arrestati il 30 novembre 2010 e rimessi subito in libertà dal riesame, è giunto al rush finale il procedimento a carico di due artigiani di Soriano nel Cimino e delle rispettive mogli, accusati anche loro di usura dalla stessa presunta vittima.

L’accusa ha chiesto per i due uomini la condanna a quattro anni di reclusione ciascuno e una multa di mille euro e l’assoluzione per le mogli. La sentenza è stata rinviata all’udienza 19 febbraio davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei.

Come detto, i quattro imputati sono accusati dallo stesso imprenditore 58enne che, rivelando a un finanziere i suoi intenti suicidi, ha dato il via a due filoni d’indagine, il primo per l’appunto relativo ai marmisti e il secondo ai quindici “canepinesi”.

L’inchiesta è sfociata nei due processi. In entrambi l’uomo, difeso dall’avvocato Antonio Rizzello, si è costituito parte civile. Nel frattempo il 58enne ha avuto accesso al fondo antiusura.

La presunta vittima ha parlato per la prima volta in pubblico in occasione dell’udienza del 13 gennaio 2016 del processo ai quattro imputati, a quasi dieci anni dal presunto prestito di 6mila euro in cambio di 10mila che avrebbe inguaiato i due artigiani e le rispettive mogli. In precedenza sarebbe stato già vittima dei “canepinesi”.

Le due coppie, nel 2007, avrebbero ereditato il “debito” contratto dal 56enne, già finito nel giro dei “canepinesi”, con un poliziotto poi deceduto in un incidente.

“Mi aveva prestato 6mila euro in cambio di 10mila. Quando è morto, si è presentato all’incasso il fratello che per farmi trovare i soldi mi ha portato dal marmista – ha spiegato la presunta vittima, scoppiando più volte in lacrime, confondendo date e circostanze, ma rimanendo fermo su un punto – mi hanno tolto la voglia di vivere”. 

In una spy-pen le prove dell’usura. E’ la finta penna a sfera dotata di registratore audio e telecamera sul cappuccio portata nel taschino dalla presunta vittima. Se la sarebbe comprata di sua iniziativa, per dimostrare ai finanzieri che diceva il vero, dopo aver denunciato le due coppie. La penna è entrata nel processo ai quattro presunti aguzzini su richiesta della stessa pm Paola Conti, che ha ottenuto la trascrizione delle due conversazioni e dei tre video girati di nascosto tra aprile e maggio del 2010.

All’epoca l’imprenditore era appena stato salvato in extremis da un tentativo di suicidio anticipato in una drammatica lettera a un maresciallo della guardia di finanza. Il militare, sentito come teste, ha raccontato anche delle agghiaccianti minacce in viva voce di uno dei quattro imputati, mentre il 56enne, dalla caserma, cercava di rinviare al telefono un appuntamento per pagare.

“Non fare scherzi, che vengo giù e faccio una strage, ti strozzo e metto una bomba”, gli avrebbe detto. Minacce ripetute perfino davanti ai finanzieri durante una perquisizione nella bottega dei due artigiani: “A questo bastardo gli spacco la capoccia. Ma se questo lo ammazzo, quanto me ponno dà? Oggi pomeriggio lo vado a pijà giù a casa e lo ammazzo”. 

Le due coppie si sono sempre proclamate innocenti.

 

 


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10 gennaio, 2019

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