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Detenuto viterbese deceduto a Regina Coeli - Pubblicata la sentenza con cui la cassazione ha assolto per non avere commesso il fatto Andrea Franceschini - Ma un altro medico e la Asl romana dovranno pagare i danni alle parti civili

Morte in carcere di Simone La Penna, “sottovalutate le condizioni di salute”

Simone La Penna

Simone La Penna

Roma – (sil.co.) – Morte in carcere di Simone La Penna, ecco perché vanno risarciti i familiari. 

E’ stata pubblicata il 28 dicembre la sentenza con cui la cassazione ha posto la parola fine alla lunga e tormentata vicenda giudiziaria scaturita dal decesso nel carcere romano di Regina Coeli, la notte tra il 25 e il 26 novembre 2009, del detenuto viterbese 32enne.

La suprema corte ha annullato senza rinvio,”per non aver commesso il fatto”, la sentenza di condanna nei confronti del dirigente del centro clinico del penitenziario, Andrea Franceschini, 69 anni, difeso dall’avvocato Davide Mauceri.  

La cassazione non ha invece ritenuto di poter prosciogliere con formula più favorevole il medico incaricato Andrea Silvano, difeso dall’avvocato Massimo Amoroso. Per Silvano quindi è stato sancito l’annullamento senza rinvio, “per essere il reato estinto per prescrizione”, della sentenza impugnata agli effetti penali, con la conferma degli effetti civili, ovvero il risarcimento dei danni ai familiari della vittima. Con Silvano, dovrà risarcire i danni alle parti civili anche l‘allora Asl RmA, responsabile civile, assistita da Ilaria Barsanti. 

Ai familiari era stata riconosciuta in primo grado una provvisionale di 30mila euro. Sono Massimo La Penna, Cinzia Faraoni e Martina La Penna assistiti dall’avvocato Sergio Maglio; Anna Petrillo e Aurora La Penna, parti civili con l’avvocato Roberto Randazzo. 

Nel dicembre 2014 i due medici erano stati condannati in primo grado a un anno ciascuno per omicidio colposo, nonché a una provvisionale di 30mila euro ai familiari, assieme assieme alla Asl, responsabile civile, assistita dalla legale Ilaria Barsanti. Sentenza confermata in appello, il 22 febbraio 2017, contro la quale hanno presentato ricorso sia i medici, sia l’azienda sanitaria. 

Secondo la cassazione, i profili di colpa omissiva non attengono tanto alla inadeguatezza in sé del trattamento terapeutico adottato nei confronti del paziente all’interno del centro diagnostico carcerario, quanto alla “negligente ed imprudente sottovalutazione delle condizioni di salute del La Penna in relazione al persistente giudizio di compatibilità delle stesse con il regime detentivo”. 

La Penna, affetto da anoressia, è deceduto il 26 novembre 2009 a Regina Coeli dove era stato trasferito da Mammagialla. Il giovane stava scontando due anni e 4 mesi per droga quando morì, dopo aver perso oltre trenta chili. Il 21 gennaio 2009, al suo ingresso a Mammagialla, pesava 79 chili: 54 chili quando a giugno fu trasferito a Roma. Tra luglio e agosto ci fu un lieve miglioramento, ma il 28 settembre pesava poco più di 47 chili. Giudicato stazionario, il 9 novembre venne attestata la sua compatibilità col regime detentivo. Fu trovato morto in cella alle 8,10 del mattino del 26 novembre 2009. 

Ci sarebbe stata una sottovalutazione delle condizioni cliniche del paziente, indicate come “stazionarie” mentre “il mancato miglioramento doveva ritenersi di per sé una situazione critica ed un fattore di rischio”, nonché l’omissione di “interventi volti ad evitare ulteriori aggravamenti, come il trasferimento presso una struttura sanitaria esterna”.

Anche per la cassazione “il trasferimento presso una struttura non penitenziaria avrebbe consentito l’immediato miglioramento delle condizioni del paziente e quindi probabilmente il recupero”. 

La Penna, inoltre, cinque mesi prima del decesso, “aveva subito un celere trasferimento dal carcere di Viterbo al centro diagnostico di Regina Coeli per stato anoressico, calo ponderale e squilibrio elettrolitico, con segnalazione di inidoneità al regime penitenziario ordinario”. 

“Il decesso – viene sottolineato –  è stato causato da un’aritmia ventricolare, insorta a seguito di un episodio di ipokalemia. In altri termini, le continue e marcate variazioni dei valori del potassio ematico hanno determinato un’aritmia cardiaca, di gravità tale da risultare fatale per le sue precarie condizioni di salute”.

“Ciò – spiegano i giudici della suprema corte – ha trovato drammatica conferma nelle conclusioni che erano state rassegnate dai consulenti nominati dalla parte civile nella relazione del 2 novembre 2009, appena tre settimane prima, secondo cui il La Penna, nonostante le terapie praticate, continuava a presentare ‘livelli di kaliemia notevolmente al di sotto della norma’, tali da essere associati ‘ad un rischio elevato di aritmie cardiache’, condizione che, ‘se non adeguatamente trattata in idoneo ambiente di tipo clinico, porrà con ogni probabilità La Penna a serissimi rischi per la sua salute, come peraltro già verificatosi'”.

In questo contesto, la cassazione ha ritenuto fondato il ricorso di Andrea Franceschini. “Pur potendo in astratto individuarsi una posizione di garanzia del Franceschini quale dirigente sanitario, occorre che nel caso concreto sia provata una sua diretta ingerenza sia nel trattamento sanitario del paziente, sia nella valutazione della compatibilità delle condizioni di salute del detenuto rispetto al regime carcerario. Nulla di tutto questo risulta evidenziato nella sentenza impugnata”, scrivono i giudici. 

E ancora: “L’attività prevalentemente amministrativa e gestionale svolta dal Franceschini, posto a capo di una struttura complessa articolata in otto ambulatori, in diversi reparti di degenza ed in altre strutture in cui all’epoca lavoravano ben 176 operatori sanitari, è stata riconosciuta anche dal giudice di primo grado”. 

“Impossibile prosciogliere Andrea Silvano con formula più favorevole. Si impone nei confronti di Silvano – si legge – l’annullamento senza rinvio della sentenza, agli effetti penali, per l’intervenuta prescrizione del reato. Per il resto deve essere rigettato il ricorso di Andrea Silvano agli effetti civili e rigettato, altresì, il ricorso del responsabile civile Asl RM1”, dice la cassazione. 


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3 gennaio, 2019

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