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Tribunale - Mazzette e appalti truccati alla Asl - Il difensore Bruno Larosa ha sostenuto che il patron della Isa è stato vittima di concussione

“Non c’era un sistema Moscaroli, ma un sistema Selvaggini”

di Silvana Cortignani

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Alfredo Moscaroli

Alfredo Moscaroli

L'avvocato Bruno Larosa

L’avvocato Bruno Larosa

Viterbo – Mazzette e gare truccate alla Asl tra il 2004 e il 2010: “Non c’era un sistema Moscaroli, ma un sistema Selvaggini”.

Lo dice, riferendosi al presunto obbligo di versare mazzette all’ex funzionario Ferdinando Selvaggini in cambio del lavoro, il difensore di uno dei principali imputati, l’imprenditore viterbese Alfredo Moscaroli, allora patron della Isa, l’azienda informatica del capoluogo finita nella bufera con l’accusa di turbativa d’asta e di avere pagato tangenti per guadagnarsi appalti. 

 Si tratta dell’avvocato Bruno Larosa, formatosi alla scuola del professor Fausto Coppi e docente a Tor Vergata e alla Sapienza. Al suo fianco, anche ieri, l’imprenditore che non ha mancato un’udienza del processo. Per la difesa, una vittima di concussione.

Il legale, nonostante l’intervenuta prescrizione, ha chiesto l’assoluzione nel merito di Moscaroli dall’accusa di turbativa d’asta relativa a due appalti “perché il fatto non sussiste”, nonché la riqualificazione da corruzione a concussione per altri tre capi d’imputazione, sollecitando inoltre la trasmissione degli atti alla procura per le valutazioni del caso.

“Moscaroli è una persona perbene”, ha detto, sottolineando al collegio presieduto dal giudice Ettore Capizzi come non sia contestabile la turbativa d’asta, dal momento che non si parla di gare, ma di affidamenti diretti. “Non si poteva turbare una gara che non c’era – ha proseguito – ma si poteva fare pressione su Moscaroli, altrimenti la sua ditta veniva fatta fuori dalla sera alla mattina”.

“Non servono occhiali speciali per capire che i fatti corruttivi non esistono. Se come dice il pm, la gestione Aloisio-Paoloni era accentratrice e autoritaria, approfittando della precarietà dei dipendenti a tempo determinato, lo stesso vale per i fornitori di servizi, fino ad avere valenza concussiva. Il rinnovo dei contratti era la spada di Damocle”, ha detto.

L’avvocato Larosa ha quindi parlato di soggezione psicologica all’allora responsabile del Ced Selvaggini, uscito dal processo per prescrizione, ricordando il memoriale scritto in carcere da Moscaroli l’11 dicembre 2009, quindi le intercettazioni ambientali, sempre a Mammagialla, dei colloqui con le figlie, che dimostrerebbero già di per sé la concussione.

“La figlia dice al padre ‘mi dispiace per quello che hai dovuto subire in questi anni, papà’, gli dice ‘quella è stata una prigione, una prigione psicologica, questa è fisica’, e ancora ‘ora ti sei tolto un peso, un incubo, hai fatto bene'”, ha spiegato il difensore.

“I contratti venivano rinnovati solo se pagava – ha aggiunto – tutti gli imprenditori hanno detto che dovevano sottostare alle richieste di Selvaggini. Il rischio era che le forniture finissero di punto in bianco, di dovere licenziare i dipendenti. A spegnere la luce, era un attimo. Non c’è illecito guadagno per i fornitori, come sarebbe stato se fosse stata corruzione. L’Isa non ha offerto servizi di qualità inferiore, ma di altissimo livello, per i quali la Asl ha ricevuto menzioni speciali. Servizi di qualità eccellente a costi concorrenziali, al ribasso rispetto alle altre Asl italiane. Moscaroli è vittima di concussione”. 

Infine l’affondo. “Non si può parlare di sitema Isa o sistema Moscaroli, ma di sistema Selvaggini o metodo Selvaggini”, ha concluso Larosa, chiedendo l’assoluzione di Moscaroli da tutte le accuse e il rinvio degli atti per concussione alla procura.

Sono le ultime battute dell’ex maxiprocesso – partito con 29 imputati, poi falcidiati dalle prescrizioni – nell’ambito del quale, il primo dicembre 2017, il pm Stefano D’Arma ha chiesto la condanna a tre anni e mezzo per l’ex direttore generale Giuseppe Aloisio e a due anni per l’ex direttore dell’unità organizzativa acquisto e vendita prestazioni sanitarie Renato Leoncini, oltre a una condanna pecuniaria a 60mila euro per una delle persone giuridiche coinvolte nell’inchiesta, l’altra grossa azienda informatica viterbese coinvolta nell’inchiesta, ovvero l’Italbyte.  

Da allora stanno ancora parlando le difese. Se non ci saranno intoppi, la sentenza dovrebbe arrivare il prossimo 31 gennaio.

Silvana Cortignani


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8 gennaio, 2019

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