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Corte d'assise - Feto nel cassonetto - Ma i periti dell'accusa non possono escluderlo del tutto - La difesa chiede una consulenza farmacologica sugli effetti abortivi del Cytotec

I professori Mauro Bacci e Massimo Lancia: “Non fu un parto precipitoso”

di Silvana Cortignani

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Tribunale - Il professor Massimo Lancia

Tribunale – Il professor Mauro Bacci

Tribunale - Il professor Mauro Bacci

Tribunale – Il professor Massimo Lancia

Il pm Franco Pacifici

Il pm Franco Pacifici

L'avvocato Samuele De Santis

L’avvocato Samuele De Santis

Viterbo – Feto nel cassonetto, per sentire la versione della madre sulle responsabilità dell’infermiere c’è da aspettare. E’ sempre in Inghilterra, in attesa di sapere se Londra concederà l’estradizione all’Italia, dove la 28enne Elisaveta Alina Ambrus deve scontare una pena definitiva a quattro anni e otto mesi per infanticidio.

Per i professori Mauro Bacci e Massimo Lancia dell’università di Perugia, sentiti nel frattempo, non fu un parto precipitoso, anche se non possono escluderlo del tutto. Bacci è il medico legale che ha effettuato l’autopsia sul cadaverino, mentre Lancia è uno dei consulenti dell’incidente probatorio durante il processo col rito abbreviato alla madre. 

Sono i superesperti citati ieri dal pm Franco Pacifici per ribadire le conclusioni della procura alla corte d’assise davanti alla quale si tiene il processo all’infermiere accusato di omicidio volontario e occultamento di cadavere in concorso, nonché di esercizio abusivo della professione medica. 

E’ mancato l’atteso contraddittorio con la professoressa Mariarosaria Aromatario della Sapienza, consulente della difesa, trattenuta a Roma da impegni di lavoro.

Sul banco degli imputati Graziano Rappuoli, l’infermiere 58enne di Tuscania che ha procurato la ricetta del farmaco abortivo alla ballerina di night romena che il 2 maggio 2013 ha abbandonato in un cassonetto di via Solieri, al Salamaro, il corpicino senza vita di una bambina nata settimina, in seguito a un parto che sarebbe stato indotto dall’assunzione di quattro compresse di Cytotec, un antiulcera usato negli aborti clandestini. 

Proprio sugli effetti del Cytotec chiede una consulenza farmacologica il difensore Samuele De Santis, protagonista di una combattuta udienza, nel corso della quale sono emersi due spunti nuovi sollecitati dalla difesa. Il tribunale per ora si è riservato. 

“Non è vero che dilatazione era incompleta”
La madre Elisaveta Alina Ambrus, oggi 28enne, sarebbe giunta a Belcolle con una dilatazione completa del canale del parto, compatibile con un parto precipitoso. Dato emerso dalla cartella clinica, diversa dalla trascrizione consegnata al professor Bacci, che ha effettuato l’autopsia, dove c’era scritto “incompleta”, compatibile invece con un parto indotto dal farmaco. “Non è vero che dilatazione era incompleta”, ha sottolineato rivolgendosi alla corte presieduta dal giudice Ettore Capizzi l’avvocato De Santis, che si è accorto dell’incongruenza.

“Nessun accertamento tossicologico sul Cytotec”
Né la donna durante il ricovero, né il feto durante l’autopsia sono stati sottoposti ad accertamenti tecnici per verificare l’effettiva assunzione del Cytotec. “Per me, non essendoci esami tossicologici, queste compresse non sono state prese”, ha detto il legale, nonostante la confessione della stessa Ambrus, condannata in via definitiva a quattro anni e otto mesi per infanticidio, per la quale è stata chiesta l’estradizione dall’Inghilterra, dove nel frattempo si è trasferita. L’udienza, in programma lo scorso 13 dicembre a Londra, è stata rinviata al 25 febbraio, quando si dovrebbe sapere se sarà costretta a tornare in Italia e quindi potrà testimoniare in aula. 

“Infinitesimale la probabilità di un parto precipitoso”
Nulla cambia per i professori Lancia e Bacci.”Non basta la dilatazione completa per parlare di parto precipitoso. Non è una caratteristica. E’ una caratteristica, invece , la gravidanza a termine, e non alla 27esima settimana. La piccina, inoltre, aveva il ‘tumore da parto’, cioè un edema alla testa, segno di sofferenza durante il passaggio dal canale del parto, tipico del travaglio. Non aveva il funicolo strappato. Il secondamento non è stato contemporaneo. I genitali esterni della madre non avevano lacerazioni”, hanno detto. “Infinitesimale la probabilità di un parto precipitoso”, hanno però risposto al difensore, che gli chiedeva se potessero escludere al cento per cento tale eventualità, avendo peraltro la 28enne partorito il figlio primogenito appena nove mesi prima.

“Se ci fosse stato travaglio, ci sarebbero state copiose tracce di sangue in bagno”
“Non sarebbe stato un edema, ma un ematoma”, hanno spiegato gli esperti al difensore De Santis, secondo il quale il segno sulla testa del feto poteva non essere un “tumore da parto”, ma un’emorragia provocata dal trauma conseguente alla caduta della neonata nel water durante un parto precipitoso. “Nel bagno dove la Ambrus ha detto di avere partorito non sono state trovate tracce di sangue come ci sarebbero state in caso di travaglio da parto indotto, per me è stato parto precipitoso”, ha ribadito. 

“La piccina era vitale, ha respirato e sarebbe potuta sopravvivere”
La bimba, venuta al mondo alla 27esima settimana, nonostante fosse prematura, sarebbe potuta sopravvivere se fosse nata in un contesto ospedaliero. “Inizialmente avevo escluso la respirazione, stabilendo la morte durante il parto – ha detto Bacci – ma in seguito agli ulteriori esami ho visto che la piccina aveva respirato, per cui ritengo sia deceduta per insufficienza respiratoria grave da prematurità nell’immediatezza del parto. In un ambiente adeguato, in un contesto sanitario, sarebbe potuta sopravvivere”. 

Il processo riprenderà il 26 marzo, quando sia l’accusa che la difesa contano di potere avere in aula la Ambrus.

Silvana Cortignani


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30 gennaio, 2019

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